lunedì 14 novembre 2011

wayanad

biryani
il biryani è una ricetta di origine persiana, portata in india durante un'invasione di cui se volete sapere qualcosa andate su wiki.
per farla serve una gamella di cipolla, quindici grammi di menta, altrettanto coriandolo e aneto, tutto l'aglio che riuscite a farci stare e parecchio zenzero. peperoncino verde, pomodoro fresco, foglie di curry (che in italia ovviamente non esiste, e non si riesce a portare dall'india perché va usato fresco. riuscireste a portare il basilico fresco in aereo per quindici ore?). poi uvetta, cardamomo, semi di finocchio, curcuma e coriandolo in polvere, cannella e anice stellato. pare che la ricetta originale conti diciotto ingredienti diversi.
da una parte si fa una padella con olio di cocco o ghee, quando è sciolto ci si mette la metà delle spezie. quando il cardamomo si spacca si mette la cipolla: 700 grammi per un chilo di riso.si frullano o si pestano 75 grammi di aglio con 15 di ginger e 2/3 del peperoncino, poi si mettono in padella e si gira per trenta secondi. quando si sente il profumo si aggiungono 5 grammi di curcuma, 15 di coriandolo e, se lo voglio piccante, anche altro peperoncino. aggiungo 500 grammi di pomodoro finché non si scioglie, allora aggiungo 75-100 grammi di yogurt. se non voglio mettere yogurt metto del limone per dare la stessa acidità. aggiungo patate, fagiolini e carote tagliati a pezzetti, rigorosamente di sbieco, e lessati con la curcuma. poi aggiungo coriandolo, aneto e menta.
da un'altra parte soffriggo in 150ml di ghee o olio le altre spezie, il riso sciacquato e poi lasciato a bagno 15 minuti, 150g di cipolla, foglie di curry (vedi sopra). quando la cipolla è appassita aggiungo un litro e mezzo di acqua e 45/60g di sale. quando il riso fa la schiuma spengo il fuoco, copro e lascio che assorba l'acqua (questa parte non mi convince molto).
a questo punto le due parti dovrebbero essere pronte più o meno contemporaneamente: in una pentola metto tutto a strati: riso, verdure, riso, erbe, verdure, riso, verdure, riso. sopra ci metto acqua di rose, ghee e garam masala (che ovviamente non ricordo cos'è, credo un misto che si trova solo lì), zafferano. contorno il bordo della pentola con un rotolo di pasta, per sigillare il coperchio. rimetto sul fuoco per due minuti, o in forno per cinque minuti a 180 gradi (in tal caso lascio il riso un po' al dente).
quando porto in tavola e apro, tutti nel raggio di 500 m sapranno che lì c'è del biryani.

domenica 13 novembre 2011

nilgiri express

e il consiglio si è rivelato prezioso. arriviamo in stazione alle 5.30, c'è già coda allo sportello del capostazione, passaggio obbligato per fare il salto di classe, e passare dal limbo della lista d'attesa al lusso del posto assicurato. l'ufficio è ancora chiuso. lo ignoriamo, e troviamo le transenne della coda per la waiting list. siamo i primi. poco dopo arrivano due ragazzi indiani. il vagone dei viaggiatori senza prenotazione è occupato per metà dal vano portabagagli, che lascia spazio per tre soli scompartimenti. trenta persone. se facessero salire in rigoroso ordine di lista d'attesa, saremmo fuori.
alle 6 arriva il treno da coimbatore, e la stazione improvvisamente si anima, si riempie di gente. la coda si allunga, fortunatamente un poliziotto affianca il capostazione per tenerla ordinata. qui i poliziotti sembrano molto poco marziali, ma quando danno un ordine vengono presi molto sul serio. abbiamo finalmente la certezza che saliremo sul treno, e ci rilassiamo.
il poliziotto ci controlla i biglietti e ci fa salire per primi, indicandoci perentoriamente dove dobbiamo sedere. non discutiamo. man mano che la coda si svuota, comincia uno strano balletto di gente che, avendo trovato un posto, cerca di farsene assegnare uno migliore. il capotreno gioca a tetris con persone e valigie, c'è gran fermento e non si capisce più quali posti sono occupati e quali liberi. noi restiamo buoni buoni dove ci è stato detto: i nostri posti ci vanno bene, e non abbiamo voglia di muovere gli zaini da sotto i sedili.
il poliziotto però non è d'accordo e mi chiede di nuovo i biglietti. mi dice you have been upgraded, con tono serio. ci fa prendere armi e bagagli e lo seguiamo al vagone successivo, quello di seconda con prenotazione. ci indica due posti accanto a un finestrino rotto, sostituito con un pannello di legno. io busso con la mano sul pannello e guardo il poliziotto. un americano (tutti quelli magri e tristi con i capelli grigi sono americani, anche se son tedeschi) ci guarda rassegnato e scuote la testa, lui da lì non si muoverà, non ha il coraggio di lamentarsi e non vedrà nulla. io dico al capotreno che preferivamo i posti di prima. il poliziotto scuote la testa pure lui, come davanti a due stranieri ingrati che non apprezzano il suo sforzo. però funziona: ci spostano due scompartimenti più avanti, vicino a un finestrino integro.
il treno parte, e veniamo immediatamente adottati dai nostri compagni di viaggio: una grande famiglia indiana. tre sorelle, mariti, figli, amici e parenti. è domenica, e la gita sulle blue mountains è ambita anche dagli indiani. ci offrono da mangiare (riso e daal a colazione), ci fanno tutte le domande di rito. quando il treno fischia urlano. quando entriamo in galleria urlano. quando la locomotiva a vapore arranca in salita, e il treno si muove a balzi come una cinquecento imballata, spingono dondolandosi, e noi urliamo e ci dondoliamo e ridiamo con loro. è una festa gioiosa. il ritmo degli stantuffi diventa un battito di mani, il battito di mani diventa un canto, tutte le cinquanta persone del vagone cantano insieme, noi battiamo le mani e ridiamo con loro.
nelle soste per riempire d'acqua la caldaia scendiamo e facciamo le foto, compriamo samosa e polpette di verdure fritte. le scimmie vengono a chiederci da mangiare con espressioni umane. hanno imparato l'orario del treno, e ogni mattina sono lì ad aspettare i turisti. attraversiamo piantagioni di té, la nostra famiglia indiana è sempre più allegra. la donna che fa da interprete con gli altri è chiacchierona, dice che gli italiani le piacciono perché non sono come gli inglesi, a cui non piace la compagnia degli indiani. noi ci divertiamo, siamo grati al poliziotto per l'inspiegabile e inatteso cambio di classe.
nelle soste guardiamo gli altri turisti occidentali più organizzati di noi, che avevano prenotato per tempo il loro posto in prima classe, e non viaggiano con gli indiani. hanno l'aria annoiata, non si parlano tra di loro, non parlano con la gente di qui, per loro ci sono solo il treno e il panorama. noi abbiamo il calore delle persone, gli odori e i sorrisi. siamo felici di essere viaggiatori disorganizzati.
ci colleghiamo un momento in internet dal cellulare e scopriamo che berlusconi si è dimesso. quando ci chiedono di cantare qualcosa in italiano l'unica scelta possibile è bella ciao. siamo in india, su un treno a vapore, a duemila metri di quota, in mezzo a una famiglia indiana, e cantiamo bella ciao mentre loro battono le mani e già al secondo ritornello cantano con noi: bella ciao, bella ciao, bella ciaociaociao. sono felici anche quando gli spieghiamo il significato di quella canzone, loro che non sanno nulla di resistenza, ma sanno meglio di noi cos'è l'occupazione straniera. non sanno chi sia berlusconi, ma ci vedono contenti e sono felici per noi. la nostra soddisfazione è immensa.
salendo, le palme e i banani hanno lasciato il posto agli eucalipti e ai larici. arrivai a ooty ci accoglie il profumo balsamico di eucalipti e l'aria fresca di montagna. siamo nel posto più alto del nostro viaggio. abbiamo finito di peregrinare, domani raggiungeremo il wayanad e la casa dove ci godremo il meritato riposo, e scopriremo ancora un'altra india.

sabato 12 novembre 2011

alapunzha-mettupalayam

levataccia alle cinque del mattino per prendere il treno alle sei. anche questa volta in sleeper class, ma senza prenotazione. il treno si riempie in un paio di fermate, davanti a noi una ragazza dai modi educati e il padre. sul treno passano continuamente i venditori di caffé e di chai, che recitano continuamente la litania: chai, chai, chai, senza sosta, come un mantra. non scendono nemmeno quando il treno parte, continuano sempre a incrociarsi con i lodo bidoni di latta, i bicchieri di carta e i loro mantra: coffee, coffee, coffee, chai, coffee, chai, chai, chai. io li guardo passare, e loro quando se ne accorgono si fermano e mi guardano con aria interrogativa: chai?
il padre compra due bicchiedi di chai per la figlia e per sé. lei tira fuori dei biscotti e li offre al padre e alla bambina in braccio alla madre, seduta accanto a noi. viaggiamo comodi ma il viaggio è lungo, controllo i nomi delle femrate sulla cartina per passare il tempo e collegare il panorama ai luoghi.
a una fermata la ragazza saluta educatamente il signore e scende. non era il padre, non si conoscevano. erano solo seduti vicini, e hanno viaggiato insieme. un indiano non è mai solo nelle cose che fa, le fa insieme alle persone che ha vicino. viaggiare insieme è chiacchierare, assicurarsi che tutto vada bene, bere un chai insieme, interessarsi alla persona che ti sta accanto e che fa con te un pezzo di strada. un pezzo di vita. per quello, per quel momento, quella persona è importante.
a coimbatore il caos, l'inquinamento, il rumore ci ricordano che siamo tornati in tamil nadu, e rinunciamo a cercare la fermata dell'autobus per mettupalayam, contrattiamo il prezzo di un taxi. circa 10€ per 40km. il traffico è il più allucinante che abbiamo visto finora in india, e le strade le peggiori. chilometri senza nemmeno un metro di asfalto, nonostante il caldo teniamo chiusi i finestrini per non far entrare la polvere. è talmente fitta che per un tratto non si vede nulla, la polvee è nebbia e vediamo appena la macchina davanti. all'arrivo il tassista ci chiede 50 rupie in più per il traffico. mi dico che sono solo 75 centesimi, e glieli do. scopriamo che il tassista è il fratello della receptionist del nostro albergo. son tutti fratelli, in india.
mettupalayam non è altro che un incrocio, una stazione e una ventina di alberghi catapecchia, che danno l'impressione di esistere solo per i turisti che devono prendere il nilgiri express all'alba. se qualcuno si ferma due notti, è perché non è riuscito a trovare posto sull'unico treno, alle sette del mattino.
su consiglio della receptionist-sorella-del-tassista andiamo subito a fare i biglietti per domani. siamo in waiting list, e abbiamo quaranta persone davanti. la receptionist ci spiega che non c'è problema, dobbiamo solo andare in stazione alle cinque e mezza a metterci in coda, perché ci sono solo tre vagoni: uno di prima classe, uno di seconda e uno per quelli come noi, senza prenotazione. ci dice che è sicura che riusciremo a prendere il treno. nonostante la prospettiva di levataccia, tiriamo un sospiro di sollievo.

venerdì 11 novembre 2011

alapunzha


ogni tanto il viaggiatore si consente un momento di sprovvedutezza. sono i momenti in cui si abbassa il livello di attenzione, ci si distrae nel presente e si dimentica il futuro. un viaggio senza prenotazioni è fatto di molto futuro e un po' di presente. tutto sta nel trovare il giusto bilanciamento tra i due. godersi quello che si sta facendo, il luogo in cui si è, e non perdere d'occhio l'esigenza di proseguire in viaggio, di pianificare la prossima mossa. di non perdere il treno, insomma.
ieri, arrivati ad alapunzha, avevamo deciso di prenderci un giorno di riposo, e di approfittarne per andare in treno a visitare fort cochin, 100 km più a nord. un0'ora di treno. ieri sera siamo anche andati in stazione a chiedere gli orari dei treni, e l'impiegato aveva snocciolato una serie di orari che ci avevano convinti che ci fosse un treno ogni mezz'ora. stamattina abbiamo fatto colazione con calma, al risotrante dell'albergo accanto al nostro. con calma e tempi lunghi, alle dieci, arrivati in stazione (nel nulla a 3 km dalla città) abbiamo scoperto che l'ultimo treno della mattina era partito mezz'ora prima, e il primo del pomeriggio era troppo tardi per visitare cochin e rientrare. incazzatura, malumore, delusione di conseguenza. torniamo in città, giriamo come topi in gabbia e prendiamo, a piedi, la via della psiaggia, sottovalutando caldo, umore e distanza. una giornata da buttare. la salviamo rifugiandoci in un ristorante per occidentali sulla spiaggia, dove mangiamo bene e troviamo anche birra di qualità. ci rilassiamo, recuperiamo il buonumore e un tuctuc, e torniamo in centro a cercare un internet e a comprare un po' di spezie.
almeno abbiamo i biglietti del treno di domani per coimbatore. la nostra dose di futuro è assicurata.

giovedì 10 novembre 2011

kollam-alapunzha


tutta la giornata trascorre in traghetto, da Kollam ad Alapunzha, navigando nelle backwaters, laghi e canali che scorrono lungo la costa per centinaia di chilometri.
aspettando la partenza chiacchiero con uno dei battellieri, che mi dice che con la crisi economica in europa, loro hanno meno turisti. mi chiede se so qual è il motivo della crisi, ma io non me la sento di affrontare il discorso con un battelliere indiano, mi imbarazzerebbe minimizzare e non voglio fare il sapientone spiegandogli dettagli che non capirebbe. così gli dico che è complicato, e lui coglie la palla al balzo: dice che effettivamente è una situazione da cui è complicato uscire. i governi europei si sono indebitati troppo, hanno contratto prestiti emettendo buoni del tesoro per pagare il benessere che la popolazione chiede, invece di spendere solo quello che avevano si sono indebitati fino al collo. ora nessuno sa come saldare il debito, e né le banche né gli stati si prestano più soldi tra loro, perché non si sa chi è indebitato con chi, chi è in grado di onorare i debiti e chi no. così tutta l'economia si ferma, in attesa di una soluzione che nessuno conosce. dice che in india invece il governo spende solo quello che incassa di tasse: avranno le strade piene di buchi, ma la loro economia è sana. rimango senza parole, riesco solo a dirgli che è esattamente così. ho appena ricevuto una lezione di economia internazionale da un barcaiolo indiano. forse è vero che abbiamo da imparare dalle economie emergenti. tutto sta a vedere se loro saranno capaci di non imparare da noi, di non commettere i nostri stessi errori.
anche se ci fermiamo solo per il pranzo vediamo spettacoli che valgono il viaggio in barca: villaggi di pescatori, risaie, muche, uccelli e barche a remi che trasportano di tutto. assistiamo perfino a una specie di transumanza di anatre. tre pastori su tre piroghe, che governano uno storbo di migliaia di anatre. sembrano ancora troppo giovani per volare, o forse gli hanno tarpato le ali. la "mandria" è troppo estesa per riuscire a fotografarla tutta.
avvicinandoci ad alapunzha incontriamo sempre più kettu vallam, le case galleggianti costruite sulle vecchie barche per il trasporto del riso. alcune sono enormi, altre più piccole e caratteristiche. l'impressione generale è di un lusso insensato. i passeggeri che vediamo sono quasi tutti indiani o, all'apparenza, russi.
il viaggio trascorre tranquillo, non fosse per il fatto che cristina non sta bene. nella cena di ieri qualcosa le ha fatto male, dev'essere stato il riso, che è l'unica cosa che io non ho toccato. il pesce era decisamente la scelta giusta!
arrivati, schiviamo la folla di procacciatori di camere, questa volta davvero fastidiosi, e troviamo facilmente la guesthouse governativa che avevamo prenotato, ed è la prima stanza veramente bella e pulita da quando siamo arrivati in india. questo governo comunista del kerala mi piace sempre di più. decidiamo di approfittare e fissiamo una notte in più, ne approfitteremo per fare una gita in giornata a kochi, domani.

martedì 8 novembre 2011

madurai - kollam

l'unico biglietto del treno che riusciamo a fare e' un biglietto i lista d'attesa di prima classe, senza a/c. abbiamo capito che in india a/c non vuol dire solo aria condizionata, ma soprattutto categoria superiore. auto a/c e' un'auto moderna, auto non a/c e' un residuo degli anni 50. camera a/c e' decente, non a/c e' una topaia. in ogni caso la nostra preoccupazione non e' l'aria condizionata, mala lista d'attesa. il supervisor ci assicura che ci dara' due posti della tourist quota, ma ce lo confermera' solo tre ore prima della partenza, cioe' troppo tardi per organizzare un trasporto alternativo. decidiamo allora di farci rimborsare i biglietti e adiamo in macchina. 5000 rupie per un viaggio di 260 km. l'auto ha l'aria codizionata, ma per usarla l'autista ci chiede un extra. per principio non voglio nemmeno sapere di quanto, decidiamo di tenerci il caldo e i finestrini abbassati.
il viaggio e' anche troppo veloce e l'autista si gioca la mancia in un paio di sorpassi veramente eccessivi. capisco che abbia fretta di tornare a casa, ma per 75 euro vorrei godermi il viaggio.
appena entrati i kerala abbiamo la sesazione di essee passati direttamente da napoli a zurigo. cambia tutto. l'autista si mette addirittura la cintura, e noi seguiamo obbedieti l'esempio. la vegetazione si fa improvvisamente rigogliosa, riconosciamo gli alberi della gomma con il tronco inciso, palme e banani, fiori ovunque. incrociamo auto piu' moderne, un gran traffico di camion, alcuni dei quali talmente carichi di fieno da non vedere la cabina, sono fermi al lato della strada come trasporti eccezionali in attesa della notte.
noto le bandiere rosse con falce e martello ai bordi della strada. il kerala e' l' unico stato al mondo con un governo comunista democraticamente eletto e sempre riconfermato dal 1958. e' lo stato piu' ricco dell'india, con la migliore alfabetizzazione e la maggiore speranza di vita. un paradiso comunista. non male per un posto chiamato 'la casa natale di dio'.
a kollam telefono al proprietario dell'albergo e lo faccio parlare con l'autista, per trovare il posto deve comunque chiedere informazioni molte volte. l'albergo e' in realta' un capanno di legno e lamiera in riva al mare, sotto palme e banani, con l'unica visuale di oceano e pescatori. alla sera c'e' la luna piena, e un inserviente che vive in un capanno dall'altra parte del giardino, e che e' sempre indaffarato a preparare te' e a stendere panni, ci porta la cena al lume di candela. ci mettiamo poco a ribattezzarlo venerdi'.
la cena e' da sogno, il proprietario ha un ristorante di pesce, bonito fritto piccante, calamari, gamberetti, vongole, verdure e riso, porotta. mangiamo di gran gusto e decidiamo di fermarci due notti e goderci la tranquillita'.
il giorno dopo facciamo la gita in canoa in un villaggio nelle backwaters. pensavamo fosse una bufala, invece e' molto bella. il barcaiolo parla un perfetto inglese con accento di oxford, e' informato sulla politica internazionale e sulle piante di spezie della zona. vediamo il pepe, la noce moscata, il mango, gigli d'acqua, allevamenti di gamberetti, kingfisher, e l'aquiloe di brahma. le backwaters sono sono un dedalo di minuscoli canali dove la canoa naviga lentamente e passandoci appena.
passiamo il resto della giornata seduti all'ombra della nostra palma davanti al capanno, con venerdi' che ci porta il te' e ci chiede continuamente se va tutto bene.

lunedì 7 novembre 2011

madurai

arrivare all'alba in una citta' sconosciuta dell'iondia ha il vantaggio di avere tutta la giornata a disposizione per trovare una sistemazione. lo svantaggio e' che si arriva troppo stanchi per non prendere la prima che si trova. l'albergo peggiore e' quello che crede di essere di lusso, ma non ne ha i requisiti minimi. come se il lusso fossero cinque piani, l'ascensore con l'omino che schiaccia i bottoni, il wifi, e non una camera pulita, lenziola senza buchi o bestie, e acqua calda. almeno riesco a postare qualche tappa (non questa, sono indietro di almeno tre giorni con gli aggiornamenti). a parte questo, notiamo subito che tranne in albergo la gente, qui, e' molto piu' sorridente e gentile. e' una citta' di artigiani e commercianti, con un grande tempio meta di pellegrinaggi. la cortesia e' una naturale conseguenza.
la citta' e' caotica, puzzolente e sporca come chennai, ma e' molto piu' piccola e intorno al tempio c'e' una grande zona pedonale che e' un sollievo, tranquilla e pulita. si riesce a stare seduti all'ombra in pace, e sembra anche piu' fresco. a pranzo seguiamo il consiglio della guida e andiamo da anna meenashki, dove mangiamoun buon thali servito su una foglia di banano posata sul tavolo. ovviamente mangiamo con lemani.
il tempio e' un capolavoro, sta all'induismo come la cappella sistina al cristianesimo o la mecca all'islam. e' enorme, ci sono migliaia di visitatori in coda davanti alle cappellette, ed e' bello perdercisi, anche se non possiamo entrare negli scrigni di shiva e meenashki, la dea dagli occhi di pesce.
fuori dal tempio, dietro l'immancabile toro nandi, c'e' uno splendido mercato coperto, che ci sorprende nel momento piu' bello della giornata, quando le bancarelle stanno aprendo e tutto e' tranquillo. anche il mercato sembra un tempio, con le colonne scolpita con immagini sacre, adorate con fiori, lumini e incensi. restiamo nel tempio fino al tramonto, che ci trova seduti sulle rive della vasca del loto d'oro, sotto l'alto gopuram di 60 metri scolpito con 28000 statue.
ci allontaniamo lasciando che i brahmini portino le scarpette degli dei sulla soglia della loro alcova, intimando il silenzio per non disturbare il loro riposo, dopo una giornata di migliaia e migliaia di benedizioni.

domenica 6 novembre 2011

chennai-madurai

non ci siamo fidati ad andare a kanchipuram per paura di non riuscire a rientrare in tempo per il treno. la stazione dei pullman e' 10 km fuori dalla citta', e avremmo dovuto fare un cambio con il bus urbano sia all'andata sia al ritorno, con il rischio di perderci. perdersi e' bello, ma bisogna avere il tempo per farlo.
ripieghiamo sul tempio di kapalishvara, molto bello perche' sembra un luogo di riposo anziche' di culoto. non ci sono occidentali, possiamo circolare in tutto il tempio tranne che nello scrigno centrale, riservato agli indu', per entrare abbiano dovuto togliere le scrpe, abbiamo capito che il modo giusto e' comprare dei fiori alla bancarella di una donna, e lasciare a lei le scarpe. ci vende due corone di gelsomini e ci regala un loto rosa.
nel cortile del tempio chiacchieriamo a gesti con due donne, assistiamo a un matrimonio, un gruppo di ragazzi vuole farsi le foto con noi. giriamo tra le vacche sacre a cui gli indu' toccano il culo per benedizione, e pregano. il problema e' che non sappiamo cosa fare dei fiori, lasciamo il loto tra i lumini votivi davanti al toro nandi, che sta sempre li' ad aspettare l'uscita del suo padrone shiva. le corone invece le affidiamo ad un brahmino, sapra' lui cosa farne. le riceve senza un cenno, dopotutto noi non siamo indu'.
una volta fuori dal tempio l'unico rifugio dal caldo e' un centro commerciale tristissimo, praticamente un ammasso di negozietti come quelli in strada, ma su tre piani e con l'aria condizionata a mille. tristissimo, ma riusciamo finalmente a fare una sim indiana, ora possiamo telefonare e andare in internet.
prendere il treno in india e' decisamente un'esperienza da fare. la nostra classe, la sleeper class, ha tre cuccette a castello, la piu' bassa e la piu' al;ta sono fisse, quella di mezzo si abbatte e fa da schineal quando si sta seduti. oltre il corridoio ci sono altre due cuccette sovrapposte, longitudinali al treno. non ci sono scompartimenti. saliamo sul treno al buio, troviamo i posti con la torcia. vicino a noi un signore gentile ci spiega che lui lega sempre la valigia con catena e lucchetto, e prenota la cuccetta piu' alta. cosi' dorme tranquillo, dice. noi non abbiamo lucchetto, le nostre cuccette sono in basso.
salgono altri due signori altrettanto distinti, sono due colleghi che si sono incontrati in treno per caso. sono molto curiosi, ci chiedono di dove siamo, se in tutta europa c'e' la stessa moneta, se parliamo la stessa lingua, se scriviamo con gli stessi caratteri, e come sono i treni italiani in confronto a quelli indiani. il treno e' molto vecchio e malandato, ma meno peggio di quel che temevo. la finta pelle dei sedili e' intatta, annerita e macchiata dall'uso, ma non troppo sporca per sdraiarcisi. siamo gli unici stranieri in tutto il vagone. fortunatamente scendiamo all'ultima fermata enon dobbiamo stare all'erta per non perderla. cristina non e;' a suo agio e restiamo seduti, mentre tutto il treno si mette a dormire. poco a poco ci troviamo semisdraiati e scomodissimi, decidiamo di aprire le cuccette, con il risultato che io dormo discretamente ma cristina no.

giovedì 3 novembre 2011

chennai e mamallapuram

chennai è decisamente il posto più brutto che abbia mai visto. i marciapiedi, quando ci sono, sono talmente dissestati da essere impraticabili. quando non lo sono, sono occupati da una fila di bancarelle e negozietti di ogni genere che impediscono il passaggio. ogni spazio libero è pieno di spazzatura. essendo stagione di monsone, il resto è pozzanghera. ma di quelle grosse. ogni tanto le pozzanghere hanno un inconfondibile odore di fogna.
tutto, di conseguenza, accade in strada: la gente ci cammina, moto, risciò, auto e pullman si contendono lo spazioevitando di scontrarsi all'ultimo, mucche e capre rovistano nell'immondizia, i cani dormono, o sono morti. la differenza non è evidente.
la gita a mamallapuram che abbiamo fatto oggi sbrava qiella delle pentole: una serie di soste indesiderate a vedere attrazioni evitabili (il museo etnografico, lo zoo dei coccodrilli), e poco tempo poi per vedere i templi, che erano l'unico motivo del viaggio. dopo ellora i templi mi sembrano un po' delle imitazioni in moniatura, in realtà sono molto belli. allo shore teple di mamallapuram ho sentito una guida dire che prima dello tsunami era completamente ricoperto di stucchi che l'acqua ha lavato via. più distante dalla spoaggia c'è un altro tempio, più piccolo, con alcora gli stucchi, ma a vedere orale condizioni dello shore temple è difficile crederlo.

abbiamo preso due posti sul treno per madurai di domani sera, gli ulrmi due rimasti sono in sleeper class. non abbiamo anxcora capito quanto sia simile a un carro bestiame, ma almeno è un modo per lasciare chennai. magari domani troveremo un'alternativa migliore, ma intanto è meglio che a piedi.
per una volta la guida è stata utile: abbiamo trovato la boglietteria riservata agli stranieri (ingresso severamente vietato agli indiani, una cosa del genere in italia mi manderebbe in bestia). l'impiegato severissimo, ci ha fatto compilare con esattezza il modulo di richiesta - a cosagli serve sapere la nostra età e dove sono stati emessi i passaporti, per due biglietti del treno? - poi una volta finite le formalità è diventato chiacchierone, abbiamo parlato di sonia gandhi, e ci ha chiesto se avevamo degli euro in moneta da mostrargli, perché sua figlia li colleziona. alla fine ci ha dato consigli su come trovare una macchina per tornare in albergo, perché fuori c'era il diluvio universale e un tuc tuc non era praticabile. per strada ne ho vieto parecchi in panne per l'acqua, con il guidatore che li spingeva con l'acqia ai polpacci. 300 rupie spese bene.

mercoledì 2 novembre 2011

ellora-ajanta

il vero marketing multilevel l'hanno inventato gli indiani. arrivati alla stazione dei pullman di aurangabad, dribblati i guidatori di tuc tuc, uno di loro ha capito che eravamo infastiditi e ci ha seguiti con discrezione, aspettando che fossimo più tranquilli. poi si è offerto di portarvi in centro. gi abbiamo chiesto di lasciarci a un ristorante e ci ha azpettati entre cacevamo colazione e usavamo il bagno. poi ha detto che suo fratello aveva una macchina per portarci a ellora, il fratello è arrivato con un autista e per strada abbiamo concordato il viaggio del giorno dopo ad ajanta. al mattino dopo l'autista si è presentato puntualissimo, prima di ajanta si è fermato per una sosta e un suo amico ne ha approfittato psr avganciarci, ha regalato due cristalli a cristina e ci ha a compagnati per un ingresso secondario alle grotte. ci ha consigliato di pagare 200 rupie a un suo amico che avrebbe fatto la guardia alle nostre scarpe mentre visitavamo le grotte. il suo aico però era ocupato e ci ha passati al nipote. se ognuno di loro si tiene la percdntuale dell'amico a cui ci ha presentati, con la nostra visita abbiamo mantenuto almeno sei persone, e il fratello del guidatore di tuc tuc sta al vertice della piramide. non per niente è quello che parla inglese meglio. il ragazzino delle scarpe invece non ci ha guadagnato molto, ma è stato quello con la mancia più alta.

martedì 1 novembre 2011

mumbai-aurangabad

che nottata. la partenza da mumbai è stata allucinante. accanto all'ufficio della reality travel abbiamo l'ufficio della red bus, ne abbiamo approfittato per avere una conferma del punto di partenza del pullman, e il ragazzo che era li ci ha confermato tutro, consigiandoci di muoverci due ore prima col taxi, per evitare rischi. siamo arrivati con un'ora e mezza di anticipo, abbiamo trovato un ristorante di lusso e ordnato poco più di pane e coperto. giusto per sederci e usare il bagno.
nel punto dove ci aveva lasciato il taxi c'erano molti bus in partenza, tra il lussuoso e il fatiscente. nessuno della nostra compagnia. dall'altra parte della piazza c'era il posto indicato sul biglietto, ma né bus né gente in attesa. dieci minuti dopo l'orario di partenza un tassista ci è venuto incontro, si è offerto di telefonare e ha recuperato il numero di cellulare dell'autista, che gli ha detto che era in ritardo e che avrebbe fermato da un'altra parte!! a parte la gentilezza del tassista e di un ragazzo che ci ha accompagnati al posto giusto, se il bus fosse stato puntuale l'avremmo perso!
insomma dopo lo stress e la paura di restare a piedi e unadiscussione con l'autista che non era convinto dei bagagli o dei posti o dei biglietti - non parlare hindi può essere un problema se sul biglietto c'è scritto che si declina ogni responsabilità per la maleducazione degli autisti - alla fine siamo saliti.
la cuccetta era tutto sommato comoda, anche se pensata per l'altezza media degli indiani. ragionevolmente sporca, ma niente di insopportabile se dormi vestito e hai il tuo cuscino gonfiabile da viaggio. il problema sono stati il traffico, le buche, le soste (a motore spento quindi sonza aria condizionata), o bambini piangenti. in pratica io ho dormito, cristina no. ad aurangabad siamo dovuti scendere di corsa, resistere all'assalto dei tassisti di motorisciò, ancora con i cuscini gonfi in mano, con cristina senza lenti a contatto. solo ora mi rendo conto della follia di farle attraversare la strada senza lenti. qui non esistono regole. le macchine ti fanno passare solo se ti ci butti contro. la tecnica che abbiamo sviluppato è di rimanere attaccati a un indiano: quando lui va noi andiamo, quando si ferma noi ci fermiamo.

lunedì 31 ottobre 2011

dharavi

a proposito di dignita', la lezione di dignita' e' daravi. persone che non hanno nulla, che vivono ammassate - la piu' alta concentrazioneumana di tutta l'india - e che ti guardano pasasre, che si lasciano guardare, tu ricco turista occidentale curioso di disperazione, e sostengono il tuo sguardo con orgoglio, senza mostrare fastidio.
daravi e' lo stomaco di mumbai. tutto digerisce, tutto trasforma e restituisce, convertendo spazzatura in materia prima, e ne nutre i suoi abitanti. nata su una discarica abusiva, abitata da chi in quella discarica cercava sostentamento, e' diventata un enorme centro di riciclaggio. plastica, metallo, stracci, cuoio. qui tutto rinasce. anche le macchine necessarie per il lavoro nascono qui, da metalli riciclati, costruite da operai strettamente privi di specializzazione. non esiste sicurezza del lavoro, esiste solo lavoro, dodici ore al giorno per centoventi rupie. un euro e ottanta.
jee rash, la nostra guida, e' uno di qui. nato in un altro slum, si paga il college facendo la guida. lavora per la reality tours, una ong che investe l'80% del costo della visita in scuole per i ragazzi del ghetto. insegnano informatica e inglese. l'inglese e' necessario per andare al college. l'informatica per lavorare nei call center: i call center inglesi sono tutti qui, ormai.
i corsi costano 500 rupie, che vengono restituiti alla fine del corso, con il diploma. li aiutano a cercare lavoro, gli insegnano a sostenere un colloquio. raddoppiamo la mancia consigliata, siamo felici di aver partecipato in qualche modo, anche solo con la nostra curiosita'.
curiosita' ricambiata, anche qui. donne e bambini (gli uomini sono in centro a fare i tassisti, venditori ambulanti e poliziotti) scrutano ********  divertiti, in una piazza una signora ci ferma, vuole sapere perche'. le spiego con parole mie, e' soddisfatta a sentire che non e' rasata per moda, ma per un suo motivo, personale e intimo. ci sembra di aver ricambiato in qualche modo, la loro attenzione per una volta e' pari alla nostra. siamo uguali, per un momento.

domenica 30 ottobre 2011

mumbai

che noia cinque ore si scalo a heathrow. abbiamo girato tutti i risoranti, fatto merenda al giapponese, vagato tra pret a manger (ho scoperto con disappunto che e' di mcdonalds), sbavato per i bagels, scrutato starbucks, per poi morire di birra e patatine in un simil pub aeroportuale.
il bello di ordinare i pasti speciali per i voli (kosher io, vegano ********) e' che ti servono per primo sotto gli sguardi invidiosi dei vicini. il brutto e' che poi devi aspettare lo sparecchiamento generale prima di addormentarti, cullato dai sobbalzi dell'aereo e nell'ottundimento della birra di rito.
quando mi sono svegliato eravamo sul deserto tra iran e pakistan, dove alessandro passo' tornando dall'india (la sua unica sconfitta) con il suo esercito, perdendone meta' per le fatiche e la scarsita' di acqua.
a mumbai fa caldo ed e' molto umido, ma si sopporta bene. il ragazzo vicino a noi sull'aereo diceva che e' la stagione migliore per visitare l'india, perche' e' fresco. ci sono trentadue gradi.
l'impatto con l'india non e' drammatico come tutti mi avevano detto; forse essere reparato al peggio aiuta. e' come la medina vecchia di marrakech, ma infinitamente piu' grande e affollato. la gente e' tantissima, lo spazio vitale e' minimo, sia per le persone sia per le auto. non deve farti paura avere qualcno che ti cammina accnto toccandoti spalla a spalla. quando ******** rimane indietro di trenta centimetri, c'e' subito un indiano che si infila nel mezzo. la stessa tecnica dei taxi, appena c'e' un metro lo occupano strombazzando.
tutti vendono di tutto, a chiunque. chi ha solo una bilancia si fa pagare per far pesare i passanti. chi ha una stuoia fa pagare le persone che ci si vogliono sdraiare sopra. chi non ha niente ti prende i bagagli e te li carica nel taxi, e ti chiede la mancia. chi ha una caramella alla menta te la mette in mano e ti chiede la mancia. la mia impressione e' che non conti tanto il valore del servizio o del bene, quanto il fatto che chi lo vende, con quei soldi ci deve vivere. cosi' l'unita' di misura per queste cose sono 100 rupie, circa un euro e mezzo.
l'altra impressione e' che la gente paghi un po' di piu' per cio' di cui non ha strettamente bisogno. dev'essere un modo per far girare i soldi. come se ognuno si facesse carico di qualcun altro, attraverso la parvenza di un lavoro per salvaguardare la propria e altrui dignita'.
forse anche io potrei far pagare la gente per guardare ********: sembra la principale attrazione di mumbai, oggi. donne e intere famiglie si dan di gomito per voltarsi a guardarla. per un po' sorridiamo di rimando, poi li ignoriamo, ma non ci siamo ancora abituati. sara' un mese lungo.

sabato 26 giugno 2010

ovvistolamadonna

ma non credo che lei abbia visto me. forse mi aspettava nella valle rossa, avevo detto che sarei passato da lì, poi miha chiamato isa dandomi indicazioni come solo lei non sa fare... è come seguire un navigatore che dà i comandi in ordine casuale, e non si sa cosa viene prima e cosa viene dopo. per fortuna le salite si riconoscono dalla fatica, e le discese dalla paura. la salita del santuario di altino è dura, durissima. e per giunta con un asfalto pessimo. buche e ghiaia a non finire. talmente ripida che a trecento metri dal santuario, a forza di tirare sul manubrio per far andare giù i pedali, la bici impennava. non mi era mai successo. scendo dall'altra parte ma mi perdo il lago di endine, forse è troppo piccolo o forse ho sbagliato strada. vado verso bergamo, chiamo per avere indicazioni e finalmente trovo tommy che mi chiama dalla finestra. senza di lui sarei tranquillamente andato oltre cercando il bosco che avevo alle spalle. mi ficcano barrette nelle tasche, cercano di convincermi a mangiare un piatto di pasta, se l'avessi accettato mi avrebbero legato e portato in montagna con loro, e magari sarebbe stata anche una buona idea.
invece riparto, torno a nembro, fatico a trovare la salita per selvino ma alla fine ce la faccio. per fortuna è molto più dolce dell'altra, salgo sciolto col mio passo, che è molto più lento di quello degli altri ciclisti (tranne quelli con la maunteinbaic, che si portano dietro peso e gomma inutile sull'asfalto, ma va di moda...).
a selvino chiedo a un signore da dove si scende per gazzaniga, lui mi dice eh no, prima deve salire! ma come... io credevo... tutta questa fatica... affronto l'erta finale come fantozzi, la guardo e non ne ho voglia, preso dalla voglia di girare la bici e rifare la strada in discesa mi volto, ma dietro di me c'è un altro ciclista. non si rinuncia davanti a un collega. stringo i denti e altro, e arrivo all'osservatorio. è un posto splendido: la strada è stretta e rovinata, ma all'ombra del bosco oltre i mille metri, con valli a strapiombo sulla destra. riesco a fare fatica anche in discesa, così ripida e con l'asfalto rovinato, ma ne vale la pena.

nembro-altino-trescore-nembro-selvino-gazzaniga-nembro
80 km
4h 06'
19,51 kmh medi
56,23 kmh max
1.657 m dislivello
154 bpm medi

lunedì 14 giugno 2010

mostar-makarska


non mi faccio illusioni né sulla discesa né sul fresco: mostar è solo a 50m di altitudine, e il mare è a 50 km. armato di pazienza parto dopo un'abbondante colazione, qui fanno le brioche con la marmellata di visciole (visnja), che sono una delizia, ma bisogna andare a prendersele al panettiere perché i bar fanno solo il caffé.
dopo la vallata di mostar la neretva si infila di nuovo in una gola, anche se più larga di quelle di ieri, e il vento si fa sentire ma non mi infastidisce, è come se avesse cambiato odore e mi attira. finalmente vedo i primi gabbiani, il mare si avvicina... pedalo allegramene fino a opuzen, un paesino di pescatori nel largo estuario della neretva. mentre entro in paese vedo che sto compiendo il millesimo chilometro, esattamente nel momento in cui sono nel punto più a sud di tutto il viaggio. il vento che fino ad ora ho avuto contro mi aiuterà nella risalita verso spalato? mi fermo a mangiare a ploce, so che sono solo a metà tappa e anche se sono sul mare non è ancora finita. la costa qui è molto alta anche se poco frastagliata, e la strada non è tutta in riva al mare come la cartina farebbe pensare. a solo 100 m dalla costa ci sono montagne che passano i 1000 metri! il bello della dalmazia è questo, che ha spiagge bianchissime e acque tranquille protette dalle isole. per questo i boschi scendono fino a un paio di metri dall'acqua, il verde si rispecchia nell'acqua. sono cambiati i profumi, invece degli abeti sento il ginepro e la resina dei pini, invece dei piccioni i gabbiani. non sono ancora a spalato ma sono già felice di essere sul mare, è già un traguardo raggiunto.
la partenza da trieste sembra lontanissima, eppure sono solo due settimane. il cambio del tempo la fa sembrare ancora più lontana. per dare un'idea, avevo azzerato l'altimetro sul molo a trieste, ora che sono di nuovo sul mare dovrebbe segnare 0 ma dice che sono 361 metri sotto il livello del mare. di tanto è salita la pressione. non so cosa significhi, ma mi diverte.
decido di lasciare la statale ogni volta che c'è un paesino in basso sulla costa, per vederli (dopotutto sono anche un turista) e per stare più in basso possibile. purtroppo mi frego da solo: a Igrane non trovo la strada per tonare sulla statale, che nel frattempo si è alzata di 150 metri. per recuperarla devo scalare una rampa durissima, mi devo fermare più volte a riprendere fiato e ogni volta ripartire è una sofferenza. quando arrivo alla statale sono così esausto che per dare precedenza a una macchina in arrivo mi sbilancio, metto giù un piede ma il bagaglio tira giù la bici di lato, cerco di tenerla in piedi e mi slogo un dito. che idiota. la lezione del giorno è che se tu sei in piedi e la bici vuole cadere, lasciala cadere. tanto di graffi ne ha già in abbondanza.
makarska è abbastanza piccola per essere piacevole e abbastanza grande per trovare quello che si ha voglia di fare, mi fermerò qui qualche giorno, a spalato ci andrò solo per prendere il traghetto.

mostar-makarska
127 km
6h 4'
20,93 kmh medi
871 m dislivello
138 bpm medi

domenica 13 giugno 2010

sarajevo-mostar


sulla cartina sembra tutto semplice e bello, sarajevo è una città allungata sul fiume miljiacka, basta seguirlo verso sud per imboccare la statale per mostar. e invece all'uscita dalla città la sorpresa: la statale diventa una superstrada, con tanto di cartello di divieto. due corsie senza corsia d'emergenza. torno indietro, cerco un'alternativa, ma non trovo niente. entro a chiedere da un benzinaio, che è a cavallo tra la stradina delle casette e la superstrada. mi conferma che l'unico modo è passare per la highway, ma che finisce dopo a couple of miles. vedo che entrando in superstrada dal benzinaio non c'è divieto, e decido che non è una superstrada, e se mi ferma qualcuno almeno ho qualcosa a cui appellarmi. percorro i cinque chilometri di pura follia a velocità da motorino, in apnea. per fortuna c'è poco traffico. il tempo sembra clemente, ci sono nuvoloni che non minacciano pioggia ma riparano dal sole. i primi cinquanta chilometri sono piacevoli, so che mi aspetta un passo a 1000m, ma sarajevo è già abbastanza alta, per cui la salita è anche piacevole, a parte gli ultimi due chilometri, dove la strada si allarga ed è esposta al sole. in cima c'è una sorgente, io ho fatto buona scorta di acqua e non mi fido, anche se c'è un bosniaco che è salito con la famiglia e i bottiglioni a prendere l'acqua di sorgente, e dice che è buona. quando scopre che sono italiano vuole chiacchierare, dice che ha un fratello a senigallia, parla un po' di italiano. ci metto un po' a capire che siamo stati a konjic a mangiare cevapi vuol dire stiamo andando, e che mi sta invitando a pranzo. dice che sono ancora venti chilometri, e mi conferma che è tutta discesa. dopo il ponte a destra, dice. la cosa mi diverte, e accetto volentieri di mangiare e chiacchierare con uno del posto.
la discesa è entusiasmante. sarà che tra onu, nato comunità europea e unesco la bosnia è tutta ricostruita, ma le strade sono le più belle che ho trovato da quando son partito, l'asfalto è perfetto e sono belle larghe. anche il parco macchine è decisamente più moderno che in serbia, mi affumico di meno e ho l'impressione che gli automobilisti siano anche più educati e mi passino più lontano. ma forse è solo un'impressione che voglio avere. il mantra del giorno è che la civiltà di un popolo si vede da come rispetta i ciclisti. comunque il cartello dopo il passo segna una discesa al 9%, mi butto senza frenare, con il limite a 40 vado a 65, le macchine non mi stanno dietro e per fortuna non ne incontro nemmeno davanti, avrei l'imbarazzo di doverle sorpassare. forse arrivo a konjic troppo presto e il tipo non mi aspettava ancora, fatto sta che faccio quattro giri del paese (insignificante, ma con un bel ponte trecentesco sulla neretva) e non lo trovo. fuori da un locale che fa cevapi vedo una macchina che potrebbe essere la sua, mi fermo a mangiare ma non si fa vivo. caro amico bosniaco, se mai leggerai queste righe sappi che io c'ero!
dopo konjic passo un colle e sono sulla discesa della neretva, che mi porta fino a mostar. la parte alte della valle è spettacolare. il paesaggio cambia completamente, sembra di essere sulle dolomiti: una stretta gola circondata da vette rocciose verticali, sono a solo 200 m di altitudine ma ci sono cartelli che indicano le piste da sci. purtroppo la strada spiana dopo una ventina di chilometri, ci si aggiunge il vento contro e nonostante la bellezza del paesaggio l'arrivo a mostar è una tortura di caldo. nonostante abbia acqua a sufficienza mi fermo tre volte in tre baretti a prendere una limonata. da queste parti si usa quella vera, limone acqua ghiaccio zucchero, ed è buonissima.

sarajevo-mostar
141 km
6h 27'
21,89 kmh medi
64 kmh max
803m dislivello
141 bpm medi

sabato 12 giugno 2010

novi sad-belgrado-sarajevo

sono giorni senza bici, quelli che si passano con gli amici, e la figlia degli amici e gli amici degli amici. dovevano essere quattro a novi sad e una scappata a belgrado, invece un cambio di programma improvviso, di quelli che ti fanno fare cose più interessanti ma di cui non riesci a gioire, perché sono dovuti a una brutta notizia.
ma andiamo con ordine: novi sad è una bella città, piccola e con un centro (di due vie) curato, anche questo pieno di caffé dove è possibille bere solo caffé col latte o birra, ma non è possibile mangiare. la prima serata finisce a fare chiacchiere con serbi rientrati dall'italia, a prendesi in giro per le lingue e a fare a giri di birra e cevapi. socievoli, i serbi. chi dice "ci facciamo una birra" la offre a tutti. purtroppo lo capisco o mi viene spiegato troppo tardi, e sono troppo ospite e perdo l'occasione. ma la compagnia è piacevole. la stessa scena si ripete a belgrado, in un locale fantastico pieno di elegante paccottiglia, di quella che i romeni portano a vendere sulle statali del veneto con i pullman, ma alcune cose sono pregevoli, e loro nemmeno lo sanno. vecchi dagherrotipi, macchine per scrivere antiche, vecchie insegne di stazioni. un pavimento fatto di travi senza impiantito. questo è il wonder bar di belgrado, quello che non troverete su nessuna guida.
a belgrado ci arrivo in bus, perché la notizia della morte del collega di ashen ci prende impreparati, perché fa troppo caldo per fare cento chilometri di spietata campagna piattissima e deserta. nessuno si stupisce che io porti la bicicletta sul bus. paga come un normale bagaglio, 50 centesimi.
il giorno dopo mi affido a naden (il nome è di fantasia, non sono riuscito a impararlo), che mi scarrozza per i saliscendi di belgrado vecchia, per le ciclabili di belgrado nuova, sulla collina di zemun da dove si vede tutta la città. chiacchierata di rito con il barista sull'amico italiano che è arrivato in bicicletta, e si riparte per ada ciganlia, il lago ricavato da un ramo della sava, con acqua filtrata, spiagge, bar e pista ciclabile, per finire a pranzare in una trattoria sul fiume. una giornata memorabile.
poi riprendo la bici. o almeno ci provo, parto presto temento il caldo, arrivo in fretta a obrenovac tirato da un signore che non si accorge che gli sto dietro e va a trenta all'ora, quando poi si ferma per tornare indietro è stupito a vedere che c'ero io che gli stavo dietro con le valigie e tutto. a obrenovac faccio una piccola pausa e riparto, distrattamente. troppo distrattamente: solo dopo dieci chilometri mi rendo conto che non sto vedendo cartelli con il numero della mia statale, al primo paese cerco il nome sulla carta e mi gelo: sono completamente fuori strada, e la via più breve è tornare a obrenovac. a quel punto ho buttato via venti chilometri, un'ora, è quasi mezzogiorno e mi mancano ancora 120 chilometri, e ci sono i soliti 36 gradi fissi: decido di tornare a belgrado, compro un biglietto del bus per sarajevo, parto alle dieci di sera e viaggio di notte. nell'attesa vengo abbordato da un ragazzino norvegese, probabilmente attirato dall'uomo maturo con la pancia e la barba... ma lasciamo perdere.
alla frontiera con la bosnia la poliziotta è nervosa, forse per via dell'ora notturna, forse perché deve esserlo per mestiere. prima strapazza una ragazza spagnola che aveva cambiato posto e non era con l'amica che aveva il suo passaporto, poi prende il mio passaporto e dice qualcosa di molto preoccupante, a giudicare dal tono. io so che non avendo dormito in albergo sarei dovuto andare alla polizia a denunciare i miei spostamenti, so anche che non l'ho fatto perché sarebbe stato un casino per danilo, faccio la faccia stupita del turista con la coscienza pulita e che non capisce, la tipa mormora qualcosa e se ne va. purtroppo non vedo niente, ma le prime luci dell'alba mi mostrano un paesaggio spettacolare, peccato che abbia troppo sonno per godermelo. tornerò, magari in macchina.
sarajevo è una città di contraddizioni: donne velate con il viso truccato che passeggiano con amiche in hot pants e canottiera. chiese costruite accanto a moschee. muezzin e concerti rock per strada, banche ed edifici modernissimi accanto a ruderi semidistrutti dalla guerra. la guida dice che non ci sono quasi più rose, a sarajevo, ma in venti minuti di passeggiata ne vedo a decine. sono i segni lasciati sulle strade dalle granate dei mortai, durante l'assedio del 1992-1995

lunedì 7 giugno 2010

osijek-novi sad

mica capito perché i serbi devono usare il cirillico, che li si capisce così bene senza. ma andiamo con ordine. finalmente riesco a fare una colazione decente, anzi una english breakfast proprio, con uovo pancetta salsiccette (le adoro) caffé succo di frutta pane di un sacco di tipi diversi formaggio prosciutto salame. bis di succo di frutta. è il vantaggio di stare nella pensione della dependance di un hotel a 4 stelle.
parto abbastanza presto, ma fa già caldo. 30 gradi già alle nove del mattino, e niente vento. il ciclista è una bestia strana, riesce a lamentarsi di tutto: se fa freddo perché fa freddo, se fa caldo perché fa caldo, se piove perché si bagna e se non piove perché suda. se ci son le salite perché si fa fatica, e se c'è pianura perché è monotono, e quindi faticoso. i primi quaranta chilometri sono così: una strada tirata con il righello in mezzo alla pianura più piana del mondo. vado in trance al terzo chilometro, mi sveglio a vukovar. non so a quanti dice qualcosa, ma a me il nome risveglia ricordi di telegiornali che elencavano numeri di morti come numeri al lotto. 78 giorni di assedio hanno lasciato il segno, eccome. già prima di entrare in città vedo palazzi bombardati. quello che fa impressione di un palazzo bombardato è che non è un cumulo di macerie, è un palazzo reso grigio dall'abbandono, e bucato come un gruviera. magari la struttura portante regge, ma un angolo sembra mangiato via da un'enorme bocca dentata. mancano dei pezzi qua e là, grandi pezzi circolari asportati come con precisione. intorno, palazzi abitati con ancora i segni delle schegge delle granate. per terra, un buco rattoppato, con intorno una raggiera di bucherelli. mortaio, forse. in centro, palazzi di cristallo accanto a palazzi (che in passato devono anche essere stati belli) bombardati e abbandonati. nella piazza centrale un monumento con fiori freschi, mi avvicino a vedere e mi sorprendo a vedere che è un busto di tudjman, che altrove è considerato un criminale di guerra quasi al pari di milosevic. all'uscita della città, quello che sembra un enorme monumento all'assedio: la gigantesca colonna del serbatoio dell'acqua, altissima e imponente, crivellata di colpi che la passano da parte a parte. si vede l'interno della cisterna, le quinte della colonna che la sostengono sono smangiate da un enorme mostro, sembra impossibile che stia ancora in piedi. mi viene in mente che è perfettamente logico: se devi assediare una città la prima cosa che fai è toglierle l'acqua. se c'è un serbatoio, lo bombardi. mi trattengo dal fotografarla, per pudore.
dopo vukovar trovo un altro cicloviaggiatore, il primo di questo viaggio. ci fermiamo a fare due chiacchiere in mezzo al nulla, è un giapponese che è partito da vienna e va a belgrado. è abbigliato in modo eccentrico, con gli occhiali da sole indossati al contrario, e le lenti da vista sollevate che a quel punto gli stanno sotto gli occhi. mi dà un suo biglietto da visita, gli scrivo la mia mail. è diretto a ilok, mancano pochi chilometri. sembra stupito quando gli dico che stasera sarò a novi sad. chissà se lo sentirò mai più.
al confine serbo mi accoglie una bellissima poliziotta tutta sorriso e marzialità, bocca perfetta, buongiorno, benvenuto, timbro, grazie, arrivederci.
decido di passare a sud del danubio, dalla cartina sembra un lungofiume. invece è una specie di altipiano, ogni tanto scendo in picchiata per superare un fiumiciattolo e poi riarrampicarmi dall'altra parte. discese e salite diligentemente segnalate, tutte all'8%. le maledico. con questo caldo arrivo a novi sad sfinito.
per fortuna so che passerò la serata e i prossimi giorni tra amici, appena li vedo passa tutto, li abbraccio anche se mi sento sudato e sporco, mi accolgono con una pizza e una doccia. non mi sono mai sentito meglio.

osijek-novi sad
126,31 km
5h 51'
21 km/h medi
660 m dislivello
141 bpm medi

domenica 6 giugno 2010

virovitica-osijek

credo di non aver mai pedalato una tappa più piatta di questa. la salita più lunga e più alta è stata un ponte sopra la ferrovia. sono partito con l'altimetro a 110, all'arrivo segna 113. probabilmente è un po' calata la pressione...
parto più tardi del previsto perché voglio fare colazione. ieri sera avevo visto un caffé con una sembianza di un banco pasticceria, e mi lascio ingannare. chiedo le palacinke, ma non le fanno (anche se ce n'è una incartapecorita in esposizione da campionario). prendo un tiramisù, ma ne lascio metà perché il mascarpone sa di ricotta, e temo per il mio intestino. non ho ancora capito come si fa, da queste parti, a ordinare un caffé nero. non un espresso, un caffé americano come lo fanno in tutto il mondo, nero. senza latte. dico kava ne mljeko, e mi portano un caffé macchiato caldo. a zagabria l'avevo rimandato indietro, stamattina non ne ho voglia e lo bevo, anche perché è sinceramente buono.
dopo solo sette chilometri (per fortuna, l'aria era ancora fresca), eccola: la prima foratura del viaggio. torno indietro di duecento metri per sfruttare una comodissima pensilina dell'autobus con panchetta e ombra, e smonto. trovo il buco, non trovo la causa. la lezione imparata oggi è che è meglio tenere la confezione di fazzoletti detergenti in una delle tasche esterne delle borse, altrimenti dopo aver riparato la foratura bisogna ravanare con le mani luride in mezzo ai vestiti lavati la sera prima, e non è bello.
il vento mi è contrario per tutta la tappa. quando non è contrario, è assente. in ogni caso non mi ha aiutato per un metro.

essendo domenica, non faccio affidamento sui ristoranti: c'è un lidl aperto a virovitica, e decido di comprare abbastanza da mangiare per pranzo, merenda e cena. fa caldo, molto caldo. faccio fuori le due borracce, la bottiglietta di succo di mela comprata al lidl, una coca cola e un enorme gelato trovato per strada, a donji miholiac, buonissimo. da queste parti noto come siano tutti molto più gentili che non dalle parti di zagabria: la gente mi saluta per strada (probabilmente parleranno di me per settimane, solo per avermi visto passare), gli automobilisti non mi fanno il pelo, nei negozi apprezzano i miei sforzi di parlare croato (da, ne, dobrdàn, hvala, dovidjenja) e mi vengono incontro a gesti, o in inglesco.
ho deciso di cambiare percorso, per passare vicino alla drava. speravo di vederla, invece si indovina appena, strano come i grandi fiumi abbiano un loro odore. intuisco che quella fila di alberi che mi scorre sulla sinistra è l'ungheria. passo per valpovo, sembra insignificante come tutti i paesini della zona, invece ha un bel castello al centro, maltenuto ma interessante: circondato da un fossato, poi da mura, e le mura sono state usate come fondamente per un castello e per una chiesa. l'insieme ha un qualcosa di grottesco e affascinante. davanti alla parte castel-simile c'è un giardino, tutto sommato decente a parte le zanzare. fa caldo, molto caldo. buona parte dell'acqua se ne va versata sul coppino o sui guanti, ho scoperto che è un ottimo modo per rinfrescarsi sprecandone pochissima: tenere bagnati i guantini con qualche goccia d'acqua. fa talmente caldo che quando arrivo mi accorgo che il formaggio rimasto dal pranzo si è letteralmente fuso...
ieri sera in televisione davano profumo: pessimo film tratto da un pessimo libro. l'odore del giorno è quello delle carogne dei gatti incontrati per strada.

virovitica-osijek
124,58 km
5h 44'
21,67 km/h medi
223 m dislivello
140 bpm medi (il caldo e il vento contro...)

sabato 5 giugno 2010

zagabria-virovitica

voglio vivere così, col sole in fronte
finalmente il sole! ormai non ci speravo quasi più.
parto presto senza aver deciso con certezza la destinazione: vorrei arrivare a virovitica, ma non escludo di fermarmi a djurdjevac se il tempo, le gambe, il vento, le salite, la fame, gli alberghi, la voglia.
rientrando in ostello dalla colazione incontro il coreano conosciuto ieri sera che esce per andare al colloquio di lavoro per cui è venuto a zagabria. non sono riuscito a decifrare che tipo di colloquio sia, ma è nervosissimo. ieri sera ha passato un'ora a rifarsi il trucco, si è spalmato la faccia di una farmacia di è rimasto a letto con una specie di maschera di bellezza. questa mattina si è svegliato alle cinque e mezza per uscire alle otto, perché doveva ripetere l'operazione. quando il bagno era occupato (da me) si è seduto per terra in corridoio, circondato da un sacco di bottigliette, e davanti a uno specchio si spalmava con cura la faccia. quando l'ho incontrato vestito e tirato a lucido si è premurato di chiederrmi come stava. ovviamente gli ho detto che era una meraviglia, anche se era ridicolo e aveva una macchia sul risvolto della giacca nera (solo un coreano o un inglese possono andare a un colloquio di lavoro in camicia bianca e completo nero). ci teneva molto a farmi sapere che la cravatta che indossava era italiana. mi sono astenuto dal dirgli che la cravatta è stata inventata in croazia.
a proposito degli incontri nell'ostello di zagabria, sulle tre ragazzine inglesi (che poi si è scoperto essere canadesi, di quebec city) non dico niente, per solleticare le fantasie di chi legge.
l'uscita da zagabria è brutta come l'entrata, con in più una strada asfaltata male, anzi in lastroni di cemento, odiosi, con giunture ogni sei metri (mi metto a contare i giri di pedale e a calcolare lo sviluppo del rapporto, per saperlo). per qualche chilometro mi salvo pedalando su qualcosa tra una corsia di emergenza e un canale di scolo, che è sempre in cemento ma ha il vantaggio di essere più regolare, e di tenermi più lontano dai camion. la sofferenza dura una ventina di chilometri, fino a dugo selo. poi magicamente tutto migliora: asfalto liscio, strada larga e pochissimo traffico. purtroppo ho un debole ma costante vento contro, che mi affatica molto più di quello che avevo messo in conto.
a bjelovar trovo i primi segni della guerra: un sito bombardato fuori città, le cui rovine, insieme con i moncherini carbonizzati degli alberi che gli stavano intorno, sono state convertite in monumento. il cartello recita "spomen produčje barutana, bjelovar 1991". devo cercare il significato.
le alte vette che temevo, tra bjelovar e djurdjevac, altro non sono che morbidi colli coltivati a grano e granturco. prima di affrontarli cerco un ristorante, ma ne trovo uno solo, dove stanno facendo le prove dell'orchestrina per una cena di cerimonia, ma mi dicono che non possono farmi nemmeno un panino perché non hanno la corrente, e non possono affettare il prosciutto. sorrido come se non pensassi male di loro, e proseguo.
entro in un bar. in slovenia e in croazia, i bar servono caffé e birra. qualche volta cocktail. ma chiedetegli un toast, una brioche, un panino o delle patatine fritte, e vi guardano stupiti con l'aria di chi pensa che solo un idiota potrebbe chiedere un panino in un bar. proseguo ancora.
decido che se non trovo da mangiare, mi fermo a djurdjevac. giusto poco prima del paese, vedo un ristorante. ci provo, senza troppa convinzione, e invece nonostante sia deserto è aperto! ordino uno shnijtzel, se non altro perché è l'unica cosa di cui conosco il significato (regola che di solito non seguo, ordino le cose perché mi piace il nome, tanto mangio tutto) e mi arriva un involtino di carne di vitello e maiale, letteralmente annegata in una salsa di funghi. buono e pesante, esattamente quello che mi ci vuole. rinfrancato, decido di proseguire anche perché ormai sono nella valle della drava, il vento dovrebbe essere alle spalle e invece cessa del tutto, meglio che niente.
virovitica (pron. virovitiza) è il nulla con un nome da città. entrando vedo una scritta sobe, che vuol dire camere. tre stelle. mi avvicino, sembra l'ingresso di un garage, chiuso e con un forte odore di urina, e un cartello con un numero da chiamare. cerco altro, ma non trovo niente. non ho voglia di tornare indietro di 15 km fino all'hotel **** mozart. chiamo. dico l'unica parola che so: sobe. in due minuti arriva un tipo che mi apre, non parla altro che croato ma posso volere solo una stanza. sembra pulito e ordinato, la stanza è minuscola ma va benone. per 200 kn (24 euro) è un lusso. pago, c'è anche la colazione self service con il nescafé per domattina. il tizio mi fa i complimenti per come parlo croato. basta poco per essere di buonumore.

zagabria-virovitica
148,22 km
6h 49'
21,70 kmh medi
600 m dislivello
142 bpm medi