domenica 10 novembre 2013

jodhpur 2

dicono che sia la città blu, delle pietre e dell'argento. ieri avevo visto solo sterco di vacca e paccottiglia. oggi ho dedicato la giornata alla visita del forte, e mi son ricreduto. il concierge (parla perfettamente inglese francese tedesco, è rasato a zero e ha l'orecchino, quindi merita il titolo) era molto stupito che oggi volessi vedere solo il forte. qui sono abituati a gente che arriva, vede il forte, dorme e riparte. io che mi fermo tre notti sono uno strano.

continuando il discorso di ieri sui turisti, c'è solo una categoria peggiore dei turisti occidentali: il turisti indiani. si muovono a mandrie, composte o da una singola famiglia (di almeno 10 persone) o di interi villaggi, e in tal caso si identificano facilmente perché hanno tutti lo stesso cappellino, come un bambini delle elementari in gita.
in ogni caso, occupano completamente lo spazio. vedere in una stanza di museo con loro è impossibile. stai guardando un dipinto, e loro sgomitano per starti davanti, ti spingono indietro fisicamente! aspetti il tuo turno per affacciarti alla soglia della sala del trono, e loro non se ne vanno più. stai per scattare una foto, e ti si mettono davanti. non uno, eh tutti!
leggi un pannello esplicativo sui diversi tipi di sciabole, e loro si mettono a darsi le sciabolate davanti a te... e la parte più molesta è quando il capogruppo decide che è il momento di andarsene, e non si limita a urlare chalo! chalo!, ma cava di tasca il fischietto e fischia un rigore! un fischietto! in un museo! transumano nella stanza successiva dopo aver avuto il tempo di fotografare tutto, e di vedere niente. cerco di approfittare dei pochi secondi di pace prima dell'arrivo della prossima comitiva.

il palazzo del maharaja è notevole, enorme e intarsiato come una torta di panna. pavimenti di marmo bianco e muri lucidati a pietra, baldacchini e portantine in argento e oro, cuscini e specchi ovunque. il palazzo è in ottimo stato, e una parte è abitata dai discendenti dell'ultimo maharaja, che ancora oggi mantiene il discendenti di un uomo fatto murare vivo nelle fondamenta per buon auspicio, nel 1400. affacciandomi ai bastioni penso che allora anche la vista della città dev'essere identica a com'era nei secoli scorsi, tranne (forse) i clacson dei tuc-tuc e le poche antenne satellitari.
vista dall'alto jodhpur è davvero blu. sembra quasi bella dall'alto. forse è questo il senso dei moderni grattacieli di mumbai: stare lontani dalla povertà che c'è sotto, per sentirsi ricchi e pensare che la città sia più bella della realtà.

sabato 9 novembre 2013

jodhpur 1 (il principio di Heisenberg)

atterriamo a jodhpur dopo un'ora passata a girare in tondo, come se i piloti si fossero persi l'aeroporto. che poi non è altro che una zona recintata all'interno di una base militare, per cui siamo scrsi dall'aereo circondati da soldati con mitra spianato. sorridevano, ma faceva comunque impressione.
jodhpur è piccola, ma contiene lo stesso casino di Chennai, che così compresso diventa frenetico. tutti suonano il clacson a tutti, i venditori del mercato urlano, i clienti urlano, i cani abbaiano, i bambini piangono, solo le mucche, imperturbabili, stanno ferme in mezzo alla strada e ci pensano su.
la novità, per me, sono i turisti. a mumbai era facile evitarli, bastava uscire da colaba, e c'era una città si tredici milioni di persone ad attendermi. qui ci sono i gruppi dei tour organizzati, riconoscibili perché sembrano in pullman anche quando sono a piedi: in fila per quattro e con la guida davanti. quando si fermano si mettono a testuggine romana, e si difendono con le macchine fotografiche dall'assalto dei venditori.
mi allontano dal centro per non confondermi con loro, cammino fino ai giardini, un posto di pace dove il ragazzi giocano a cricket (con molta meno convinzione che a mumbai) e gli anziani a carte, e rientro facendo la via degli artigiani. un lustrascarpe mi chiede se mi sono perso. una mucca attraversa la strada lentamente, come pensandoci su.
tornando verso l'albergo vengo circondato da bambini che vogliono essere fotografati, e avvicinandomi al centro ecco che ritrovo il venditori di souvenir e di paccottiglia. è questo che fa si che io non voglia essere confuso con i gruppi organizzati, la considerazione che questo centro bellissimo, con il mercato antico e vivo, ogni volta che lo si osserva da turisti se ne fa morire un pezzo, ci sarà una bancarella che invece che vendere frutta o pentole come ha fatto per generazioni, venderà bracciali made in china, o braghe per ragazzine occidentali che pensano di vestirsi come in India (ma nessuno si veste così qui).
torno in albergo, a cenare sotto la vista impressionante del forte,  lasciando le mucche a pensarci su. 

mumbai 6bis (il cricket, il sesso e tutto quanto)

visto che devo aspettare il volo, cerco di ricordare cosa avevo scritto ieri sera. detesto riscrivere, anche perché questo blog è sì un modo per aggiornare lammamma e gli amici, ma soprattutto un modo mio per ticordare di più dei viaggi. quindi una volta scritto libero la memoria, se poi perdo Il post sono cazzi.
comunque ho dovuto cambiare albergo perché quello dei giorni scorsi non aveva più posto, e ne ho trovato uno vicino all'aeroporto. visto che sono quasi due ore di taxi, meglio farsele la sera con calma che la mattina con l'ansia, mi sono detto.
calma un corno: il tassista l'ho scelto perché è il primo che ho trovato, e anche perché era un anziano musulmano con la faccia simpatica e gli occhi vispi dietro gli occhialetti (i musulmani hanno una guida meno aggressiva degli indù se non siete di fretta preferiteli). traffico micidiale come sempre, ovviamente non conosceva la strada ma l'ho fatto arrivare in zona, mentre per sicurezza controllavo dove eravamo sul GPS. il tassista è sceso quattro volte a chiedeee indicazioni con il mio taccuino in mano, e ogni volta tornava ridendo. alla fine siamo arrivati a destinazione (di fronte a McDonald's, dopo tal edificio, dietro tal ristorante era l'indirizzo esatto). una topaia buona solo perché è vicina all'aeroporto. il tassista era simpatico e si è sbattuto, così gli ho dato una mancia che era la metà del prezzo della corsa. ah, a proposito: guidava come un pazzo.

del cricket volevo dire che l'altro giorno, mentre ero all'oval maidan a guardare venti partite, si è seduto accanto a me un ragazzo e abbiamo chiacchierato un po'. mi ha fatto le solite domande, fino al perché non sono sposato, e se ho mai "rejoiced" del sesso fuori dal matrimonio. l'ho scandalizzato (sì mamma) e quando mi ha chiesto quante volte e gli ho risposto chiedendogli se voleva sapere quante volte o con quante donne, perché le volte non ero in grado di contarle (sì, mamma) ha quasi avuto un infarto. lui si è appena diplomato al college, e l'anno prossimo si sposerà, e ovviamente è vergine. però si rifarà,perche è musulmano e qui in India potrà avere fino a quattro mogli.
mi ha dato una lezione di vita su perché è giusto c'è un uomo abbia più mogli (un uomo ha bisogno di essere soddisfatto) e perché le donne non devono avere più mariti (come si fa a sapere qual è il padre dei figli, poi?), e soprattutto mi ha esortato calorosamente a prendermi cura di mia sorella appena rientro, perché questa situazione è insostenibile! non è possibile che non abbia un marito! devo assolutamente fare qualcosa e riportarla sulla retta via per il bene della famiglia e per salvare il mio onore!
per fortuna in tutto questo è arrivato il suo amico, c'è lo prendeva in giro ad ogni frase.
mi sono divertito un sacco. mamma e sorella, quando torno facciamo i conti!

venerdì 8 novembre 2013

mumbai 6 (il cricket)

porca miseria avevo scritto un post bellissimo e si è cancellato!

accontentatevi:
http://it.m.wikipedia.org/wiki/Cricket

giovedì 7 novembre 2013

mumbai 5 (sulle tracce di shantaram)

e così ieri sera sono tornato al leopold's. c'ero già stato più volte due anni fa. ma ho deciso di mangiare carne ogni tanto per tenermi in piedi, e un po' di folklore turistico ogni tanto fa bene. oltretutto è un locale storico, è centrale nell'unico libro che sto leggendo quest'anno, ed è di fronte alla centrale di polizia di colaba. mi sono guardato intorno cercando tracce dei traffici di shantaram, di facce che ricordassero quei personaggi, ma non ne ho trovati. solo fuori, in due mi hanno offerto del fumo, ma senza convinzione. molti turisti, molti indiani wannabeamerican, solo un paio sembravano abbastanza fuori posto da essere, probabilmente, a casa loro. mi rimane la curiosità di andare a vedere il piano di sopra, avvolto in un'aura di mistero, con quella porticina sempre presidiata da un buttafuori. femmina, per l'occasione.
non sono l'unico turista solitario, ma mi faccio un punto d'onore di mangiare più lentamente, di sentirmi più a mio agio degli altri due. uno è il tipico americano wannabeindian, vestito come un santone (nessun indiano veste così, il santoni vanno in giro nudi o con la loro gonnella), barba lunga e fare spaccone. sembra conosca tutti il piatti, ma riesce a sbagliare ordine e gli portano qualcosa di diverso da ciò che si aspettava. io col mio chicken tikka masala sandwich sono stracontento. nel mio piccolo. lui va via, io mi godo il mio riposo.
oggi, sempre in tema shantaram, sono andato alla centrale di polizia, proprio di fronte. proprio quella dove venne arrestato.
mi stupisco della mancanza di controlli: per entrare in qualunque edificio vengo fatto passare nel metal detector, perquisito e mi viene aperto lo zainetto. qui entro senza che nessuno mi chieda nemmeno dove vado.
trovo un ufficio con dei poliziotti che sembrano occupatissimi a far niente (altro che napoli, l'ammuina l'hanno inventata qui), entro e mi fanno accomodare alla scrivania del poliziotto figo e in borghese tipo bollywood star. è chiaramente quello che fa carriera e che suscita il rispetto e l'invidia dei colleghi. mi fa portare un pezzo di carta e mi detta la denuncia, che io scrivo con cura. poi la passa a uno dei poliziotti in divisa e mi interroga. da dove vengo, che altri paesi ho visitato,  dove andrò dopo, quali città visiterò in rajastan, in che albergo abito, quanto pago la stanza, dov'è la mia famiglia, perché non sono sposato, che lavoro faccio, quanto guadagno. qui abbiamo un problema. lui che si sente molto figo guadagna 40.000 rupie. sono 500 euro. gli sembra impossibile che io guadagni così tanto più di lui, devo assolutamente aver sbagliato la conversione. gli spiego c'è la vita a milano costa molto di più che a mumbai, che metà del mio stipendio va in mutuo, e si tranquillizza.
poi mi manda in un'altra stanza con un poliziottino in divisa che non parla inglese, e che copia il miei dati dal passaporto su un registro, con una calligrafia che ricorda il caratteri hindi. molto elegante, ma non si capisce una mazza.
si fa ripetere tre volte il numero della carta, riscrive la dichiarazione sul registro, e mentre si arrabatta con la scrittura entra un altro poliziotto (saranno sei nella stanza, tutti a fare ammuina) con una pila di bicchierini e un sacchetto di plastica pieno di un liquido beige. è l'ora del chai, che qui è ogni 50 minuti. ridono quando capiscono che so cos'è il chai, e me lo offrono. non-si-rifiuta-il-chai-da-un-poliziotto, mi ripeto mentalmente. mi preparo a una diarrea epocale, e sorseggio con loro. è pure buono, caspita.
alla fine mi danno un foglietto che certifica "to whom so ever it may concern" che ho denunciato la scomparsa della carta di credito. inutile, ma qui, al check-in, vogliono vedere la carta con cui hai pagato il biglietto.
prima di uscire il poliziotto simpatico, quello del  chai che rideva sempre, mi si avvicina e mi ciede sottovoce quanto ho pagato la sim indiana. gli dico 1800, e mi fa segno dei soldi con la mano, indicando se stesso e lo scrivano. capisco al volo e gli chiedo quanto. 200. ho corrotto due poliziotti con due euro e quaranta, perché facessero il loro lavoro. sono uscito ridendo.

martedì 5 novembre 2013

mumbai 4 (sopravvivere a mumbai)

1. come attraversare la strada
lasciate perdere i semafori, sono un'istigazione al suicidio. il guidatori indiani - soprattutto il tassisti - se ne fregano dei semafori, a meno che non ci siano almeno quattro poliziotti di guardia all'incrocio. e anche in quel caso si fermano ben oltre le (labili) strisce pedonali. per attraversare incollatevi ad un indiano che deve attraversare, standogli sottovento. quando lui va, voi andate. in mancanza di un indiano, guardate le macchine che vanno nella vostra stessa direzione. è probabile,  anche se non certo, che quando c'è traffico dall'altra parte gli automobilisti si fermino. tutto ciò è assolutamente indipendente dal colore del semaforo, per cui cercate di attraversare più in fretta possibile

2. i venditori
essendo evidentemente non indiani, e quindi turisti, e quindi pieni di soldi, e quindi bambascioni, i venditori non vi daranno tregua. anche chi attacca bottone dicendo che non vuole denaro, alla fine ve ne chiederà, o cercherà di vendervi qualcosa. a meno che non abbiate intenzione di comprare, o di essere munifici, non fatevi problemi a essere un po' rudi. il no non basta. fare finta di niente non basta. l'unica cosa che funziona è il gesto con la mano, tipo sciò! preferibilmente con la sinistra. quello di solito funziona, anche se fanno la faccia offesa. attenzione a non farlo per sbaglio,  tipo a un cameriere. il nostro gesto "tutto bene", fatto con la mano aperta con il palmo verso il basso e mossa in orizzontale, per loro significa "vattene". è un po' rude, ma eviterete anche a loro una perdita di tempo con voi. 

3. il cibo
a mumbai e nel sud dell'India il cibo è essenzialmente vegetariano. troverete qualche ristorante "non veg", ma sono pochi e costano di più. quelli più tradizionali sono "pure veg", evitate di chiedere il chicken biryani... il piatti a base di riso (pulao,  biryani,  thali) riempiono molto e nutrono poco,  anche se sono saporiti. soprattutto sentirete presto la mancanza di vitamine. per questo,  oltre a ricorrere ad un integratore, non disdegnate il pezzetti di lime che vi offrono a fine pasto, né i semi di anice, che sono un potente anti-fermentazione (contro le puzzette,  sì). gli indiani mangiano molta frutta durante il giorno, per questo non ne troverete nei ristoranti, ma nelle bancarelle per strada. la frutta è buonissima, molto più che in Italia. scoprirete il vero sapore delle banane, del mango, e di un frutto stranissimo che sembra un carciofo, ma ha una polpa deliziosa che ricorda il sapore della vaniglia.
la migliore bevanda è il latte di cocco. la palma è alta, e le sue fibre sono un ottimo depuratore. fatevi spaccare una noce di cocco da un venditore per strada, e bevetene il succo (rifiutate la  cannuccia). è la bevanda più sana e dissetante che potete trovare.
se vi viene voglia di carne e cedete alla tentazione dei ristoranti all'occidentale, evitate il manzo. in tutta l'India macelleranno si e no dieci mucche all'anno, non mi sembra una buona idea fidarsene. meglio il pollo, che qui è più sano che da noi.

4. la gente
gli indiani sono tanti. tantissimi. sono abituati a stare vicini tra loro. non abbiate paura a camminare nella folla per strada, per loro è normale spintonarsi un po'. se nella calca vedete uno spazio libero, non andateci tirando un sospiro di sollievo, se è vuoto c'è probabilmente un motivo valido. vi piomberá addosso un pullman, o uno stormo di cornacchie vi cagherà in testa. gli indiani ne sanno, fate come loro.

varie
gli uomini sputano. masticano sacchettini riempiti di spezie da venditori di strada, salivano come cammelli e fanno certi sputi da mezzo litro che oltre a fare schifo,  probabilmente sono indelebili. se vedete un uomo che si inclina in avanti, passategli dietro: sta per sputare.

non credetevi furbi a contrattare il prezzo coi tassisti, come dice la guida. siate inflessibili e fategli usare il "meter", il tassametro. diteglielo prima di salire. se rifiuta, prendete un altro taxi. spenderete meno della metà rispetto al prezzo trattato. ma siate abbondanti con la mancia.

altro consiglio per i taxi: scrivere l'indirizzo dove dovete andare su un foglietto è inutile, sono quasi tutti analfabeti, e non conoscono il nomi delle vie. anche le mappe servono a poco, non le sanno leggere.
piuttosto guardate su guglmaps se c'è un punto di riferimento vicino (un ospedale, un tempio o una stazione) e ditegli quello. quando saranno in zona chiederanno aiuto a un passante, che saprà leggere e conoscerà la via. quindi fatelo, quel bigliettino.
p.s. scaricate la mappa offline sul telefono, è comodo.

se vi sedete da qualche parte per un po', tipo a riposarvi all'oval maidan guardando le partite di cricket, qualcuno si siederà vicino a voi e vi chiederà, nell'ordine: da dove venite (what's your good country, sir?), che lavoro fate (business), dov'è la vostra famiglia,  in che albergo alloggiate, quanto pagate la stanza e se vi piace l'india. poi vi ricorderà che Sonia Gandhi è italiana, vi saluterà gentilmente e andrà via felice. è solo inoffensiva curiosità, approfittatene per restituirla e fare le vostre domande. e trovare il coraggio di darvi delle risposte.

se improvvisamente vi trovate in un posto dove ci sono più di due turisti occidentali oltre a voi, avete sbagliato posto. siete in India, state con gli indiani, cribbio!

un'ultima considerazione: a mumbai non esiste il suono delle sirene, né della polizia né delle ambulanze. qualunque cosa significhi, fateci caso.

*questo post verrà integrato con eventuali nuovi consigli

mumbai 3 (il purgatorio è caldo, l'inferno è gelato)

sto finalmente cominciando ad ambientarmi. la scelta di passare un'intera settimana a mumbai sembra rivelarsi giusta: mi permette di ambientarmi lentamente, senza aggiungere il pensiero degli spostamenti al caldo al cibo, alla gente, alla solitudine e tutto quanto.
mumbai si sta rivelando come il mio purgatorio per entrare in India. mi rallenta i tempi e il metabolismo. mi allunga le giornate, mi fa aspettare la lentezza del tempo. e mi sta facendo sudare l'impossibile. la fronte mi si è ancora coperta di minuscoli brufoli da sudore,  li elimino passandoci sopra l'unghia dell'Indice: tac tac tac! significa che sto buttando fuori tossine.
il cibo qui è inutile e buono allo stesso tempo. essenzialmente a base di riso, con salsette ultrasaporite vicino. manca completamente di sostanza, ma in compenso gonfia tantissimo. sono sazio e affamato allo stesso tempo. sarà per questo che qui la gente mangia a qualsiasi ora, e son tutti magri e con la pancia, come dei merli.
ieri sera mi sono rifugiato al mondegar, perché sapevo che lì avrei trovato un po' di carne.  pollo tandoori buonissimo, mi ha fatto piacere.
oggi sono stato così bravo da seguire il mio programma:stamattina ai dhobi ghats,  poi crawford market,  poi museo. ora mi sono rifugiato sa star*ucks, nel retro del taj mahal. è il male, ma ha poltrone comode,  caffé buono,  wi-fi gratis e aria condizionata a palla. un inferno gelato.
il dhobi ghats sono le lavanderie municipali: una serie di vasche di cemento piene d'acqua dove viene fatto tutto il bucato a mano della città, poi viene steso ad asciugare rigorosamente per colore. la parte deprimente è che li si vede da un cavalcavia, che fa da balconata per decine di turisti (qui è stranamente pieno di tedeschi) che fanno tutti la stessa foto (anche io), assediati da indiani che cercano di vendere paccottiglia.
almeno la gita mi ha dato la scusa per prendere il treno,  anche se per poche fermate.
di crawford market non scriverò, perché ci ero già stato. è identico a due anni fa. tié.

domenica 3 novembre 2013

mumbai 2 (il cricket)

oggi avrei voluto scrivere del cricket. invece no.  oggi è diwali,  e scriverò del diwali.
Il diwali è la ricorrenza del ritorno a casa di rama, dopo 14 anni di prigionia. per l'occasione parwati illuminò il sentiero di casa con dei lumini, e per tradizione si mettono dei lumini alla porta di casa,  si mettono luci natalizie, ci si veste bene, si esce a cena in locali di lusso (cioè quelli per turisti) e soprattutto si tirano il petardi. visto che a tutti gli indiani piace fare festa, anche il musulmani fanno le stesse cose. non ho idea di cosa pensino gli estremisti di questa forma di eresia.
il botti sono la parte di festeggiamento che piace di più, sembra una guerra, anzi peggio: sembra il capodanno a napoli. non fate conoscere il diwali ai napoletani, altrimenti quelli fanno come il musulmani indiani e si mettono a festeggiarlo pure loro.
io sono andato a vedere il botti a marine drive. più che botti sono dei veri e propri fuochi d'artificio, ma sparati dalla gente lungo tutti i tre chilometri di lungomare. sicurezza zero, gente tanta. mi sono fermato Il tempo di fare qualche foto,  poi quando un fuoco di quelli che dovrebbero esplodere a trenta metri d'altezza ha pensato bene di farlo a terra, a dieci metri da me,  ho deciso che avevo fatto abbastanza foto.
per festeggiare diwali a mio modo,  ho perso la carta di credito. dev'essere uscita dal portafogli mentre pagavo qualcosa. ho vuotato il portafogli del superfluo prima di partire, e la mancanza di pressione ha fatto sì che la carta potesse scivolare. me ne ero accorto,  l'avevo spostata in una posizione più sicura,  ma non è bastato.
ho rifatto al trotto tutto il giro dei posti in cui avevo usato il portafogli, chiedendo in bar e ristoranti e guardando per strada,  ma niente. le carte di credito qui fanno gola (shantaram docet), e mi son dovuto adattare a bloccarla.
per fortuna avevo pensato di tenere il bancomat da un'altra parte, e ho dietro un bel po' di euro. continuare il viaggio non è un problema, ma avrei evitato volentieri, soprattutto già al secondo giorno di viaggio. tanto più che qui molti alberghi chiedono la carta di credito come garanzia per le prenotazioni telefoniche.

happy diwali.

sabato 2 novembre 2013

mumbai 1

sarà che domani è diwali, sarà che ha dodici milioni di abitanti, e una città così grande non può non cambiare, ma mumbai non è la stessa di due anni fa. è più bella. caotica, vivace, degna, orgogliosa e sorridente.
questa volta mi sono concesso il lusso di farmi venire a prendere in aeroporto con la macchina dell'albergo. costa il triplo di un taxi, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere l'indiano in livrea viola e nera che mi aspetta con un cartello con scritto "welcome mr matteo"? e poi quel tragitto di un'ora e mezza,  sopra e sotto il cavalcavia, attraverso lo slum di dharavi, con il traffico più incredibile, le coppiette in moto - lui col casco, lei col saree tirato sul viso per non prendere polvere.
mi sono commosso. avevo voglia di essere qui. nella gente, nel casino, nel caldo. la gente che mi sorride per strada senza motivo,  come al burning man, il casino che mi avvolge e mi guida lasciando spazi piccoli da riempire, che messi in fila fanno un percorso, il caldo che mi fa appiccicare addosso gli odori e il rumori.
no, non è la città ad essere cambiata. è che questa volta non ne ho paura. riesco persino ad attraversare la strada. mi ci lascio andare, mi sento bene. 

venerdì 18 ottobre 2013

tirare i colli (un fisico da passista ma velleità da scalatore)

avrei dovuto allenarmi per l'eroica. avrei dovuto. invece ho solo provato a vedere come andava con le salite. mi ero anche preparato il solito road-book, il fogliettino da tenere nella tasca dietro la schiena con gli appunti sulle svolte, le rotonde, le provinciali. e l'ho dimenticato a casa. era un segno, ma come si fa a tener conto dei segni, senza ricorrere al senno di poi?
da piacenza a castell'arquato è piatta, di quel piatto mattutino e umido che sembra piatto ma non è. dai la colpa all'ora, all'umido che incolla l'asfalto, poi capisci che c'è quella pendenza invisibile che ti fa spingere caparbio come se fosse pianura davvero, e invece ti sta spossando lentamente. poi, dopo castello, cominciano le salite, quelle serie. quelle che sai perché stai facendo fatica, e l'accetti con la rassegnazione che ti porta fino in cima. è zona di vigneti, e come cresce bene l'uva crescono anche le more. mi dico che fanno bene, soprattutto quelle grosse e nere e succose, e soprattutto ai ciclisti.
la discesa verso salsomaggiore è un toboga divertentissimo. stradine strette che a tratti franano, con mini cantieri sterrati e chicanes tra i campi. sembra la pista di gressoney, quella che arriva a punta yolanda. o uno scivolo dell'acquafan (non sono mai stato all'acquafan). ovviamente non penso nemmeno alla concreta possibilità di schiantarmi. morirei felice. le gomme da 32 sul bicio stanno da dio. una stabilità mai provata prima, tengono benissimo e rotolano fluide, peccato che su alba non ci stiano, altrimenti commetterei l'eresia anche su di lui (alba rosso acciaio è maschio, ricorda).
la salita per scollinare verso fornovo è massacrante. lì comincio a sentire tutti i chili di troppo, tutti i chilometri di troppo poco. arrivo in cima, vedo passare un'osteria con gli operai che si lavano le mani alla vasca sulla strada. penso che sarebbe bello mangiare lì, ma il bicio non si ferma, è troppo bella la discesa, ce ne saranno altre.
fornovo è come nella canzone di daniele silvestri. vicino all'incrocio di un paio di strade sterrate, che senza apparente motivo si incontrano, e poi disperate ripartono. una città inutile e brutta. non offendetevi, ma è così. solo un bar per mangiare un panino stanco. michela è carina e gentile, ma non abbastanza da far apprezzare la sosta. certe cose, con la stanchezza della bici, fanno male. bisogna avere un motivo per andare avanti, uno stomaco pieno e un'avventura. una soddisfazione che spinga avanti. quando butti il cuore oltre l'ostacolo, e oltre l'ostacolo trovi fornovo, decidi che non ne vale la pena.
lo smacco è che gli ultimi trenta chilometri, fino a parma (invece di langhirano, cavriago e reggio) li faccio a velocità da record. non ho il computer, ma credo di essere stato costantemente ben oltre i trenta.
arrivo a parma giusto in tempo per perdere un treno, mi tocca aspettare due ore per il regionale successivo. faccio due passi, la città la conosco anche troppo bene. il caso mi viene incontro come un frecciarossa, proprio ora, proprio qui. addio, parma.

lunedì 23 settembre 2013

bicio due volte (cartoline dall'adda)

il bicio è rinato a nuova vita, ha lo stesso colore di prima ma più luminoso, le cromature fighissime e il cambio campagnolo della sua stessa età, che all'epoca non mi potevo permettere. il lavoro mi è costato quanto l'avevo pagato nell'ottantanove. praticamente l'ho pagato due volte, ma ne valeva la pena.
ne approfitto per allenarmi sullo sterrato della martesana, e per provare la nuova bici vecchia.

come ogni settembre, la martesana è in secca.
i pesci si raccolgono nelle pozze più profonde, sono trote di mezzo metro. gli operatori (non so di che genere, ma decido che si chiamano operatori) li pescano con le reti e li spostano in grandi vasche caricate su furgoni, confido che la destinazione non sia una pescheria.

intorno i vecchietti della zona rosicano: "ma quelle bestie lì dov'è che sono, quando ci stiamo noi qui a pescare?"

a vaprio trovo un blocco, il tizio della protezione civile mi lascia passare ma dice che devo scendere e spingere. dopo una curva capisco il motivo, c'è il sindaco che sta inaugurando una passerella sul naviglio. a me sembra che non porti da nessuna parte, ma a giudicare dalla quantità di gente presente dev'essere l'evento dell'anno per vaprio d'adda.

a trezzo c'è un cantiere serio con ruspe e trivelle dentro l'alveo del naviglio. hanno interrotto l'alzaia, ma senza un cartello che avvisi per tempo. con un gruppo di ragazzi proviamo ad aggirare il cantiere passando in riva al fiume, ma non si riesce a passare, tantomeno con il bicio in spalla e con le scarpette da bici. bisogna tornare indietro fino a vaprio.

la centrale di trezzo, vista dal baretto in riva all'ansa del fiiume, è bellissima. sembra un enorme castello decò adagiato sulla riva. mi chiedo se è ancora in funzione, o se è visitabile.

lo sterrato è un po' peggio di come lo ricordavo, ma con le gomme larghe il bicio se la cava alla grande. devo solo stare attento a non fare curve strette, altrimenti la ruota anteriore sbanda. in compenso la catena nuova non si parla con il pignone vecchio, e in salita salta ad ogni pedalata. devo riportarla dal marnati, temo che ci sarà da cambiare tutto il pacco pignoni. dopotutto ha venticinque anni, sarebbe anche ora.

a lecco torno sull'asfalto, spingo come un dannato nei quattro maledetti chilometri di superstrada, il punto dove c'è solo quella ed è un passaggio obbligato. poi mi godo la strada, mi rendo conto di quanta fatica in più costi la ghiaia solo quando torno sull'asfalto.

a varenna mi fermo a riempire le borracce e ne approfitto per sciacquare via un po' di polvere dal bicio. si fermano due signori con un ragazzino, con bici ipermoderne. ci salutiamo (i ciclisti si salutano, come i tranvieri e i motociclisti), e mi fanno notare che la mia bici non è in carbonio, come se non lo sapessi. gli dico dell'eroica, sembrano interessati, "ma noi le bici vecchie le abbiamo date via".

riesco ad arrivare a colico, le soste mi hanno fatto perdere tempo ed è ora di tornare, ma son felice di sentire che avrei potuto proseguire ancora.
devo decidermi a provare le salite, altrimenti all'eroica ci sarà da ridere.

milano-lecco-colico via martesana
120km
5h30
senza computer, come una volta

martedì 10 settembre 2013

la cenere dell'uomo bruciato

la parte più difficile del rientro nel mondo di tutti i giorni è fare i conti con la mancanza dei sorrisi. laggiù ci si abitua a incrociare lo sguardo con chiunque, sorridere e salutarsi. è un modo di dire "io esisto, tu esisti". di riconoscersi, di dirsi che non siamo soli e che non abbiamo nulla da temere. tornato a milano (anzi, già a san francisco), mi accorgo che le persone non si guardano in faccia. io le guardo, e loro guardano da un'altra parte. per strada sembra che tutti abbiano problemi di cervicale, camminano con il collo rigido per non far vedere dove guardano, per fingere di essere soli al mondo e che per strada non c'è nessun altro. e io mi sento scemo, a guardare qua e là come un bambino. ma sono felice di essere un bambino.
così ho avuto un momento di felice stupore, quando mentre stavo per mangiare il mio panino, a pranzo, mi son sentito salutare. stavo guardando un bambino in passeggino, che mi guardava perplesso. gli ho sorriso, ma il "ciao" timido che ho sentito non veniva da lui. veniva dal padre. si è avvicinato e sottovoce mi ha detto "ho fame". gli ho dato il panino, e sono andato a comprarne un altro.
ora ho capito perché la gente qui non si guarda e non sorride. perché qui se uno sconosciuto ti parla, è perché vuole qualcosa. e tu quel qualcosa non glielo vuoi dare.
e io finché riesco continuerò a incrociare gli sguardi, a sorridere e salutare. anche a costo di dargli il mio panino. che tutto sommato non mi ha fatto sentire male. anzi.

lunedì 9 settembre 2013

burning man 2013

la sabbia è talmente sottile che viene chiamata polvere. è alcalina, secca la pelle e la catena della bicicletta, corrode la suola delle scarpe. il miglior rimedio è l'aceto. dopo un giorno ho il naso intasato di polvere cementata con il sangue. ci sono quaranta gradi di giorno, cinque di notte, e ogni tanto il vento forma mulinelli di polvere bianca che accecano. giro costantemente con occhiali da sci e benda contro la polvere. i bagni sono chimici, l'acqua per la doccia è razionata. faccio due docce in otto giorni. cinque minuti dopo la doccia sono uguale a prima.
benvenuto a casa.
un cinema nel punto più remoto del deserto proietta biancaneve e i sette nani alle quattro del pomeriggio (proiezione riservata ai bambini, posti esauriti) e to be or not to be alle due di notte.
ci sono gli autoscontri, a pedali.
un palo, bianco, lontano da tutto. di notte si illumina con una fila di led. scuotendo la testa a destra e sinistra appaiono un'esplosione nucleare, un razzo in decollo, nelson mandela, una rosa, una donna nuda, il dalai lama. dopo venti secondi si perde l'equilibrio e gira la testa.
una foresta di fogli di carta su un materasso di pelo bianco. la carta fa il solletico, a cinquanta gradi si sente freddo.
cerchietti di plastica, orecchie di pelo e colla a caldo.
prendi il vestito che vuoi, è tuo. se non ci entri, ecco le forbici per tagliarlo.
vieni a bere un bicchiere di champagne con noi.
una distesa di costellazioni colorate in cui pedalare.
un ufo precipitato a terra.
una radio trasmette musica classica.
yoga con musica dal vivo.
un generatore di gnocca.
il rocky horror picture show.
una fila di palloncini bianchi lunga due chilometri segue la forma del vento.
la processione dell'accensione dei lampioni con le lampade a olio.
un gelato nel deserto.
un bar con divani di pelle e le porte da saloon. una ragazza nuda fa la gara di capriole con i suoi amici.
un giardino zen.
ivan ha una camicia a fiori e un biglietto da visita. e basta.
un asceta con un tarocco attaccato al pisello.
ho lasciato il tuo cuscino di carta con la falena sull'altare. è bruciato con il tempio la domenica sera. è stato il mio modo di dirti addio con il fuoco.
gli italiani sono più bravi a usare il cric da camion per estrarre i tondini.
centocinquanta spritz serviti da un secchio.
babbo e mamma natale con il culo di fuori.
pane caldo e formaggio.
un galeone che naviga a vela nel deserto. sopra ci sono cinquanta persone che ballano.
ho regalato tre biciclette, una tenda, un portabici, cinquanta maschere veneziane, centocinquanta spritz.


mercoledì 5 giugno 2013

il bicio e l'eroica

ieri ho portato il bicio dal marnati. andare a trovarlo è come andare da un vecchio parente che non si sente mai, ma che si sa sempre che c'è, che è lì, e che due chiacchiere con te le scambia volentieri. burbero e gentile assieme.
basta l'età del bicio, per fare i conti con il tempo passato da quando l'ho conosciuto. era il millenovecentoottantasette. lo scovò mio padre, prese due mountain bike che il marnati disconobbe immediatamente, ma che ebbero il merito di farmi cominciare ad andare in bicicletta. dopo un'uscita sul naviglio pavese fino alla certosa di pavia capii che mi piaceva la strada, e che ci voleva una bici da strada. misi insieme tutti i risparmi, e nacque la prima bicicletta da corsa. l'unica a cui non ho dato un nome, me la rubarono nel giugno dell'89, mentre ero convalescente dall'incidente in auto, aveva meno di un anno di vita. per fortuna era quel (brevissimo) periodo in cui ciclobby faceva le assicurazioni sul furto delle bici, e io l'avevo assicurata. mi restituirono un milione e cento, e il marnati replicò quella bicicletta con pochissimi aggiustamenti. nacque il bicio.
il bicio ha visto la costa azzurra, la corsica, la bretagna, l'olanda, ancora la bretagna, la provenza, la puglia, l'europa dell'est, la francia fino a parigi, i balcani.
a ottobre il bicio farà l'eroica.
dovrò rimontare le gabbiette, le leve dei freni e le ruote originali, rimontare il cambio e metterla a punto per bene. coglierò l'occasione per rifare il look al bicio. per questo ieri sono andato a trovare il marnati. abbiamo discusso del colore e non siamo d'accordo.
perfetto, il bicio sarà una meraviglia. dopo quasi venticinque anni, è il minimo che possa fare.
ora è il caso che cominci ad allenarmi davvero. "l'eroica è un massacro", mi ha detto il marnati.

p.s. ho cominciato a smontare il bicio. via il manubrio, via la sella, via la catena, via i freni, via le ruote. mancano solo il movimento centrale e lo sterzo, e resterà solo quell'opera d'arte che è il telaio.
ogni volta mi impressiona constatare di quanti pochi pezzi ci vogliono per fare una bici. è il vero senso della perfezione.

martedì 23 ottobre 2012

valle borbera

e torniamo finalmente a scrivere di bici. lo so è passato un anno, sono andato molto meno in bici ma l'ho sognata molto di più. un'idea di viaggio è diventata un'altra cosa, ma alba è sempre lì che mi guarda, io lo guardo (alba, nonostante il nome, è maschio) e i sensi di colpa si fanno sentire. perché è fermo. perché è sporco. perché la catena ha bisogno di essere pulita, sgrassata e oliata. e anche io ne ho bisogno, questa necessità ci accomuna.
insomma in questo anno è arrivata giulietta, siamo andati insieme a fare il bracco, il naviglio grande, la bassa veronese, il velodromo. non è che siamo stati proprio fermi, ma sono ben lontano dalle migliaia di chilometri degli anni passati.
tant'è, dopo un anno quasi completamente in pianura, sabato mi è venuta voglia di salire. di sentire la fatica, e il cuore che pompa forte nelle tempie, di pensare per ore che la prossima pedalata sarà l'ultima, ma è sempre la prossima. questa qui ancora la faccio. e forse, alla fine, ritrovarmi in cima.
da tutta la vita passo accanto alla valle borbera, andando o tornando dalla liguria. conosco solo quel cartello verde dell'uscita dell'autostrada, e un santuario in alto sul colle.
i primi dieci chilometri sono pura campagna. la valle è larga, piatta e assolata. la strada sale dolcemente, sembra quasi pianura, pedalo agile e rilassato. i campi in autunno sono meravigliosi, appena arati per la semina autunnale, e ancora umidi di rugiada alle dieci del mattino. la terra ha un bel colore marrone scuro, rassicurante. sa di grasso, di buono, di nutrimento.
poi, con una discesina e una curva improvvise, cambia tutto. la valle borbera è fatta come una clessidra: ha una strozzatura nel mezzo. una valle in cui il fiume si insinua serpeggiando e scavandone i fianchi in un dedalo di vallette. dieci chilometri di orrido tortuoso e ramificato, con la strada alta sulla fiancata e il fiume che scorre in basso sulla ghiaia spianata, tra pareti verticali di roccia. il panorama è mozzafiato, la strada è perfetta e deserta. una lapide ricorda le battaglie della resistenza, a imperitura memoria degli eroi della libertà. porta i segni delle pallottole di nostalgia fascista.
altri dieci chilometri e il collo di bottiglia (o meglio, di clessidra) finisce, la valle si allarga e ricompaiono i campi, i paesi. sempre più piccoli e spopolati, ma dignitosi. penso a quando questa gente doveva inerpicarsi su un sentiero e percorrere l'orrido, per arrivare al resto del mondo. quando d'inverno rimanevano bloccati dal gelo, e in primavera dal disgelo che riempiva il fiume e lo rendeva, probabilmente, impercorribile.
al trentaseiesimo chilometro si comincia a fare sul serio. un ponticello, e la strada si inerpica sull'ennesima valletta, in mezzo al bosco. l'asfalto è sempre ottimo ma le foglie e il pietrisco dicono che passano poche macchine. all'ombra comincia a fare freddo. guardo il computer. mancano mille metri di dislivello, e quattordici di strada. cerco di non pensarci. salgo di duecento metri e c'è un castello, è una scusa per fare una pausa e vado a vederlo, ma è poco più di un cumulo di pietre, con un panorama mozzafiato. cerco in alto la posizione del passo, ma potrebbe essere ovunque. passano tre ragazzi in vespa, mi salutano. salgo di altri duecento metri e mi rifermo, su un tornante. comincio a pensare di non farcela, ma faccio altri duecento metri. senza allenamento le salite sono infinite.
gli ultimi cento metri sono come l'arrivo di momenti di gloria. mi vedo pedalare da tutti gli angoli di ripresa, con il nastro d'arrivo che si rompe mille volte, a ogni colpo di pedale. parcheggiate davanti a un agriturismo ci sono le tre vespe, ma la salita non è finita e non mi voglio fermare se non in cima. sul passo. su un prato. al sole. senza maglia, ad asciugarmi, bere, mangiare, riposarmi prima della discesa. finalmente un altro ciclista, ci salutiamo. sparute forme di vita umana in questo posto ignoto al mondo.
la discesa, come sempre, mi esalta. le strade deserte, l'asfalto ottimo mi lanciano sul filo dei sessanta all'ora fino a sbagliare strada. perdo il bivio dove avrei dovuto girare a destra, e finisco troppo in basso in val trebbia, mi tocca risalire per dieci chilometri in più del previsto fino al passo della scoffera. le salite non previste fanno male, in cima (cima... la scoffera non è poi così panoramica) mi fermo unico ciclista tra motociclisti. li guardo con sufficienza, mi guardano con sufficienza. ci capiamo come velisti e motoscafisti. insomma, riprendo fiato e mi lancio in discesa, sulla statalona perché ho voglia di arrivare. a capofitto fino a brignole. avrei voluto vedere il mare, ma il treno è tra dieci minuti, sarà per la prossima volta.


105 km
7h30'
1650m di dislivello

lunedì 14 novembre 2011

wayanad

biryani
il biryani è una ricetta di origine persiana, portata in india durante un'invasione di cui se volete sapere qualcosa andate su wiki.
per farla serve una gamella di cipolla, quindici grammi di menta, altrettanto coriandolo e aneto, tutto l'aglio che riuscite a farci stare e parecchio zenzero. peperoncino verde, pomodoro fresco, foglie di curry (che in italia ovviamente non esiste, e non si riesce a portare dall'india perché va usato fresco. riuscireste a portare il basilico fresco in aereo per quindici ore?). poi uvetta, cardamomo, semi di finocchio, curcuma e coriandolo in polvere, cannella e anice stellato. pare che la ricetta originale conti diciotto ingredienti diversi.
da una parte si fa una padella con olio di cocco o ghee, quando è sciolto ci si mette la metà delle spezie. quando il cardamomo si spacca si mette la cipolla: 700 grammi per un chilo di riso.si frullano o si pestano 75 grammi di aglio con 15 di ginger e 2/3 del peperoncino, poi si mettono in padella e si gira per trenta secondi. quando si sente il profumo si aggiungono 5 grammi di curcuma, 15 di coriandolo e, se lo voglio piccante, anche altro peperoncino. aggiungo 500 grammi di pomodoro finché non si scioglie, allora aggiungo 75-100 grammi di yogurt. se non voglio mettere yogurt metto del limone per dare la stessa acidità. aggiungo patate, fagiolini e carote tagliati a pezzetti, rigorosamente di sbieco, e lessati con la curcuma. poi aggiungo coriandolo, aneto e menta.
da un'altra parte soffriggo in 150ml di ghee o olio le altre spezie, il riso sciacquato e poi lasciato a bagno 15 minuti, 150g di cipolla, foglie di curry (vedi sopra). quando la cipolla è appassita aggiungo un litro e mezzo di acqua e 45/60g di sale. quando il riso fa la schiuma spengo il fuoco, copro e lascio che assorba l'acqua (questa parte non mi convince molto).
a questo punto le due parti dovrebbero essere pronte più o meno contemporaneamente: in una pentola metto tutto a strati: riso, verdure, riso, erbe, verdure, riso, verdure, riso. sopra ci metto acqua di rose, ghee e garam masala (che ovviamente non ricordo cos'è, credo un misto che si trova solo lì), zafferano. contorno il bordo della pentola con un rotolo di pasta, per sigillare il coperchio. rimetto sul fuoco per due minuti, o in forno per cinque minuti a 180 gradi (in tal caso lascio il riso un po' al dente).
quando porto in tavola e apro, tutti nel raggio di 500 m sapranno che lì c'è del biryani.

domenica 13 novembre 2011

nilgiri express

e il consiglio si è rivelato prezioso. arriviamo in stazione alle 5.30, c'è già coda allo sportello del capostazione, passaggio obbligato per fare il salto di classe, e passare dal limbo della lista d'attesa al lusso del posto assicurato. l'ufficio è ancora chiuso. lo ignoriamo, e troviamo le transenne della coda per la waiting list. siamo i primi. poco dopo arrivano due ragazzi indiani. il vagone dei viaggiatori senza prenotazione è occupato per metà dal vano portabagagli, che lascia spazio per tre soli scompartimenti. trenta persone. se facessero salire in rigoroso ordine di lista d'attesa, saremmo fuori.
alle 6 arriva il treno da coimbatore, e la stazione improvvisamente si anima, si riempie di gente. la coda si allunga, fortunatamente un poliziotto affianca il capostazione per tenerla ordinata. qui i poliziotti sembrano molto poco marziali, ma quando danno un ordine vengono presi molto sul serio. abbiamo finalmente la certezza che saliremo sul treno, e ci rilassiamo.
il poliziotto ci controlla i biglietti e ci fa salire per primi, indicandoci perentoriamente dove dobbiamo sedere. non discutiamo. man mano che la coda si svuota, comincia uno strano balletto di gente che, avendo trovato un posto, cerca di farsene assegnare uno migliore. il capotreno gioca a tetris con persone e valigie, c'è gran fermento e non si capisce più quali posti sono occupati e quali liberi. noi restiamo buoni buoni dove ci è stato detto: i nostri posti ci vanno bene, e non abbiamo voglia di muovere gli zaini da sotto i sedili.
il poliziotto però non è d'accordo e mi chiede di nuovo i biglietti. mi dice you have been upgraded, con tono serio. ci fa prendere armi e bagagli e lo seguiamo al vagone successivo, quello di seconda con prenotazione. ci indica due posti accanto a un finestrino rotto, sostituito con un pannello di legno. io busso con la mano sul pannello e guardo il poliziotto. un americano (tutti quelli magri e tristi con i capelli grigi sono americani, anche se son tedeschi) ci guarda rassegnato e scuote la testa, lui da lì non si muoverà, non ha il coraggio di lamentarsi e non vedrà nulla. io dico al capotreno che preferivamo i posti di prima. il poliziotto scuote la testa pure lui, come davanti a due stranieri ingrati che non apprezzano il suo sforzo. però funziona: ci spostano due scompartimenti più avanti, vicino a un finestrino integro.
il treno parte, e veniamo immediatamente adottati dai nostri compagni di viaggio: una grande famiglia indiana. tre sorelle, mariti, figli, amici e parenti. è domenica, e la gita sulle blue mountains è ambita anche dagli indiani. ci offrono da mangiare (riso e daal a colazione), ci fanno tutte le domande di rito. quando il treno fischia urlano. quando entriamo in galleria urlano. quando la locomotiva a vapore arranca in salita, e il treno si muove a balzi come una cinquecento imballata, spingono dondolandosi, e noi urliamo e ci dondoliamo e ridiamo con loro. è una festa gioiosa. il ritmo degli stantuffi diventa un battito di mani, il battito di mani diventa un canto, tutte le cinquanta persone del vagone cantano insieme, noi battiamo le mani e ridiamo con loro.
nelle soste per riempire d'acqua la caldaia scendiamo e facciamo le foto, compriamo samosa e polpette di verdure fritte. le scimmie vengono a chiederci da mangiare con espressioni umane. hanno imparato l'orario del treno, e ogni mattina sono lì ad aspettare i turisti. attraversiamo piantagioni di té, la nostra famiglia indiana è sempre più allegra. la donna che fa da interprete con gli altri è chiacchierona, dice che gli italiani le piacciono perché non sono come gli inglesi, a cui non piace la compagnia degli indiani. noi ci divertiamo, siamo grati al poliziotto per l'inspiegabile e inatteso cambio di classe.
nelle soste guardiamo gli altri turisti occidentali più organizzati di noi, che avevano prenotato per tempo il loro posto in prima classe, e non viaggiano con gli indiani. hanno l'aria annoiata, non si parlano tra di loro, non parlano con la gente di qui, per loro ci sono solo il treno e il panorama. noi abbiamo il calore delle persone, gli odori e i sorrisi. siamo felici di essere viaggiatori disorganizzati.
ci colleghiamo un momento in internet dal cellulare e scopriamo che berlusconi si è dimesso. quando ci chiedono di cantare qualcosa in italiano l'unica scelta possibile è bella ciao. siamo in india, su un treno a vapore, a duemila metri di quota, in mezzo a una famiglia indiana, e cantiamo bella ciao mentre loro battono le mani e già al secondo ritornello cantano con noi: bella ciao, bella ciao, bella ciaociaociao. sono felici anche quando gli spieghiamo il significato di quella canzone, loro che non sanno nulla di resistenza, ma sanno meglio di noi cos'è l'occupazione straniera. non sanno chi sia berlusconi, ma ci vedono contenti e sono felici per noi. la nostra soddisfazione è immensa.
salendo, le palme e i banani hanno lasciato il posto agli eucalipti e ai larici. arrivai a ooty ci accoglie il profumo balsamico di eucalipti e l'aria fresca di montagna. siamo nel posto più alto del nostro viaggio. abbiamo finito di peregrinare, domani raggiungeremo il wayanad e la casa dove ci godremo il meritato riposo, e scopriremo ancora un'altra india.

sabato 12 novembre 2011

alapunzha-mettupalayam

levataccia alle cinque del mattino per prendere il treno alle sei. anche questa volta in sleeper class, ma senza prenotazione. il treno si riempie in un paio di fermate, davanti a noi una ragazza dai modi educati e il padre. sul treno passano continuamente i venditori di caffé e di chai, che recitano continuamente la litania: chai, chai, chai, senza sosta, come un mantra. non scendono nemmeno quando il treno parte, continuano sempre a incrociarsi con i lodo bidoni di latta, i bicchieri di carta e i loro mantra: coffee, coffee, coffee, chai, coffee, chai, chai, chai. io li guardo passare, e loro quando se ne accorgono si fermano e mi guardano con aria interrogativa: chai?
il padre compra due bicchiedi di chai per la figlia e per sé. lei tira fuori dei biscotti e li offre al padre e alla bambina in braccio alla madre, seduta accanto a noi. viaggiamo comodi ma il viaggio è lungo, controllo i nomi delle femrate sulla cartina per passare il tempo e collegare il panorama ai luoghi.
a una fermata la ragazza saluta educatamente il signore e scende. non era il padre, non si conoscevano. erano solo seduti vicini, e hanno viaggiato insieme. un indiano non è mai solo nelle cose che fa, le fa insieme alle persone che ha vicino. viaggiare insieme è chiacchierare, assicurarsi che tutto vada bene, bere un chai insieme, interessarsi alla persona che ti sta accanto e che fa con te un pezzo di strada. un pezzo di vita. per quello, per quel momento, quella persona è importante.
a coimbatore il caos, l'inquinamento, il rumore ci ricordano che siamo tornati in tamil nadu, e rinunciamo a cercare la fermata dell'autobus per mettupalayam, contrattiamo il prezzo di un taxi. circa 10€ per 40km. il traffico è il più allucinante che abbiamo visto finora in india, e le strade le peggiori. chilometri senza nemmeno un metro di asfalto, nonostante il caldo teniamo chiusi i finestrini per non far entrare la polvere. è talmente fitta che per un tratto non si vede nulla, la polvee è nebbia e vediamo appena la macchina davanti. all'arrivo il tassista ci chiede 50 rupie in più per il traffico. mi dico che sono solo 75 centesimi, e glieli do. scopriamo che il tassista è il fratello della receptionist del nostro albergo. son tutti fratelli, in india.
mettupalayam non è altro che un incrocio, una stazione e una ventina di alberghi catapecchia, che danno l'impressione di esistere solo per i turisti che devono prendere il nilgiri express all'alba. se qualcuno si ferma due notti, è perché non è riuscito a trovare posto sull'unico treno, alle sette del mattino.
su consiglio della receptionist-sorella-del-tassista andiamo subito a fare i biglietti per domani. siamo in waiting list, e abbiamo quaranta persone davanti. la receptionist ci spiega che non c'è problema, dobbiamo solo andare in stazione alle cinque e mezza a metterci in coda, perché ci sono solo tre vagoni: uno di prima classe, uno di seconda e uno per quelli come noi, senza prenotazione. ci dice che è sicura che riusciremo a prendere il treno. nonostante la prospettiva di levataccia, tiriamo un sospiro di sollievo.

venerdì 11 novembre 2011

alapunzha


ogni tanto il viaggiatore si consente un momento di sprovvedutezza. sono i momenti in cui si abbassa il livello di attenzione, ci si distrae nel presente e si dimentica il futuro. un viaggio senza prenotazioni è fatto di molto futuro e un po' di presente. tutto sta nel trovare il giusto bilanciamento tra i due. godersi quello che si sta facendo, il luogo in cui si è, e non perdere d'occhio l'esigenza di proseguire in viaggio, di pianificare la prossima mossa. di non perdere il treno, insomma.
ieri, arrivati ad alapunzha, avevamo deciso di prenderci un giorno di riposo, e di approfittarne per andare in treno a visitare fort cochin, 100 km più a nord. un0'ora di treno. ieri sera siamo anche andati in stazione a chiedere gli orari dei treni, e l'impiegato aveva snocciolato una serie di orari che ci avevano convinti che ci fosse un treno ogni mezz'ora. stamattina abbiamo fatto colazione con calma, al risotrante dell'albergo accanto al nostro. con calma e tempi lunghi, alle dieci, arrivati in stazione (nel nulla a 3 km dalla città) abbiamo scoperto che l'ultimo treno della mattina era partito mezz'ora prima, e il primo del pomeriggio era troppo tardi per visitare cochin e rientrare. incazzatura, malumore, delusione di conseguenza. torniamo in città, giriamo come topi in gabbia e prendiamo, a piedi, la via della psiaggia, sottovalutando caldo, umore e distanza. una giornata da buttare. la salviamo rifugiandoci in un ristorante per occidentali sulla spiaggia, dove mangiamo bene e troviamo anche birra di qualità. ci rilassiamo, recuperiamo il buonumore e un tuctuc, e torniamo in centro a cercare un internet e a comprare un po' di spezie.
almeno abbiamo i biglietti del treno di domani per coimbatore. la nostra dose di futuro è assicurata.

giovedì 10 novembre 2011

kollam-alapunzha


tutta la giornata trascorre in traghetto, da Kollam ad Alapunzha, navigando nelle backwaters, laghi e canali che scorrono lungo la costa per centinaia di chilometri.
aspettando la partenza chiacchiero con uno dei battellieri, che mi dice che con la crisi economica in europa, loro hanno meno turisti. mi chiede se so qual è il motivo della crisi, ma io non me la sento di affrontare il discorso con un battelliere indiano, mi imbarazzerebbe minimizzare e non voglio fare il sapientone spiegandogli dettagli che non capirebbe. così gli dico che è complicato, e lui coglie la palla al balzo: dice che effettivamente è una situazione da cui è complicato uscire. i governi europei si sono indebitati troppo, hanno contratto prestiti emettendo buoni del tesoro per pagare il benessere che la popolazione chiede, invece di spendere solo quello che avevano si sono indebitati fino al collo. ora nessuno sa come saldare il debito, e né le banche né gli stati si prestano più soldi tra loro, perché non si sa chi è indebitato con chi, chi è in grado di onorare i debiti e chi no. così tutta l'economia si ferma, in attesa di una soluzione che nessuno conosce. dice che in india invece il governo spende solo quello che incassa di tasse: avranno le strade piene di buchi, ma la loro economia è sana. rimango senza parole, riesco solo a dirgli che è esattamente così. ho appena ricevuto una lezione di economia internazionale da un barcaiolo indiano. forse è vero che abbiamo da imparare dalle economie emergenti. tutto sta a vedere se loro saranno capaci di non imparare da noi, di non commettere i nostri stessi errori.
anche se ci fermiamo solo per il pranzo vediamo spettacoli che valgono il viaggio in barca: villaggi di pescatori, risaie, muche, uccelli e barche a remi che trasportano di tutto. assistiamo perfino a una specie di transumanza di anatre. tre pastori su tre piroghe, che governano uno storbo di migliaia di anatre. sembrano ancora troppo giovani per volare, o forse gli hanno tarpato le ali. la "mandria" è troppo estesa per riuscire a fotografarla tutta.
avvicinandoci ad alapunzha incontriamo sempre più kettu vallam, le case galleggianti costruite sulle vecchie barche per il trasporto del riso. alcune sono enormi, altre più piccole e caratteristiche. l'impressione generale è di un lusso insensato. i passeggeri che vediamo sono quasi tutti indiani o, all'apparenza, russi.
il viaggio trascorre tranquillo, non fosse per il fatto che cristina non sta bene. nella cena di ieri qualcosa le ha fatto male, dev'essere stato il riso, che è l'unica cosa che io non ho toccato. il pesce era decisamente la scelta giusta!
arrivati, schiviamo la folla di procacciatori di camere, questa volta davvero fastidiosi, e troviamo facilmente la guesthouse governativa che avevamo prenotato, ed è la prima stanza veramente bella e pulita da quando siamo arrivati in india. questo governo comunista del kerala mi piace sempre di più. decidiamo di approfittare e fissiamo una notte in più, ne approfitteremo per fare una gita in giornata a kochi, domani.