domenica 30 giugno 2019

tappa 3 - Ste Marie de Cuines - Bourgoin-Jallieu

oggi non farò una buona pubblicità a Garmin. ieri il navigatore (quello che tengo attaccato alla bici, che mi dà il percorso, la temperatura e tante altre cosine più o meno utili) si è bloccato. fermo a 59 km all'arrivo, 38 gradi, eccetera. non potevo nemmeno spegnerlo, ho dovuto aspettare che si scaricasse del tutto la batteria, per farlo ripartire. per fortuna i percorsi li ho anche sul telefono, ma mi devo fermare per guardarli.
oggi non sono riuscito a far partire il live tracking. qualcuno mi ha chiesto se avevo preso un giorno di riposo, invece ho passato la prima ora e mezzo di tappa a cercare di farlo partire, poi ho dovuto rinunciare. mi dispiace molto per chi lo aspettava, alla fine penso che sia un problema del server di Garmin, perché il mio GPS si collegava correttamente al telefono, e funzionava tutto, tranne il live tracking. spero che domani si risolva da solo.
per il resto, una bella discesa fino a Chambéry, le montagne della Savoia sono bellissime, praticamente dei boschi verticali enormi, sormontati da impressionanti faraglioni di granito. e sotto, campi di grano.
dopo Chambéry ho trovato la ciclabile che portava al lago di Bourget, dove ho mollato la bici in riva e mi sono tuffato, vestito. è stato uno dei due momenti migliori della giornata. l'altro è stato quando ero ormai preparato ad affrontare il col du chat, perché il tunnel che lo attraversa è vietato alle bici, e invece ho scoperto che accanto al tunnel delle auto c'è n'è un altro più piccolo, per le bici. 500 metri di dislivello e non so quanti km risparmiati. e nel tunnel faceva un bel fresco...
arrivato dall'altra parte si è finalmente resettato il navigatore, e ho scoperto che c'erano 41 gradi. la temperatura non è mai scesa. mai.
la ciclabile del rodano (ViaRhôna) è molto bella, a tratti ance ombreggiata, ma oggi non c'era modo di di godersela, la valle del Rodano
a fine tappa ho sentito fresco, ho guardato il GPS e diceva 38 gradi. un bel fresco, in effetti.
ora è coperto, spero che finalmente stia cambiando il tempo, sarebbe ora.

giorno 3
pedalati 160km (337 totali)
dislivello 857 (3440 totali)
raccolti 1330 totali (675 km donati)
bevuti 6.5 litri
fatta pipì due volte.









era un forno. ho fatto un altro bagno in una spiaggia su un'ansa del fiume, ho fatto un pisolino all'ombra di un enorme betulla (credo), ho chiesto da bere a una famiglia che faceva il bagno nella loro piscina gonfiabile in giardino, e i bambini si sono molto divertiti a spruzzarmi con le loro pistole ad acqua, ma gli ho rovinato il divertimento perché ero molto contento di lasciarglielo fare.

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sabato 29 giugno 2019

giorno 2: Avigliana - sainte Marie de Cuines

primo giorno di ciclismo VERO. la valle Susa è assolutamente piatta, senza panorami particolari, solo l'elenco di nomi conosciuti per la loro lotta per preservare il loro territori dalla costruzione della TAV.
a Susa, devo decidere se prendere il treno (un'opzione che ho seriamente considerato ieri, per il caldo), scalare il Moncenisio dalla statale, o prendere la strada di Novalesa, una valle secondaria a traversata dalla strada antica. scelgo questa. oggi fa fresco, il cielo è coperto e ci sono 25 gradi. im più, il percorso è leggermente più lungo, cosa che *dovrebbe* significare pendenze minori. Novalesa sembra un antico paese di case in pietra che una volta erano casa, stalla e fienile insieme, con cartelli che invitano a visitare affreschi antichi, un'abbazia e altre attrazioni. non visito, salgo.
subito dopo, i più terribili tornanti che abbia mai fatto. penso di averne contati nove, ammesso che riuscissi a contare. oltre il 13% non riuscivo a tenere giù la ruota anteriore, e non riuscivo a far girare i pedali. lo ammetto, sono sceso tre volte a spingere. non l'avevo mai fatto prima, ma non avevo scelta.
dopo il paese di Moncenis, qualche chilometro di discesa ha sprecato 150 metri di dislivello, ma mi hanno fatto piacere. tornato sulla strada principale, ho trovato parecchio traffico, soprattutto moto custom e chopper.
la salita non è dura, ma non finisce mai. e quando pensi di essere in cima, è solo un'illusione, c'è ancora da salire.
sul passo faceva freddo, mi sono messo smanicato e mantellina, ma dopo un chilometro mi sono dovuto fermare a toglierli: c'erano 41 gradi dal lato francese! e con il vento contro! per fortuna era tutta discesa fino alla fine (tranne una deviazione immeritata a Modane) e ho fatto delle belle velocità in discesa, anche controvento.
sainte Marie de Cuines è solo un municipio, una chiesa e un po' di villette sparse, tenute lontane da ampi, curatissimi prati. un solo ristorante, mediocre, in pratica un pub con solo tre semplici piatti. quando gli ho detto del viaggio è della raccolta fondi mi hanno offerto un genepy fatto in casa. non mi dispiace andare a dormire alle 10.

giorno 2
pedalati 152km (177 totali)
dislivello 2209 (2583 totali)
raccolti 1196 totali (596 km donati)
bevuti 6.5 litri
fatta pipì una volta.

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venerdì 28 giugno 2019

primo giorno, o meglio, prima mezza giornata di bici. sembra come tre giorni distiniti: la mattina al lavoro, il pomeriggio in treno e la sera in bici. inutile dirlo, faceva un caldo incredibile. lo sanno tutti e siamo tutti stufi di sentirlo dire, ma lo voglio scrivere solo per documentarlo: fa caldo.
il piano era di scalare la Sacra Di San Michele da Avigliana, poi procedere fino al colle Braida e scendere dall'altro lato. la salita inizia facile, un 6% per 6 km. caldo, ma tutto all'ombra nel bosco, e regolare. poi, a metà saluta, un'illusoria discesa, poi la parte dura. 9% fisso per altri 6 km, senza mollare mai. e caldo. così quando sono arrivato alla sacra, non me la sono sentito di fare gli altri 2km fino al colle, ma allora sono andato a godermi il panorama, e sono ridiscesa dalla stessa parte.
Avigliana è un paesino, vicino al lago ma non ci si affaccia. così il lago è circondato da boschi e da ristoranti, e club di vela. potrebbe essere carino, ma ma da l'idea che qui non sappiano bene cosa farsene.

giorno 1
pedalati: 25km
saliti: 574 m
raccolti: 1122€ (561 km donati)

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giovedì 30 novembre 2017

varuna, assi

varanasi è bellissima.
mahendra ha le barche con il motore elettrico, ha i pannelli solari sul tetto di casa, con cui carica le batterie. ci affida a suo fratello. scivoliamo in silenzio tra barche a motore cariche di coreani e barche a remi. il sole sorge oltre lo spiaggione dall'altra parte del fiume, dove non c'è città. il fratello (di cui ho dimenticato il nome) ci dice che vive in Giappone, è qui perché è morto il loro fratello minore. entrambi sono rasati a zero in segno di lutto. quando mahendra ci accoglie a terra abbiamo l'impressione di essere stati dei privilegiati, siamo riusciti a trovare silenzio e tranquillità in un momento di punta, ci siamo spinti fin dove le altre barche non andavano, abbiamo chiacchierato con una persona che aveva solo voglia di comunicare, e non di vendere.
passiamo dai ghat delle cremazioni.
ci ha spiegato che morire a varanasi è un modo per raggiungere la purificazione uscendo dal ciclo delle reincarnazioni (praticamente una scorciatoia), e che chi può si fa almeno cremare qui, anche se è morto altrove. o fa disperdere le ceneri qui. con la cremazione di rinnova il ciclo delle reincarnazioni, finché l'anima non sarà purificata e potrà raggiungere il nirvana.
le uniche persone che non vengono cremate, ma gettate nel fiume legate a una pietra, sono i bambini piccoli (perché non hanno peccati), le donne incinte (perché sono due persone, e una è un bambino), i santoni (perché sono già santi), i lebbrosi (non ho capito perché), e chi muore per il morso di una vipera, cioè di un cobra. qui il cobra è un animale sacro perché rappresenta shiva, e molti ne tengono uno in casa. sono addomesticati e non pericolosi, ma qualche volta qualcuno ci lascia le penne, insieme ai contadini che vengono morsi nei campi.
chi muore per un morso di cobra però non è veramente morto, e allora il cadavere non viene affondato con una pietra, ma legato a una zattera di banano e affidato alla corrente. saranno i santoni piu a valle, verso Calcutta, a curare il malcapitato, ridargli la vita e insieme, la santità.

valeva il viaggio: il tè offertoci da mahendra. dopo che avevamo fatto il giro in barca, dopo che l'avevamo pagato. non ne aveva nessun motivo, se non il piacere di chiacchierare. ci chiamerà domani, quando saremo a mumbai, per salutarci. 

treno!

abbiamo visto il taj mahal. è più grande e meno bianco di come lo immaginavo. poi ad agra c'è l'ennesimo forte, ma questo è meno bello degli altri, perché è in pianura ed è stato costruito dai moghul, che erano musulmani e in quanto tali non si facevano fare ritratti. poi siamo stati a un bazar, un dedalo di vie di mercato dove la gente arranca in una calca a tratti impossibile, ma i negozi sono colorati e nessuno ci infastidisce cercando di attirarci nel suo negozio.
poi abbiamo noleggiato un'auto e siamo andati a fatehpur sikri, un posto costruito per essere capitale, ma c'era poca acqua, e allora è stato abbandonato. è rimasto un palazzo fantasma, bellissimo, vuoto, suggestivo e tenuto benissimo.
la stazione di agra in realtà era fuori città, una stazione di passaggio per i treni che da Delhi vanno verso varanasi e oltre. la stazione è desolata, senza tabelloni elettronici, gli unici tabelloni sono degli enormi elenchi di treni, con l'orario, la destinazione e i giorni, ma senza il binario e, soprattutto, scritti solo in hindi.
qui il turista non è contemplato. raggiungiamo una sala d'attesa, dove una ragazzina intraprendente ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto, e ci mostra un sito con lo stato del treno, ma ancora non si sa quale sia il binario. una famiglia di topi perlustra la sala d'attesa, a tratti preoccupata dalla presenza umana. la volta della stazione è popolata da migliaia di uccelli simili a storni, fanno un baccano infernale.
passa un gruppo di inglesi con quello che sembra una guida, lo aggancio e gli chiedo del binario e dei posti, sul nostro biglietto non sono segnati. mi dice che il binario è quello accanto, prende nota dei nostri nomi e ci dice che quando arriverà il treno dovremo metterci li, e lui ci dirà dove andare. capisco che non è una guida, ma il tabellone elettronico-umano. ci rilassiamo, chiacchieriamo con una coppia di portoghesi (che hanno il biglietto), sono simpatici, in India per la prima volta da due giorni. il bello dei viaggi è scambiarsi impressioni e consigli.
siamo in prima classe, in scompartimento con una coppia indiana, lei ci spiega come fare il letto. le ferrovie forniscono cuscino, due lenzuola e coperte, già infilate in una specie di copripiumone. sono le lenzuola più pulite da quando siamo in India. il treno è in ritardo di quasi un'ora, arriveremo con un ritardo di tre, ma è un bene, così abbiamo più tempo per dormire e arriviamo alle otto, un orario accettabile.

valeva il viaggio: il viale d'ingresso di fatehpur sikri, fatto a piedi invece che con la navetta dal parcheggio. con il piazzale ad archi e i resti delle antiche botteghe. 

sabato 25 novembre 2017

due giorni a jaipur

sarebbero tre, ma il primo l'abbiamo passato fuori città, quindi sono due. ieri abbiamo preso un autista per un giro personalizzato, perché volevamo vedere posti che non sono nei giri standard, e volevamo muoverci con i nostri tempi e ritmi.
appena partiti abbiamo avuto un piccolo incidente, una moto ha toccato il parafango della macchina. da com'è il traffico qui pensavo che fosse ordinaria amministrazione, le macchine sono tutte ammaccate e una botta in più, una in meno... invece il tipo in moto non si è fermato, e il nostro autista l'ha inseguito a clacson spianato, avrei avuto paura se non fosse che tutto sommato la velocità non era enorme, e gli ostacoli erano solo bipedi o biciclette, o moto. ecco, loro li ho visti morti. ho pensato che fosse inutile, figurati se in questo traffico una macchina può raggiungere una moto... invece il motociclista semplicemente non aveva dato peso all'incidente, e se ne andava tranquillo. il nostro l'ha superato(suonando),l'ha stretto (sempre suonando) e tutto ciò davanti alla polizia: a Milano l'avrebbero arrestato per guida pericolosa, qui non gli hanno nemmeno chiesto i documenti, si sono avventati sul povero motociclista e hanno deciso che aveva torto marcio.
insomma poi abbiamo visto tutti i forti, il pozzo a gradini, gli elefanti, un tempio, un palazzo, un osservatorio astronomico, tutta la lista. tutto bello, tutto tenuto così cosi, alcune cose piene di turisti, altre meno (le più belle, per me). intorno al nahargarh fort ci sono molti pavoni in libertà, sembrano selvatici. ci ha attraversato la strada una mangusta. l'aria è piena di falchi. da tutti i forti c'è una vista magnifica:la pianura della città è interrotta da colli alti e ripidi, e su ogni colle un forte, qualche volta un tempio o un palazzo, tutti collegati da bastioni perfettamente conservati.
l'Osservatorio astronomico è bellissimo, sembra una città immaginaria di De Chirico.

valeva il viaggio: su tutta la città volano gli aquiloni, sul tetto di ogni palazzo c'è un bambino che ci gioca. e volano anche quando non c'è vento. e c'è una strada dove ci sono solo negozi che vendono aquiloni.

mercoledì 22 novembre 2017

italiani in india

ovvero la fenomenologia del viaggiatore.
ora qui è bassa stagione, perché il turismo è soprattutto europeo, e in Europa le ferie si prendono a dicembre, non a novembre. quindi i turisti sono pochi. a mumbai non se ne vedono quasi, quei pochi sono raggruppati a colaba, la zona a sud del centro, e soprattutto pascolano al gateway of india o bevono una birra al leopold, l'unico locale famoso della città. gli unici italiani che abbiamo incontrato erano alle grotte di elephanta, e si lamentavano perché l'ingresso per gli indiani costa 30 rupie, mentre per gli stranieri costa 500. gli ho fatto notare che sono sette euro, e per un italiano che si può permettere un viaggio in india pesano meno delle 30 per un indiano. è rimasto lì a borbottare che però non è giusto.
a jpdhpur i turisti arrivano con il pullman, li scaricano al forte a fare oooh guardando la città dall'alto, poi li mollano al mercato della clock tower a farsi spennare, li vedi che non sanno da che parte girarsi tra un mendicante, le cacche di mucca, le mucche, le bancarelle di stoffe e di spezie. non sanno se essere affascinati o schifati, di sicuro non vedono l'ora di risalire sul pullman e avere di nuovo un vetro tra sé e il mondo. come in TV.
a Pushkar ci sono i fattoni professionisti. quelli che si vestono come pensano che ci si debba vestire in india, ovvero a metà tra dei guru, degli insegnanti di yoga e dei tossici. peccato che in india nessuno si vesta cosi: né i guru, né gli yogi, e i tossici qui non ci sono proprio. e quei vestiti di cotone a fiori da Beatles anni 70, gli indiani li vendono solo ai turisti. il turista di Pushkar ha trovato il suo nirvana: ha i dreadlock, gira scalzo, è sporco, è pieno di paccottiglia ai polsi e al collo. mi viene il sospetto che gli indiani di qui pensino che siamo tutti così. per dimostrare il contrario porto con orgoglio il mio completo adidas-levis-lacoste.
a Jaipur l'autista ci porta nell'ufficio dell'agenzia, dobbiamo pagare il servizio. scopriamo che siamo invitati a cena insieme ad altri italiani: una coppia di siciliani e una di toscani. nord-centro-sud, ci siamo tutti. fa piacere rilassarsi un paio d'ore, confrontarsi e parlare italiano. è come fare una pausa di casa a metà del viaggio. la ragazza siciliana è preoccupata per la pulizia, dice che le va bene tutto basta che sia pulito, la deludo suggerendole di dimenticarsi la pulizia. l'India è sporca, va accettata com'è e ammirata per altro. la signora toscana non mangia nulla se non sa cosa c'è dentro. le cito i nomi dei piatti suscitando il compiacimento del nostro ospite: biryani, palak, aloo jeera, naan... non funziona. le dico che se lo mangiano gli indiani lo possiamo mangiare anche noi, e che la cultura si capisce più da una cena che da un tempio. convinco solo suo marito.
non le confesso che avrei una gran voglia di un piatto di bresaola.

valeva il viaggio: il ritmo con cui gli operai stampano le stoffe, con i blocchetti di legno. ognuno con la sua parte di disegno e con il suo colore, in tre sullo stesso pezzo di stoffa. veloci, precisi e a tempo.

lunedì 20 novembre 2017

il sorpasso

"per guidare in India servono tre cose: una buona fortuna, dei buoni freni e un buon clacson".questa è la filosofia del nostro autista. e tutto sommato, se siamo arrivati a Pushkar senza un graffio, deve averli avuti tutti e tre. per strada succede di tutto: gente a piedi in autostrada, apecar che trasportano carrozzerie di camion, capre cani cavalli mucche maiali cammelli che pascolano indifferenti ai clacson e alle frenate. moto con intere famiglie a bordo, compresi i bambini piccoli (rigorosamente con gli occhi truccati), tenuti appesi a sbalzo da madri avvolte nel sari. qui pare che i turbanti siano molto più apprezzati dei caschi. non solo:pare che chi sorpassa contromano in curva invadendo la corsia opposta possa vantare diritti di precedenza a noi ignoti. di sicuro sono tutti molto attenti a evitare le mucche, che attraversano la strada con flemma bovina, impegnate ad andare dove loro sanno, e noi no. un po' perché sono grosse, un po' perché sono sacre, ho l'impressione che se l'autista dovesse scegliere se investire una mucca o una famiglia in motocicletta, la mucca sarebbe comunque salva.
altra scoperta della giornata è che alcuni alberghi, e anche gli autogrill (niente più che cubetti di cemento con qualche tavolo mal pulito e le menthos sul bancone) hanno una zona riservata agli autisti. anche il nostro albergo di Jodhpur aveva un dormitorio per gli autisti, dove dormiva anche il nostro.

valeva il viaggio: le pompe per l'acqua azionate dai motori delle apecar, che pescano l'acqua dal canale per lavare le moto ai bordi dell'autostrada.

domenica 19 novembre 2017

too much time

Ani, il nostro autista, dice che stiamo troppo tempo a Jodhpur, e che anche due notti a Pushkar saranno troppe. per lui è inimmaginabile che qualcuno voglia vedere qualcosa che non sia il forte, e che visto il forte non voglia andarsene subito. insomma noi, prendendocela comoda, lo facciamo lavorare poco, e non sono sicuro che gli faccia piacere. ieri uscendo dal mausoleo l'abbiamo trovato addormentato così profondamente che altri due autisti hanno aperto la macchina ridendo, lo hanno scosso, gli hanno fatto il solletico, e l'ho ancora dormiva. quando hanno smesso di ridere abbiamo iniziato a preoccuparci. poi finalmente si è mosso.
oggi l'abbiamo portato (ci ha portati lui, ma sembrava scontento della scelta) al palazzo del maharaja, che per mantenerlo ne ha dedicato una parte (piccola) a museo, una (grande) ad albergo di lusso (tanto di lusso che c'è una banda all'ingresso, che suona ogni volta che arriva un ospite, per dire) , e il resto a sua residenza personale. c'è anche l'esposizione delle sue auto d'epoca, che rende bene l'idea del decadimento: si inizia con una Rolls Royce Phantom I del 27, poi una Rolls Royce Phantom II del 35, poi una Cadillac del 42, una Packard del 45, per finire con una banale Mercedes S degli anni 80, beige. specchio dei tempi.
poi siamo andati ai giardini di Mandore, la vecchia capitale prima della fondazione di Jodhpur. sarebbero belli, se non fosse per la sporcizia, lo sfacelo, l'abbandono. negli stagni in mezzo ai fiori di loto bianchi, viola e rosa, ma galleggiavano bottiglie di plastica e spazzatura. eppure c'era gente in gita, ed erano contenti. l'India è cosi: è come se la bellezza andasse oltre la sporcizia e il degrado, e non ne sia toccata. la filosofia indiana riguarda la sostanza, l'idea di quello che si sta guardando, non l'apparenza. come nello yoga, conta il percorso verso la posizione, l'asana, non la posizione stessa. per questo bisogna imparare a guardare l'India con gli occhi degli indiani, non con i nostri. forse è qui il senso del viaggio, e noi non lo capiremo mai.

valeva il viaggio: l'autista che dice che guida da venticinque anni, ma al cenotafio reale in cima alla collina non c'era mai stato, non sapeva nemmeno che esistesse, e ci ha ringraziato per averlo portato li. era bello, silenzioso e antico, e probabilmente siamo stati gli unici visitatori della giornata.

sabato 18 novembre 2017

forte il forte

giorno nuovo, autista nuovo. questo è arrivato in nottata da Jaipur, è rimasto bloccato nel traffico ed era talmente assonnati che portandoci ad un bancomat abbiamo rischiato l'incidente due volte. per fortua il programma della giornata era di farci solo portare al mausoleo e al forte, così l'abbiamo lasciato libero di andare a dormire.
il forte è gigantesco e imponente, quando ci si entra sembra un normale palazzo, ma guardando la città dall'alto ci si accorge delle sue dimensioni.
oggi il tempo è pessimo, è nuvolo e con una nebbia di smog che prende la gola e gli occhi, peccato anche perché nasconde i colori e il panorama, che altrimenti sarebbe mozzafiato.
una dei luoghi più belli del forte è il giardino del chiaro di luna, che però è in una deviazione dal percorso di ingresso, e non lo visita nessuno. vi sono solo piante dai fiori bianchi e profumati, ma visto che siamo in India, c'è n'erano anche di gialli e di rossi. l'India funziona così.
valeva il viaggio: la passeggiata nei vicoli della città vecchia, dall'uscita secondaria del forte. non ci sono turisti, all'inizio è tranquilla e in mezzo a palazzi blu, e gradualmente diventa il gran casino del bazar mentre ci si avvicina al centro.

chauffeur

a colazione sul tetto dell'albergo (qui i ristoranti sono sempre sul tetto: dicono che sia per il panorama, ma in realtà è per allontanarsi dalla polvere e dal frastuono delle strade) sui tetti vicini c'era pieno di scimmie. erano diverse da quelle che abbiamo visto a elephanta, più grandi, con la coda lunghissima e la faccia nera. facevano anche meno casino.
è stata la prima giornata con l'autista. purtroppo con la sorpresa che non parlava neanche una parola d'inglese. in India è molto strano, l'inglese lo parlano malissimo ma lo parlano tutti. a causa delle difficoltà di comunicazione non siamo riusciti a fare deviazioni dal percorso stabilito, avremmo voluto vedere il forte di Khumbalgarh, che ha la seconda muraglia più grande al mondo, dopo quella cinese. pare che ci possano passare otto cavalli affiancati e per percorrerla tutta a piedi ci vogliano due giorni.
siamo invece passati dal tempio di Ranakhpur, dove a causa della legge che stabilisce che l'ingresso ai luoghi di culto debba essere gratuito per tutti, l'audioguida è obbligatoria e a pagamento. per fortuna è fatta molto bene e adesso sappiamo tutto sulla religione giainista. ma un primo passo verso il Nirvana.
per strada abbiamo incontrato i primi cammelli da tiro, che sono veramente giganti. i mezzi di trasporto qui sono i più disparati e non ci stupiamo più di niente.
all'arrivo a jodhpur l'autista si è rifiutato di portarci fino all'albergo, dicendo che le strade sono troppo strette. peccato che io ci fossi già stato, e sapessi che nel centro le macchine ci vanno, ma non c'è stato modo di convincerlo, né in inglese, né in italiano né a gesti.
in serata ho sentito il capo dell'agenzia, ha detto che ci avrebbe cambiato autista.
valeva il viaggio: le millequattrocentoquarantaquttro colonne del tempio di Ranakhpur, tutte istituire e ognuna diversa

mercoledì 15 novembre 2017

uccelli e non

a Mumbai ci sono pochi piccioni. in qualche piazza ci sono dei recinti, con strutture che sembrano piccoli templi, dove la gente sparge granaglie per i piccioni. e lì ce ne sono davvero tanti. poi ci sono tanti corvi, che hanno la funzione di spazzini.di tutta la spazzatura che si accumula ai bordi delle strade, la parte organica viene smaltita dai corvi, oltre che dai topi e dai cani. ma la maggior parte dai corvi. e comunque la spazzatura è sempre meno. rispetto a quattro anni fa la città è più pulita. poi ci sono i merli, che seguono sui prati le donne intente a strappare le erbacce con le mani. poi ci sono i falchi, che credo si nutrano di topi.
oggi siamo arrivati a Udaipur, e anche qui abbiamo visto parecchi falchi, ma più in forma, meno spennacchiati di quelli di Mumbai. sarà che c'è il lago, un po' più natura, l'aria buona. dal giardino pensile del palazzo del maharaja abbiamo sentito un verso che non abbiamo riconosciuto. più tardi, dal cortile di ingresso al palazzo abbiamo visto gruppi chiassosi di pappagalli (b. li chiama parrottini). erano verdi e rumorosi, come storni al tramonto. c'era anche qualche piccola rondine, a trovare rifugio tra le decorazioni del palazzo.
al tramonto siamo andati al gangaur ghat, in riva al lago. e abbiamo visto passare alcune formazioni di anatre, indecise sulla direzione da prendere.
poi altri falchi, ma no, sono più grandi, saranno aquile? ma no, volano in modo diverso, non planano e volano più in basso, guarda bene, sono giganteschi pipistrelli.
valeva il viaggio: la sit-com alla televisione all'aeroporto di Mumbai, uno schermo per ogni tabellone delle partenze.

martedì 14 novembre 2017

self tour

mezza giornata all'avventura in giro per le stazioni di Mumbai. raccapezzarsi tra i binari quando ci sono tre stazioni continue, con i numeri dei binari che non si parlano, non è semplice. e chiedere aiuto ai pochi indiani che non parlano inglese, non aiuta.
il dhobi ghat è una distesa di colori, siamo arrivati tardi e nessuno stava più lavando, ma i panni erano tutti stesi e il colpo d'occhio era notevole. come faranno a ritrovare tutti i panni una volta asciutti? cioè se io gli porto una maglietta blu, una rossa, e una verde, e loro mettono insieme tutti i rossi, tutti i verdi e tutti i blu, come fanno poi a ridarmi le mie tre magliette? è un mistero, come quello dei corrieri che portano le schiscette del pranzo, e non perdono un colpo.
del flower market, dopo diversi tentativi, troviamo solo le bancarelle che vendono le corone di fiori, e comunque son belle.
poi andiamo al tempio di mahalakshmi, dove la gente spinge le monete contro un muro, e se restano appiccicate, vuol dire che diventeranno ricchi, altrimenti cadono nella cassetta delle offerte. per entrare compriamo un fiore da offrire al tempio, e lasciamo le scarpe al venditore del fiore.
al museo c'è una mostra dell'India e il mondo, e tra il resto del mondo ci siamo noi. una mostra allestita molto bene, spiega la storia del mondo senza centrarla sulla cultura occidentale. Gesù come Ganesh, la Madonna come Parvati.
domani lasciamo mumbai per il rajastan.
valeva il viaggio: le corde con cui al dhobi ghat stendono i panni. sono due corde intrecciate, in modo che basta infilare un lembo di stoffa tra le due trecce, e il vestito resta appeso. con buona pace di chi poi lo dovrà stirare...

lunedì 13 novembre 2017

ritorno a mumbai

tornare a mumbai per la terza volta, a intervalli regolari di tre anni. la città è la stessa ma è cambiata, lentamente. se vivessi qui non me ne accorgerei. hanno aperto il nuovo terminal dell'aeroporto, sembra già vecchio come tutto qui, ma è molto bello come sa essere bella L'India. una bellezza abbandonata a se stessa.
anche la sopraelevata che su prende dall'aeroporto è nuova. sono poche centinaia di metri, ma fa saltare dharavi, ed è un peccato. il passaggio dal quell'inferno era per me un rito come il passaggio dello Stige. dimentica chi sei, ed entra a mumbai. ora la distesa di teli di plastica è sotto la sopraelevata, come lo sporco sotto il tappeto.
poi i taxi: le vecchie minuscole millecento non ci sono quasi più, sostituite da meno durature Suzuki maruti, vuote di storia ma piene di bozzi. saranno scomparse gradualmente, senza che nessuno se ne accorgesse. ma a me mancano.
stanno costruendo una nuova metropolitana. mi toccherà tornare tra altri tre anni a vedere come vanno i lavori.
prendo a prestito la chiusura...
valeva il viaggio: al duty free dell'aeroporto di Zurigo ho comprato un coltellino svizzero. così, dopo i controlli di sicurezza. sono salito in aereo con un coltello.

lunedì 18 agosto 2014

via da las vegas

ora, questo è il mio posto e posso permettermi di scriverci quello che mi va, però mi limito e lo dico una volta sola: io a las vegas non ci volevo andare.

solo che las vegas è in mezzo al deserto, e a me i deserti piacciono. mi piace riposare gli occhi su panorami lontani, mi piace l'aria limpida e trasparente, il caldo secco che ti asciuga senza farti sudare. mi piace la solitudine di incontrare una sola macchina ogni ora. mi piace vedere la vegetazione che cambia lentamente, joshua, yucca, cactus, sterpaglie, nulla, dune nulla sterpaglie cactus yucca joshua. mi piacciono anche le centrali solari. mi piace il canyon della hoover dam, e i suoi cessi art decò con l'omino vestito di verde che lucida indefesso la scritta BATHROOMS da ottant'anni. mi piace anche il bordo bianco del lago che indica quanto è sceso il livello, e ditemi che non c'è riscaldamento globale.
mi piace l'auto che mastica lentamente la strada.

poi nel mezzo c'è las vegas. se volete sapere qualcosa su las vegas comprate una guida.

poi al ritorno altro deserto, basi militari, il ristorante anni '50 di peggy sue, l'antipatia dei benzinai, i treni merci infiniti.

domenica 17 agosto 2014

la città degli angeli

so che non dovrei, ma provo lo stesso a raccontare gli ultimi giorni di viaggio, anche se a un mese di distanza. non sono gli ultimi, lo so. ma ormai sono tornato, los angeles appartiene a un mese fa, il viaggio è finito, e comunque ne era finito un pezzo. un volo dura poco, ma la luce fredda degli aeroporti, le procedure e la noia dell'attesa hanno quell'effetto, producono una cesura spazio-temporale, allontanano due città più di quanto le unisca il volo stesso.

intervallo

dall'alto los angeles è impressionante. larga e piatta, un'enorme scacchiera di inutili caselline popolata di milioni di pedine, che se non fosse delimitata da montagne e mare sembrerebbe infinita. solo poche torri svettano indicando dove si producono i soldi, il resto dall'aereo sembra solo una grande povertà polverosa. dal basso questa sensazione si perde, ci si muove in autostrada e sembra davvero la lombardia, solo che al posto di risaie e campi di mais ci sono capannoni e capannoni.

dal getty center si gode di un'ottima vista, il panorama sarebbe bellissimo se davanti ci fosse qualunque altro posto. forse il senso di un panorama è l'ampiezza della veduta, non quello che ci si trova davanti. quello che manca, al getty, è un panorama al contrario, un posto da cui non si veda los angeles, ma soltanto l'enorme massa bianca insieme morbida e rigorosa del museo.

a santa monica è sempre domenica. c'è il sole, i ristoranti sono pieni e la gente va a spasso in maglietta e pantaloncini, o guida auto decappottabili, e non capisci se stanno cercando parcheggio o solo di mettersi in mostra. i tassametri prendono la carta di credito. i camerieri sono stati in italia o vorrebbero tanto andarci. con un po' di mancia ti dicono quello che vorresti sentire, anche che sanno suonare il mandolino.

chissà dov'è il drugo.

venerdì 15 agosto 2014

Portland (souvenir)

portland sembra molto bella. sembra, perché non ne abbiamo visto molto. Francesca abita fuori città in un posto ameno che si chiama happy valley, ma che non ha nessun collegamento pubblico con il centro, per cui abbiamo girato solo un po' il centro approfittando del passaggio di una sua amica. a pranzo ci hanno portati in un ristorante italiano (!) che se la gioca con un ristorante Italiani in Italia. personale italianovero, e pure simpatici. il cameriere che ci ha serviti, Andrea, suina in una band e verrà a Milano in ottobre, gli ho consigliato di contattare il bellezza, sono curioso du sentirli. bel pomeriggi siamo andati in giro liberi. l'impressione è di una cittadina rilassata, piena di giovani e di homeless, di birrerie e gente che suona per strada. davanti al museo c'è un pianoforte rosa, con sopra scritto play me, I know you'd like to. una ragazza suonava da sola, cantando a occhi chiusi.
per l'aperitivo sul fiume ci hanno raggiunti due amiche di Francesca, l'argomento di discussione è sempre il burningman. chi lo conosce lo teme, ci sono molti preconcetti, oppure lo ama perché ci è stato.
la sera siamo stati a casa di kathy, che ha la madre bolognese e il marito costruttore. una casa da sogno, con un giardino a gradoni con tanto di gazebo in legno con un braciere in granito al centro. peccato solo che tutti i barbecue e i caminetti qui siano a gas. ok, è più sicuro e più comodo, ma vuoi mettere?
anni fa avevano una exchange student italiana,
che è stata coinvolta in una sparatoria in centro mentre usciva da una discoteca e si è presa sette proiettili, due sue amiche sono morte.
portland è bellissima e dà l'idea di essere molto civile e con una bella vita notturna. ma è sempre America. mi chiedo da quante armi siamo circondati, mentre passeggiamo...

Vancouver 3

la giornata comincia presto perché l'aria condizionata ha ucciso Claudio, ha una brutta tosse e jonathan ci accompagna in farmacia. qui non si può fare nulla senza macchina, le zone commerciali e residenziali sono separate, non esiste il negozio sotto casa. nella farmacia ci sono meno di venti gradi, giusto per far ammalare la gente e procurarsi i clienti.
poi torniamo in centro, dove passeggiamo intorno a downtown, che sulla cartina sembra un quartiere minuscolo, ma è grande come tutta la cerchia dei bastioni, se non di più.
ci troviamo alla mostra con Rey, c'è Coupland in persona che fotografa chiunque voglia farsi fotografare, le foto serviranno per i suoi quadri. mentre siamo in coda lui si volta, ci vede e ci chiede conferma che ci facciamo fotografare, evidentemente ha sentito che non siamo del posto, o forse gli piacciono i ricci di Claudio o la mia barba. in effetti la barba qui non va di moda, l'abbiamo solo Coupland e io.
per cena andiamo tutti insieme al ristorante, ci raggiungono Rosa, Lina e Marcello, e anche Rey cena con noi. la cameriera (qui sono tutte delle gnocche da paura) ci spiega che un piatto arriverà dopo 20 minuti, per cui non c'è lo farà pagare. in Italia sarebbe impensabile...

Vancouver 2

jonathan ci accompagna in centro e abbiamo la giornata libera. andiamo a zonzo e downtown è molto bello, zone vecchie (vecchie... nel 1880 qui non c'era nulla) e zone di grattacieli di cristallo sono attaccate, c'è una bella zona dell'Expo sulla baia, ce ne ricorderemo tra un anno.
a pranzo ci diamo appuntamento con Rey davanti alla galleria d'arte, e ho un momento di esaltazione: c'è una mostra di douglas coupland! ci diamo appuntamento per il giorno dopo, c'è l'apertura serale con ingresso a offerta libera.
dopopranzo camminiamo fino a granville island, isoletta che anticamente diceva essere du magazzini, mercati e pescatori. è l'equivalente dei docks di New York, passeggiamo nei mercati e ci riposiamo con una birra, poi rientriamo il battello.
troviamo anche un negozio di chitarre che per Claudio è il paese dei balocchi, cinque piani di strumenti di cui uno di sole chitarre.
per cena andiamo a casa di Marcello e Lina, con grigliata rituale on the deck, poi spunta una chitarra e Claudio è bravissimo a seguire le basi che Marcello mette su a raffica, e a sorridere. suonano anche Toto Cutugno. si esaltano. credo che a loro servano questi collegamenti con l'Italia, per sentire ancora un'identità. qui nessuno è di qui, qualunque famiglia è
immigrata, nessuno ha bisnonni nati qui, e forse nemmeno nonni. la città è fatta da comunità più o meno integrate, e chi è qui da più tempo si lamenta di quelli arrivati dopo. gli unici veri locali sono gli indians, o native americans, o aborigenals, cercando di essere sempre più politically correct per non dover ammettere di aver fottuto quelli che erano qui da migliaia di anni, e che oggi sono homeless e vivono principalmente di elemosina.

Vancouver

Viaggio tranquillo, cambio a Londra senza nemmeno il tempo di guardarsi intorno (poco male, conosco già a memoria il terminal 5, peccato solo per il sushi), volo per Vancouver eterno. un momento di eccitazione generale quando le nuvole sotto di noi si sono aperte per lasciar vedere gli infiniti ghiacciai della Groenlandia. fa effetto vedere una terra così lontana e desolata, senza un minimo di punti di riferimento a farne capire le dimensioni. quel crepaccio là sotto potrebbe essere largo un metro o un chilometro, il ghiacciaio potrebbe essere grande come un'autostrada o come tutta la Lombardia...
a Vancouver ci vengono a prendere Marcello e Lina, e comincia l'esperienza della vita con la famiglia italo-canadese. sono affettuosi, divertenti, Marcello parla continuamente e ci indica tutto quello che incrociamo, strade palazzi ponti montagne. di fronte alla città c'è whistler mountain, dove si sono tenuti i giochi invernali nel (metti qui una data a caso). davanti c'è l'Oceano, guai a chiamarlo mare.
domenica pranzo di famiglia al completo, per passare tutto il pomeriggio insieme ci si ritrova alle due, ci si siede a tavola alle tre e ci si alza alle otto. pranzo e cena insieme.
dopocena è troppo tardi per raggiungere Rey alla festa alla spiaggia, Marcello ci porta in macchina a fare il giro di Stanley Park, fermandosi nei punti più belli to take a picture. poi we go on. parlano proprio accussì, mezzo inglese half italian, anzi dialetto napoletano. ci abituiamo al gramelot ed è divertente e utile, nessuno si perde un colpo della conversazione. 

rosa è affascinante, gentile e divertente. vive con jonathan in una villetta a mezz'ora da downtown (it's a shame we don't have an autostrada), ristrutturata da poco e con gusto. ci fa vedere le foto dei lavori, ha fatto quasi tutto lui. sotto l'apparenza minimale e tecnologica, è tutto legno.

il principale argomento di discussione è il mercato immobiliare e quanti milioni costano le case e i maledetti cinesi che arrivano con le valigie piene di soldi e nessuno è più in grado di comprare una casa.