sabato 2 novembre 2013

mumbai 1

sarà che domani è diwali, sarà che ha dodici milioni di abitanti, e una città così grande non può non cambiare, ma mumbai non è la stessa di due anni fa. è più bella. caotica, vivace, degna, orgogliosa e sorridente.
questa volta mi sono concesso il lusso di farmi venire a prendere in aeroporto con la macchina dell'albergo. costa il triplo di un taxi, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere l'indiano in livrea viola e nera che mi aspetta con un cartello con scritto "welcome mr matteo"? e poi quel tragitto di un'ora e mezza,  sopra e sotto il cavalcavia, attraverso lo slum di dharavi, con il traffico più incredibile, le coppiette in moto - lui col casco, lei col saree tirato sul viso per non prendere polvere.
mi sono commosso. avevo voglia di essere qui. nella gente, nel casino, nel caldo. la gente che mi sorride per strada senza motivo,  come al burning man, il casino che mi avvolge e mi guida lasciando spazi piccoli da riempire, che messi in fila fanno un percorso, il caldo che mi fa appiccicare addosso gli odori e il rumori.
no, non è la città ad essere cambiata. è che questa volta non ne ho paura. riesco persino ad attraversare la strada. mi ci lascio andare, mi sento bene. 

venerdì 18 ottobre 2013

tirare i colli (un fisico da passista ma velleità da scalatore)

avrei dovuto allenarmi per l'eroica. avrei dovuto. invece ho solo provato a vedere come andava con le salite. mi ero anche preparato il solito road-book, il fogliettino da tenere nella tasca dietro la schiena con gli appunti sulle svolte, le rotonde, le provinciali. e l'ho dimenticato a casa. era un segno, ma come si fa a tener conto dei segni, senza ricorrere al senno di poi?
da piacenza a castell'arquato è piatta, di quel piatto mattutino e umido che sembra piatto ma non è. dai la colpa all'ora, all'umido che incolla l'asfalto, poi capisci che c'è quella pendenza invisibile che ti fa spingere caparbio come se fosse pianura davvero, e invece ti sta spossando lentamente. poi, dopo castello, cominciano le salite, quelle serie. quelle che sai perché stai facendo fatica, e l'accetti con la rassegnazione che ti porta fino in cima. è zona di vigneti, e come cresce bene l'uva crescono anche le more. mi dico che fanno bene, soprattutto quelle grosse e nere e succose, e soprattutto ai ciclisti.
la discesa verso salsomaggiore è un toboga divertentissimo. stradine strette che a tratti franano, con mini cantieri sterrati e chicanes tra i campi. sembra la pista di gressoney, quella che arriva a punta yolanda. o uno scivolo dell'acquafan (non sono mai stato all'acquafan). ovviamente non penso nemmeno alla concreta possibilità di schiantarmi. morirei felice. le gomme da 32 sul bicio stanno da dio. una stabilità mai provata prima, tengono benissimo e rotolano fluide, peccato che su alba non ci stiano, altrimenti commetterei l'eresia anche su di lui (alba rosso acciaio è maschio, ricorda).
la salita per scollinare verso fornovo è massacrante. lì comincio a sentire tutti i chili di troppo, tutti i chilometri di troppo poco. arrivo in cima, vedo passare un'osteria con gli operai che si lavano le mani alla vasca sulla strada. penso che sarebbe bello mangiare lì, ma il bicio non si ferma, è troppo bella la discesa, ce ne saranno altre.
fornovo è come nella canzone di daniele silvestri. vicino all'incrocio di un paio di strade sterrate, che senza apparente motivo si incontrano, e poi disperate ripartono. una città inutile e brutta. non offendetevi, ma è così. solo un bar per mangiare un panino stanco. michela è carina e gentile, ma non abbastanza da far apprezzare la sosta. certe cose, con la stanchezza della bici, fanno male. bisogna avere un motivo per andare avanti, uno stomaco pieno e un'avventura. una soddisfazione che spinga avanti. quando butti il cuore oltre l'ostacolo, e oltre l'ostacolo trovi fornovo, decidi che non ne vale la pena.
lo smacco è che gli ultimi trenta chilometri, fino a parma (invece di langhirano, cavriago e reggio) li faccio a velocità da record. non ho il computer, ma credo di essere stato costantemente ben oltre i trenta.
arrivo a parma giusto in tempo per perdere un treno, mi tocca aspettare due ore per il regionale successivo. faccio due passi, la città la conosco anche troppo bene. il caso mi viene incontro come un frecciarossa, proprio ora, proprio qui. addio, parma.

lunedì 23 settembre 2013

bicio due volte (cartoline dall'adda)

il bicio è rinato a nuova vita, ha lo stesso colore di prima ma più luminoso, le cromature fighissime e il cambio campagnolo della sua stessa età, che all'epoca non mi potevo permettere. il lavoro mi è costato quanto l'avevo pagato nell'ottantanove. praticamente l'ho pagato due volte, ma ne valeva la pena.
ne approfitto per allenarmi sullo sterrato della martesana, e per provare la nuova bici vecchia.

come ogni settembre, la martesana è in secca.
i pesci si raccolgono nelle pozze più profonde, sono trote di mezzo metro. gli operatori (non so di che genere, ma decido che si chiamano operatori) li pescano con le reti e li spostano in grandi vasche caricate su furgoni, confido che la destinazione non sia una pescheria.

intorno i vecchietti della zona rosicano: "ma quelle bestie lì dov'è che sono, quando ci stiamo noi qui a pescare?"

a vaprio trovo un blocco, il tizio della protezione civile mi lascia passare ma dice che devo scendere e spingere. dopo una curva capisco il motivo, c'è il sindaco che sta inaugurando una passerella sul naviglio. a me sembra che non porti da nessuna parte, ma a giudicare dalla quantità di gente presente dev'essere l'evento dell'anno per vaprio d'adda.

a trezzo c'è un cantiere serio con ruspe e trivelle dentro l'alveo del naviglio. hanno interrotto l'alzaia, ma senza un cartello che avvisi per tempo. con un gruppo di ragazzi proviamo ad aggirare il cantiere passando in riva al fiume, ma non si riesce a passare, tantomeno con il bicio in spalla e con le scarpette da bici. bisogna tornare indietro fino a vaprio.

la centrale di trezzo, vista dal baretto in riva all'ansa del fiiume, è bellissima. sembra un enorme castello decò adagiato sulla riva. mi chiedo se è ancora in funzione, o se è visitabile.

lo sterrato è un po' peggio di come lo ricordavo, ma con le gomme larghe il bicio se la cava alla grande. devo solo stare attento a non fare curve strette, altrimenti la ruota anteriore sbanda. in compenso la catena nuova non si parla con il pignone vecchio, e in salita salta ad ogni pedalata. devo riportarla dal marnati, temo che ci sarà da cambiare tutto il pacco pignoni. dopotutto ha venticinque anni, sarebbe anche ora.

a lecco torno sull'asfalto, spingo come un dannato nei quattro maledetti chilometri di superstrada, il punto dove c'è solo quella ed è un passaggio obbligato. poi mi godo la strada, mi rendo conto di quanta fatica in più costi la ghiaia solo quando torno sull'asfalto.

a varenna mi fermo a riempire le borracce e ne approfitto per sciacquare via un po' di polvere dal bicio. si fermano due signori con un ragazzino, con bici ipermoderne. ci salutiamo (i ciclisti si salutano, come i tranvieri e i motociclisti), e mi fanno notare che la mia bici non è in carbonio, come se non lo sapessi. gli dico dell'eroica, sembrano interessati, "ma noi le bici vecchie le abbiamo date via".

riesco ad arrivare a colico, le soste mi hanno fatto perdere tempo ed è ora di tornare, ma son felice di sentire che avrei potuto proseguire ancora.
devo decidermi a provare le salite, altrimenti all'eroica ci sarà da ridere.

milano-lecco-colico via martesana
120km
5h30
senza computer, come una volta

martedì 10 settembre 2013

la cenere dell'uomo bruciato

la parte più difficile del rientro nel mondo di tutti i giorni è fare i conti con la mancanza dei sorrisi. laggiù ci si abitua a incrociare lo sguardo con chiunque, sorridere e salutarsi. è un modo di dire "io esisto, tu esisti". di riconoscersi, di dirsi che non siamo soli e che non abbiamo nulla da temere. tornato a milano (anzi, già a san francisco), mi accorgo che le persone non si guardano in faccia. io le guardo, e loro guardano da un'altra parte. per strada sembra che tutti abbiano problemi di cervicale, camminano con il collo rigido per non far vedere dove guardano, per fingere di essere soli al mondo e che per strada non c'è nessun altro. e io mi sento scemo, a guardare qua e là come un bambino. ma sono felice di essere un bambino.
così ho avuto un momento di felice stupore, quando mentre stavo per mangiare il mio panino, a pranzo, mi son sentito salutare. stavo guardando un bambino in passeggino, che mi guardava perplesso. gli ho sorriso, ma il "ciao" timido che ho sentito non veniva da lui. veniva dal padre. si è avvicinato e sottovoce mi ha detto "ho fame". gli ho dato il panino, e sono andato a comprarne un altro.
ora ho capito perché la gente qui non si guarda e non sorride. perché qui se uno sconosciuto ti parla, è perché vuole qualcosa. e tu quel qualcosa non glielo vuoi dare.
e io finché riesco continuerò a incrociare gli sguardi, a sorridere e salutare. anche a costo di dargli il mio panino. che tutto sommato non mi ha fatto sentire male. anzi.

lunedì 9 settembre 2013

burning man 2013

la sabbia è talmente sottile che viene chiamata polvere. è alcalina, secca la pelle e la catena della bicicletta, corrode la suola delle scarpe. il miglior rimedio è l'aceto. dopo un giorno ho il naso intasato di polvere cementata con il sangue. ci sono quaranta gradi di giorno, cinque di notte, e ogni tanto il vento forma mulinelli di polvere bianca che accecano. giro costantemente con occhiali da sci e benda contro la polvere. i bagni sono chimici, l'acqua per la doccia è razionata. faccio due docce in otto giorni. cinque minuti dopo la doccia sono uguale a prima.
benvenuto a casa.
un cinema nel punto più remoto del deserto proietta biancaneve e i sette nani alle quattro del pomeriggio (proiezione riservata ai bambini, posti esauriti) e to be or not to be alle due di notte.
ci sono gli autoscontri, a pedali.
un palo, bianco, lontano da tutto. di notte si illumina con una fila di led. scuotendo la testa a destra e sinistra appaiono un'esplosione nucleare, un razzo in decollo, nelson mandela, una rosa, una donna nuda, il dalai lama. dopo venti secondi si perde l'equilibrio e gira la testa.
una foresta di fogli di carta su un materasso di pelo bianco. la carta fa il solletico, a cinquanta gradi si sente freddo.
cerchietti di plastica, orecchie di pelo e colla a caldo.
prendi il vestito che vuoi, è tuo. se non ci entri, ecco le forbici per tagliarlo.
vieni a bere un bicchiere di champagne con noi.
una distesa di costellazioni colorate in cui pedalare.
un ufo precipitato a terra.
una radio trasmette musica classica.
yoga con musica dal vivo.
un generatore di gnocca.
il rocky horror picture show.
una fila di palloncini bianchi lunga due chilometri segue la forma del vento.
la processione dell'accensione dei lampioni con le lampade a olio.
un gelato nel deserto.
un bar con divani di pelle e le porte da saloon. una ragazza nuda fa la gara di capriole con i suoi amici.
un giardino zen.
ivan ha una camicia a fiori e un biglietto da visita. e basta.
un asceta con un tarocco attaccato al pisello.
ho lasciato il tuo cuscino di carta con la falena sull'altare. è bruciato con il tempio la domenica sera. è stato il mio modo di dirti addio con il fuoco.
gli italiani sono più bravi a usare il cric da camion per estrarre i tondini.
centocinquanta spritz serviti da un secchio.
babbo e mamma natale con il culo di fuori.
pane caldo e formaggio.
un galeone che naviga a vela nel deserto. sopra ci sono cinquanta persone che ballano.
ho regalato tre biciclette, una tenda, un portabici, cinquanta maschere veneziane, centocinquanta spritz.


mercoledì 5 giugno 2013

il bicio e l'eroica

ieri ho portato il bicio dal marnati. andare a trovarlo è come andare da un vecchio parente che non si sente mai, ma che si sa sempre che c'è, che è lì, e che due chiacchiere con te le scambia volentieri. burbero e gentile assieme.
basta l'età del bicio, per fare i conti con il tempo passato da quando l'ho conosciuto. era il millenovecentoottantasette. lo scovò mio padre, prese due mountain bike che il marnati disconobbe immediatamente, ma che ebbero il merito di farmi cominciare ad andare in bicicletta. dopo un'uscita sul naviglio pavese fino alla certosa di pavia capii che mi piaceva la strada, e che ci voleva una bici da strada. misi insieme tutti i risparmi, e nacque la prima bicicletta da corsa. l'unica a cui non ho dato un nome, me la rubarono nel giugno dell'89, mentre ero convalescente dall'incidente in auto, aveva meno di un anno di vita. per fortuna era quel (brevissimo) periodo in cui ciclobby faceva le assicurazioni sul furto delle bici, e io l'avevo assicurata. mi restituirono un milione e cento, e il marnati replicò quella bicicletta con pochissimi aggiustamenti. nacque il bicio.
il bicio ha visto la costa azzurra, la corsica, la bretagna, l'olanda, ancora la bretagna, la provenza, la puglia, l'europa dell'est, la francia fino a parigi, i balcani.
a ottobre il bicio farà l'eroica.
dovrò rimontare le gabbiette, le leve dei freni e le ruote originali, rimontare il cambio e metterla a punto per bene. coglierò l'occasione per rifare il look al bicio. per questo ieri sono andato a trovare il marnati. abbiamo discusso del colore e non siamo d'accordo.
perfetto, il bicio sarà una meraviglia. dopo quasi venticinque anni, è il minimo che possa fare.
ora è il caso che cominci ad allenarmi davvero. "l'eroica è un massacro", mi ha detto il marnati.

p.s. ho cominciato a smontare il bicio. via il manubrio, via la sella, via la catena, via i freni, via le ruote. mancano solo il movimento centrale e lo sterzo, e resterà solo quell'opera d'arte che è il telaio.
ogni volta mi impressiona constatare di quanti pochi pezzi ci vogliono per fare una bici. è il vero senso della perfezione.

martedì 23 ottobre 2012

valle borbera

e torniamo finalmente a scrivere di bici. lo so è passato un anno, sono andato molto meno in bici ma l'ho sognata molto di più. un'idea di viaggio è diventata un'altra cosa, ma alba è sempre lì che mi guarda, io lo guardo (alba, nonostante il nome, è maschio) e i sensi di colpa si fanno sentire. perché è fermo. perché è sporco. perché la catena ha bisogno di essere pulita, sgrassata e oliata. e anche io ne ho bisogno, questa necessità ci accomuna.
insomma in questo anno è arrivata giulietta, siamo andati insieme a fare il bracco, il naviglio grande, la bassa veronese, il velodromo. non è che siamo stati proprio fermi, ma sono ben lontano dalle migliaia di chilometri degli anni passati.
tant'è, dopo un anno quasi completamente in pianura, sabato mi è venuta voglia di salire. di sentire la fatica, e il cuore che pompa forte nelle tempie, di pensare per ore che la prossima pedalata sarà l'ultima, ma è sempre la prossima. questa qui ancora la faccio. e forse, alla fine, ritrovarmi in cima.
da tutta la vita passo accanto alla valle borbera, andando o tornando dalla liguria. conosco solo quel cartello verde dell'uscita dell'autostrada, e un santuario in alto sul colle.
i primi dieci chilometri sono pura campagna. la valle è larga, piatta e assolata. la strada sale dolcemente, sembra quasi pianura, pedalo agile e rilassato. i campi in autunno sono meravigliosi, appena arati per la semina autunnale, e ancora umidi di rugiada alle dieci del mattino. la terra ha un bel colore marrone scuro, rassicurante. sa di grasso, di buono, di nutrimento.
poi, con una discesina e una curva improvvise, cambia tutto. la valle borbera è fatta come una clessidra: ha una strozzatura nel mezzo. una valle in cui il fiume si insinua serpeggiando e scavandone i fianchi in un dedalo di vallette. dieci chilometri di orrido tortuoso e ramificato, con la strada alta sulla fiancata e il fiume che scorre in basso sulla ghiaia spianata, tra pareti verticali di roccia. il panorama è mozzafiato, la strada è perfetta e deserta. una lapide ricorda le battaglie della resistenza, a imperitura memoria degli eroi della libertà. porta i segni delle pallottole di nostalgia fascista.
altri dieci chilometri e il collo di bottiglia (o meglio, di clessidra) finisce, la valle si allarga e ricompaiono i campi, i paesi. sempre più piccoli e spopolati, ma dignitosi. penso a quando questa gente doveva inerpicarsi su un sentiero e percorrere l'orrido, per arrivare al resto del mondo. quando d'inverno rimanevano bloccati dal gelo, e in primavera dal disgelo che riempiva il fiume e lo rendeva, probabilmente, impercorribile.
al trentaseiesimo chilometro si comincia a fare sul serio. un ponticello, e la strada si inerpica sull'ennesima valletta, in mezzo al bosco. l'asfalto è sempre ottimo ma le foglie e il pietrisco dicono che passano poche macchine. all'ombra comincia a fare freddo. guardo il computer. mancano mille metri di dislivello, e quattordici di strada. cerco di non pensarci. salgo di duecento metri e c'è un castello, è una scusa per fare una pausa e vado a vederlo, ma è poco più di un cumulo di pietre, con un panorama mozzafiato. cerco in alto la posizione del passo, ma potrebbe essere ovunque. passano tre ragazzi in vespa, mi salutano. salgo di altri duecento metri e mi rifermo, su un tornante. comincio a pensare di non farcela, ma faccio altri duecento metri. senza allenamento le salite sono infinite.
gli ultimi cento metri sono come l'arrivo di momenti di gloria. mi vedo pedalare da tutti gli angoli di ripresa, con il nastro d'arrivo che si rompe mille volte, a ogni colpo di pedale. parcheggiate davanti a un agriturismo ci sono le tre vespe, ma la salita non è finita e non mi voglio fermare se non in cima. sul passo. su un prato. al sole. senza maglia, ad asciugarmi, bere, mangiare, riposarmi prima della discesa. finalmente un altro ciclista, ci salutiamo. sparute forme di vita umana in questo posto ignoto al mondo.
la discesa, come sempre, mi esalta. le strade deserte, l'asfalto ottimo mi lanciano sul filo dei sessanta all'ora fino a sbagliare strada. perdo il bivio dove avrei dovuto girare a destra, e finisco troppo in basso in val trebbia, mi tocca risalire per dieci chilometri in più del previsto fino al passo della scoffera. le salite non previste fanno male, in cima (cima... la scoffera non è poi così panoramica) mi fermo unico ciclista tra motociclisti. li guardo con sufficienza, mi guardano con sufficienza. ci capiamo come velisti e motoscafisti. insomma, riprendo fiato e mi lancio in discesa, sulla statalona perché ho voglia di arrivare. a capofitto fino a brignole. avrei voluto vedere il mare, ma il treno è tra dieci minuti, sarà per la prossima volta.


105 km
7h30'
1650m di dislivello

lunedì 14 novembre 2011

wayanad

biryani
il biryani è una ricetta di origine persiana, portata in india durante un'invasione di cui se volete sapere qualcosa andate su wiki.
per farla serve una gamella di cipolla, quindici grammi di menta, altrettanto coriandolo e aneto, tutto l'aglio che riuscite a farci stare e parecchio zenzero. peperoncino verde, pomodoro fresco, foglie di curry (che in italia ovviamente non esiste, e non si riesce a portare dall'india perché va usato fresco. riuscireste a portare il basilico fresco in aereo per quindici ore?). poi uvetta, cardamomo, semi di finocchio, curcuma e coriandolo in polvere, cannella e anice stellato. pare che la ricetta originale conti diciotto ingredienti diversi.
da una parte si fa una padella con olio di cocco o ghee, quando è sciolto ci si mette la metà delle spezie. quando il cardamomo si spacca si mette la cipolla: 700 grammi per un chilo di riso.si frullano o si pestano 75 grammi di aglio con 15 di ginger e 2/3 del peperoncino, poi si mettono in padella e si gira per trenta secondi. quando si sente il profumo si aggiungono 5 grammi di curcuma, 15 di coriandolo e, se lo voglio piccante, anche altro peperoncino. aggiungo 500 grammi di pomodoro finché non si scioglie, allora aggiungo 75-100 grammi di yogurt. se non voglio mettere yogurt metto del limone per dare la stessa acidità. aggiungo patate, fagiolini e carote tagliati a pezzetti, rigorosamente di sbieco, e lessati con la curcuma. poi aggiungo coriandolo, aneto e menta.
da un'altra parte soffriggo in 150ml di ghee o olio le altre spezie, il riso sciacquato e poi lasciato a bagno 15 minuti, 150g di cipolla, foglie di curry (vedi sopra). quando la cipolla è appassita aggiungo un litro e mezzo di acqua e 45/60g di sale. quando il riso fa la schiuma spengo il fuoco, copro e lascio che assorba l'acqua (questa parte non mi convince molto).
a questo punto le due parti dovrebbero essere pronte più o meno contemporaneamente: in una pentola metto tutto a strati: riso, verdure, riso, erbe, verdure, riso, verdure, riso. sopra ci metto acqua di rose, ghee e garam masala (che ovviamente non ricordo cos'è, credo un misto che si trova solo lì), zafferano. contorno il bordo della pentola con un rotolo di pasta, per sigillare il coperchio. rimetto sul fuoco per due minuti, o in forno per cinque minuti a 180 gradi (in tal caso lascio il riso un po' al dente).
quando porto in tavola e apro, tutti nel raggio di 500 m sapranno che lì c'è del biryani.

domenica 13 novembre 2011

nilgiri express

e il consiglio si è rivelato prezioso. arriviamo in stazione alle 5.30, c'è già coda allo sportello del capostazione, passaggio obbligato per fare il salto di classe, e passare dal limbo della lista d'attesa al lusso del posto assicurato. l'ufficio è ancora chiuso. lo ignoriamo, e troviamo le transenne della coda per la waiting list. siamo i primi. poco dopo arrivano due ragazzi indiani. il vagone dei viaggiatori senza prenotazione è occupato per metà dal vano portabagagli, che lascia spazio per tre soli scompartimenti. trenta persone. se facessero salire in rigoroso ordine di lista d'attesa, saremmo fuori.
alle 6 arriva il treno da coimbatore, e la stazione improvvisamente si anima, si riempie di gente. la coda si allunga, fortunatamente un poliziotto affianca il capostazione per tenerla ordinata. qui i poliziotti sembrano molto poco marziali, ma quando danno un ordine vengono presi molto sul serio. abbiamo finalmente la certezza che saliremo sul treno, e ci rilassiamo.
il poliziotto ci controlla i biglietti e ci fa salire per primi, indicandoci perentoriamente dove dobbiamo sedere. non discutiamo. man mano che la coda si svuota, comincia uno strano balletto di gente che, avendo trovato un posto, cerca di farsene assegnare uno migliore. il capotreno gioca a tetris con persone e valigie, c'è gran fermento e non si capisce più quali posti sono occupati e quali liberi. noi restiamo buoni buoni dove ci è stato detto: i nostri posti ci vanno bene, e non abbiamo voglia di muovere gli zaini da sotto i sedili.
il poliziotto però non è d'accordo e mi chiede di nuovo i biglietti. mi dice you have been upgraded, con tono serio. ci fa prendere armi e bagagli e lo seguiamo al vagone successivo, quello di seconda con prenotazione. ci indica due posti accanto a un finestrino rotto, sostituito con un pannello di legno. io busso con la mano sul pannello e guardo il poliziotto. un americano (tutti quelli magri e tristi con i capelli grigi sono americani, anche se son tedeschi) ci guarda rassegnato e scuote la testa, lui da lì non si muoverà, non ha il coraggio di lamentarsi e non vedrà nulla. io dico al capotreno che preferivamo i posti di prima. il poliziotto scuote la testa pure lui, come davanti a due stranieri ingrati che non apprezzano il suo sforzo. però funziona: ci spostano due scompartimenti più avanti, vicino a un finestrino integro.
il treno parte, e veniamo immediatamente adottati dai nostri compagni di viaggio: una grande famiglia indiana. tre sorelle, mariti, figli, amici e parenti. è domenica, e la gita sulle blue mountains è ambita anche dagli indiani. ci offrono da mangiare (riso e daal a colazione), ci fanno tutte le domande di rito. quando il treno fischia urlano. quando entriamo in galleria urlano. quando la locomotiva a vapore arranca in salita, e il treno si muove a balzi come una cinquecento imballata, spingono dondolandosi, e noi urliamo e ci dondoliamo e ridiamo con loro. è una festa gioiosa. il ritmo degli stantuffi diventa un battito di mani, il battito di mani diventa un canto, tutte le cinquanta persone del vagone cantano insieme, noi battiamo le mani e ridiamo con loro.
nelle soste per riempire d'acqua la caldaia scendiamo e facciamo le foto, compriamo samosa e polpette di verdure fritte. le scimmie vengono a chiederci da mangiare con espressioni umane. hanno imparato l'orario del treno, e ogni mattina sono lì ad aspettare i turisti. attraversiamo piantagioni di té, la nostra famiglia indiana è sempre più allegra. la donna che fa da interprete con gli altri è chiacchierona, dice che gli italiani le piacciono perché non sono come gli inglesi, a cui non piace la compagnia degli indiani. noi ci divertiamo, siamo grati al poliziotto per l'inspiegabile e inatteso cambio di classe.
nelle soste guardiamo gli altri turisti occidentali più organizzati di noi, che avevano prenotato per tempo il loro posto in prima classe, e non viaggiano con gli indiani. hanno l'aria annoiata, non si parlano tra di loro, non parlano con la gente di qui, per loro ci sono solo il treno e il panorama. noi abbiamo il calore delle persone, gli odori e i sorrisi. siamo felici di essere viaggiatori disorganizzati.
ci colleghiamo un momento in internet dal cellulare e scopriamo che berlusconi si è dimesso. quando ci chiedono di cantare qualcosa in italiano l'unica scelta possibile è bella ciao. siamo in india, su un treno a vapore, a duemila metri di quota, in mezzo a una famiglia indiana, e cantiamo bella ciao mentre loro battono le mani e già al secondo ritornello cantano con noi: bella ciao, bella ciao, bella ciaociaociao. sono felici anche quando gli spieghiamo il significato di quella canzone, loro che non sanno nulla di resistenza, ma sanno meglio di noi cos'è l'occupazione straniera. non sanno chi sia berlusconi, ma ci vedono contenti e sono felici per noi. la nostra soddisfazione è immensa.
salendo, le palme e i banani hanno lasciato il posto agli eucalipti e ai larici. arrivai a ooty ci accoglie il profumo balsamico di eucalipti e l'aria fresca di montagna. siamo nel posto più alto del nostro viaggio. abbiamo finito di peregrinare, domani raggiungeremo il wayanad e la casa dove ci godremo il meritato riposo, e scopriremo ancora un'altra india.

sabato 12 novembre 2011

alapunzha-mettupalayam

levataccia alle cinque del mattino per prendere il treno alle sei. anche questa volta in sleeper class, ma senza prenotazione. il treno si riempie in un paio di fermate, davanti a noi una ragazza dai modi educati e il padre. sul treno passano continuamente i venditori di caffé e di chai, che recitano continuamente la litania: chai, chai, chai, senza sosta, come un mantra. non scendono nemmeno quando il treno parte, continuano sempre a incrociarsi con i lodo bidoni di latta, i bicchieri di carta e i loro mantra: coffee, coffee, coffee, chai, coffee, chai, chai, chai. io li guardo passare, e loro quando se ne accorgono si fermano e mi guardano con aria interrogativa: chai?
il padre compra due bicchiedi di chai per la figlia e per sé. lei tira fuori dei biscotti e li offre al padre e alla bambina in braccio alla madre, seduta accanto a noi. viaggiamo comodi ma il viaggio è lungo, controllo i nomi delle femrate sulla cartina per passare il tempo e collegare il panorama ai luoghi.
a una fermata la ragazza saluta educatamente il signore e scende. non era il padre, non si conoscevano. erano solo seduti vicini, e hanno viaggiato insieme. un indiano non è mai solo nelle cose che fa, le fa insieme alle persone che ha vicino. viaggiare insieme è chiacchierare, assicurarsi che tutto vada bene, bere un chai insieme, interessarsi alla persona che ti sta accanto e che fa con te un pezzo di strada. un pezzo di vita. per quello, per quel momento, quella persona è importante.
a coimbatore il caos, l'inquinamento, il rumore ci ricordano che siamo tornati in tamil nadu, e rinunciamo a cercare la fermata dell'autobus per mettupalayam, contrattiamo il prezzo di un taxi. circa 10€ per 40km. il traffico è il più allucinante che abbiamo visto finora in india, e le strade le peggiori. chilometri senza nemmeno un metro di asfalto, nonostante il caldo teniamo chiusi i finestrini per non far entrare la polvere. è talmente fitta che per un tratto non si vede nulla, la polvee è nebbia e vediamo appena la macchina davanti. all'arrivo il tassista ci chiede 50 rupie in più per il traffico. mi dico che sono solo 75 centesimi, e glieli do. scopriamo che il tassista è il fratello della receptionist del nostro albergo. son tutti fratelli, in india.
mettupalayam non è altro che un incrocio, una stazione e una ventina di alberghi catapecchia, che danno l'impressione di esistere solo per i turisti che devono prendere il nilgiri express all'alba. se qualcuno si ferma due notti, è perché non è riuscito a trovare posto sull'unico treno, alle sette del mattino.
su consiglio della receptionist-sorella-del-tassista andiamo subito a fare i biglietti per domani. siamo in waiting list, e abbiamo quaranta persone davanti. la receptionist ci spiega che non c'è problema, dobbiamo solo andare in stazione alle cinque e mezza a metterci in coda, perché ci sono solo tre vagoni: uno di prima classe, uno di seconda e uno per quelli come noi, senza prenotazione. ci dice che è sicura che riusciremo a prendere il treno. nonostante la prospettiva di levataccia, tiriamo un sospiro di sollievo.

venerdì 11 novembre 2011

alapunzha


ogni tanto il viaggiatore si consente un momento di sprovvedutezza. sono i momenti in cui si abbassa il livello di attenzione, ci si distrae nel presente e si dimentica il futuro. un viaggio senza prenotazioni è fatto di molto futuro e un po' di presente. tutto sta nel trovare il giusto bilanciamento tra i due. godersi quello che si sta facendo, il luogo in cui si è, e non perdere d'occhio l'esigenza di proseguire in viaggio, di pianificare la prossima mossa. di non perdere il treno, insomma.
ieri, arrivati ad alapunzha, avevamo deciso di prenderci un giorno di riposo, e di approfittarne per andare in treno a visitare fort cochin, 100 km più a nord. un0'ora di treno. ieri sera siamo anche andati in stazione a chiedere gli orari dei treni, e l'impiegato aveva snocciolato una serie di orari che ci avevano convinti che ci fosse un treno ogni mezz'ora. stamattina abbiamo fatto colazione con calma, al risotrante dell'albergo accanto al nostro. con calma e tempi lunghi, alle dieci, arrivati in stazione (nel nulla a 3 km dalla città) abbiamo scoperto che l'ultimo treno della mattina era partito mezz'ora prima, e il primo del pomeriggio era troppo tardi per visitare cochin e rientrare. incazzatura, malumore, delusione di conseguenza. torniamo in città, giriamo come topi in gabbia e prendiamo, a piedi, la via della psiaggia, sottovalutando caldo, umore e distanza. una giornata da buttare. la salviamo rifugiandoci in un ristorante per occidentali sulla spiaggia, dove mangiamo bene e troviamo anche birra di qualità. ci rilassiamo, recuperiamo il buonumore e un tuctuc, e torniamo in centro a cercare un internet e a comprare un po' di spezie.
almeno abbiamo i biglietti del treno di domani per coimbatore. la nostra dose di futuro è assicurata.

giovedì 10 novembre 2011

kollam-alapunzha


tutta la giornata trascorre in traghetto, da Kollam ad Alapunzha, navigando nelle backwaters, laghi e canali che scorrono lungo la costa per centinaia di chilometri.
aspettando la partenza chiacchiero con uno dei battellieri, che mi dice che con la crisi economica in europa, loro hanno meno turisti. mi chiede se so qual è il motivo della crisi, ma io non me la sento di affrontare il discorso con un battelliere indiano, mi imbarazzerebbe minimizzare e non voglio fare il sapientone spiegandogli dettagli che non capirebbe. così gli dico che è complicato, e lui coglie la palla al balzo: dice che effettivamente è una situazione da cui è complicato uscire. i governi europei si sono indebitati troppo, hanno contratto prestiti emettendo buoni del tesoro per pagare il benessere che la popolazione chiede, invece di spendere solo quello che avevano si sono indebitati fino al collo. ora nessuno sa come saldare il debito, e né le banche né gli stati si prestano più soldi tra loro, perché non si sa chi è indebitato con chi, chi è in grado di onorare i debiti e chi no. così tutta l'economia si ferma, in attesa di una soluzione che nessuno conosce. dice che in india invece il governo spende solo quello che incassa di tasse: avranno le strade piene di buchi, ma la loro economia è sana. rimango senza parole, riesco solo a dirgli che è esattamente così. ho appena ricevuto una lezione di economia internazionale da un barcaiolo indiano. forse è vero che abbiamo da imparare dalle economie emergenti. tutto sta a vedere se loro saranno capaci di non imparare da noi, di non commettere i nostri stessi errori.
anche se ci fermiamo solo per il pranzo vediamo spettacoli che valgono il viaggio in barca: villaggi di pescatori, risaie, muche, uccelli e barche a remi che trasportano di tutto. assistiamo perfino a una specie di transumanza di anatre. tre pastori su tre piroghe, che governano uno storbo di migliaia di anatre. sembrano ancora troppo giovani per volare, o forse gli hanno tarpato le ali. la "mandria" è troppo estesa per riuscire a fotografarla tutta.
avvicinandoci ad alapunzha incontriamo sempre più kettu vallam, le case galleggianti costruite sulle vecchie barche per il trasporto del riso. alcune sono enormi, altre più piccole e caratteristiche. l'impressione generale è di un lusso insensato. i passeggeri che vediamo sono quasi tutti indiani o, all'apparenza, russi.
il viaggio trascorre tranquillo, non fosse per il fatto che cristina non sta bene. nella cena di ieri qualcosa le ha fatto male, dev'essere stato il riso, che è l'unica cosa che io non ho toccato. il pesce era decisamente la scelta giusta!
arrivati, schiviamo la folla di procacciatori di camere, questa volta davvero fastidiosi, e troviamo facilmente la guesthouse governativa che avevamo prenotato, ed è la prima stanza veramente bella e pulita da quando siamo arrivati in india. questo governo comunista del kerala mi piace sempre di più. decidiamo di approfittare e fissiamo una notte in più, ne approfitteremo per fare una gita in giornata a kochi, domani.

martedì 8 novembre 2011

madurai - kollam

l'unico biglietto del treno che riusciamo a fare e' un biglietto i lista d'attesa di prima classe, senza a/c. abbiamo capito che in india a/c non vuol dire solo aria condizionata, ma soprattutto categoria superiore. auto a/c e' un'auto moderna, auto non a/c e' un residuo degli anni 50. camera a/c e' decente, non a/c e' una topaia. in ogni caso la nostra preoccupazione non e' l'aria condizionata, mala lista d'attesa. il supervisor ci assicura che ci dara' due posti della tourist quota, ma ce lo confermera' solo tre ore prima della partenza, cioe' troppo tardi per organizzare un trasporto alternativo. decidiamo allora di farci rimborsare i biglietti e adiamo in macchina. 5000 rupie per un viaggio di 260 km. l'auto ha l'aria codizionata, ma per usarla l'autista ci chiede un extra. per principio non voglio nemmeno sapere di quanto, decidiamo di tenerci il caldo e i finestrini abbassati.
il viaggio e' anche troppo veloce e l'autista si gioca la mancia in un paio di sorpassi veramente eccessivi. capisco che abbia fretta di tornare a casa, ma per 75 euro vorrei godermi il viaggio.
appena entrati i kerala abbiamo la sesazione di essee passati direttamente da napoli a zurigo. cambia tutto. l'autista si mette addirittura la cintura, e noi seguiamo obbedieti l'esempio. la vegetazione si fa improvvisamente rigogliosa, riconosciamo gli alberi della gomma con il tronco inciso, palme e banani, fiori ovunque. incrociamo auto piu' moderne, un gran traffico di camion, alcuni dei quali talmente carichi di fieno da non vedere la cabina, sono fermi al lato della strada come trasporti eccezionali in attesa della notte.
noto le bandiere rosse con falce e martello ai bordi della strada. il kerala e' l' unico stato al mondo con un governo comunista democraticamente eletto e sempre riconfermato dal 1958. e' lo stato piu' ricco dell'india, con la migliore alfabetizzazione e la maggiore speranza di vita. un paradiso comunista. non male per un posto chiamato 'la casa natale di dio'.
a kollam telefono al proprietario dell'albergo e lo faccio parlare con l'autista, per trovare il posto deve comunque chiedere informazioni molte volte. l'albergo e' in realta' un capanno di legno e lamiera in riva al mare, sotto palme e banani, con l'unica visuale di oceano e pescatori. alla sera c'e' la luna piena, e un inserviente che vive in un capanno dall'altra parte del giardino, e che e' sempre indaffarato a preparare te' e a stendere panni, ci porta la cena al lume di candela. ci mettiamo poco a ribattezzarlo venerdi'.
la cena e' da sogno, il proprietario ha un ristorante di pesce, bonito fritto piccante, calamari, gamberetti, vongole, verdure e riso, porotta. mangiamo di gran gusto e decidiamo di fermarci due notti e goderci la tranquillita'.
il giorno dopo facciamo la gita in canoa in un villaggio nelle backwaters. pensavamo fosse una bufala, invece e' molto bella. il barcaiolo parla un perfetto inglese con accento di oxford, e' informato sulla politica internazionale e sulle piante di spezie della zona. vediamo il pepe, la noce moscata, il mango, gigli d'acqua, allevamenti di gamberetti, kingfisher, e l'aquiloe di brahma. le backwaters sono sono un dedalo di minuscoli canali dove la canoa naviga lentamente e passandoci appena.
passiamo il resto della giornata seduti all'ombra della nostra palma davanti al capanno, con venerdi' che ci porta il te' e ci chiede continuamente se va tutto bene.

lunedì 7 novembre 2011

madurai

arrivare all'alba in una citta' sconosciuta dell'iondia ha il vantaggio di avere tutta la giornata a disposizione per trovare una sistemazione. lo svantaggio e' che si arriva troppo stanchi per non prendere la prima che si trova. l'albergo peggiore e' quello che crede di essere di lusso, ma non ne ha i requisiti minimi. come se il lusso fossero cinque piani, l'ascensore con l'omino che schiaccia i bottoni, il wifi, e non una camera pulita, lenziola senza buchi o bestie, e acqua calda. almeno riesco a postare qualche tappa (non questa, sono indietro di almeno tre giorni con gli aggiornamenti). a parte questo, notiamo subito che tranne in albergo la gente, qui, e' molto piu' sorridente e gentile. e' una citta' di artigiani e commercianti, con un grande tempio meta di pellegrinaggi. la cortesia e' una naturale conseguenza.
la citta' e' caotica, puzzolente e sporca come chennai, ma e' molto piu' piccola e intorno al tempio c'e' una grande zona pedonale che e' un sollievo, tranquilla e pulita. si riesce a stare seduti all'ombra in pace, e sembra anche piu' fresco. a pranzo seguiamo il consiglio della guida e andiamo da anna meenashki, dove mangiamoun buon thali servito su una foglia di banano posata sul tavolo. ovviamente mangiamo con lemani.
il tempio e' un capolavoro, sta all'induismo come la cappella sistina al cristianesimo o la mecca all'islam. e' enorme, ci sono migliaia di visitatori in coda davanti alle cappellette, ed e' bello perdercisi, anche se non possiamo entrare negli scrigni di shiva e meenashki, la dea dagli occhi di pesce.
fuori dal tempio, dietro l'immancabile toro nandi, c'e' uno splendido mercato coperto, che ci sorprende nel momento piu' bello della giornata, quando le bancarelle stanno aprendo e tutto e' tranquillo. anche il mercato sembra un tempio, con le colonne scolpita con immagini sacre, adorate con fiori, lumini e incensi. restiamo nel tempio fino al tramonto, che ci trova seduti sulle rive della vasca del loto d'oro, sotto l'alto gopuram di 60 metri scolpito con 28000 statue.
ci allontaniamo lasciando che i brahmini portino le scarpette degli dei sulla soglia della loro alcova, intimando il silenzio per non disturbare il loro riposo, dopo una giornata di migliaia e migliaia di benedizioni.

domenica 6 novembre 2011

chennai-madurai

non ci siamo fidati ad andare a kanchipuram per paura di non riuscire a rientrare in tempo per il treno. la stazione dei pullman e' 10 km fuori dalla citta', e avremmo dovuto fare un cambio con il bus urbano sia all'andata sia al ritorno, con il rischio di perderci. perdersi e' bello, ma bisogna avere il tempo per farlo.
ripieghiamo sul tempio di kapalishvara, molto bello perche' sembra un luogo di riposo anziche' di culoto. non ci sono occidentali, possiamo circolare in tutto il tempio tranne che nello scrigno centrale, riservato agli indu', per entrare abbiano dovuto togliere le scrpe, abbiamo capito che il modo giusto e' comprare dei fiori alla bancarella di una donna, e lasciare a lei le scarpe. ci vende due corone di gelsomini e ci regala un loto rosa.
nel cortile del tempio chiacchieriamo a gesti con due donne, assistiamo a un matrimonio, un gruppo di ragazzi vuole farsi le foto con noi. giriamo tra le vacche sacre a cui gli indu' toccano il culo per benedizione, e pregano. il problema e' che non sappiamo cosa fare dei fiori, lasciamo il loto tra i lumini votivi davanti al toro nandi, che sta sempre li' ad aspettare l'uscita del suo padrone shiva. le corone invece le affidiamo ad un brahmino, sapra' lui cosa farne. le riceve senza un cenno, dopotutto noi non siamo indu'.
una volta fuori dal tempio l'unico rifugio dal caldo e' un centro commerciale tristissimo, praticamente un ammasso di negozietti come quelli in strada, ma su tre piani e con l'aria condizionata a mille. tristissimo, ma riusciamo finalmente a fare una sim indiana, ora possiamo telefonare e andare in internet.
prendere il treno in india e' decisamente un'esperienza da fare. la nostra classe, la sleeper class, ha tre cuccette a castello, la piu' bassa e la piu' al;ta sono fisse, quella di mezzo si abbatte e fa da schineal quando si sta seduti. oltre il corridoio ci sono altre due cuccette sovrapposte, longitudinali al treno. non ci sono scompartimenti. saliamo sul treno al buio, troviamo i posti con la torcia. vicino a noi un signore gentile ci spiega che lui lega sempre la valigia con catena e lucchetto, e prenota la cuccetta piu' alta. cosi' dorme tranquillo, dice. noi non abbiamo lucchetto, le nostre cuccette sono in basso.
salgono altri due signori altrettanto distinti, sono due colleghi che si sono incontrati in treno per caso. sono molto curiosi, ci chiedono di dove siamo, se in tutta europa c'e' la stessa moneta, se parliamo la stessa lingua, se scriviamo con gli stessi caratteri, e come sono i treni italiani in confronto a quelli indiani. il treno e' molto vecchio e malandato, ma meno peggio di quel che temevo. la finta pelle dei sedili e' intatta, annerita e macchiata dall'uso, ma non troppo sporca per sdraiarcisi. siamo gli unici stranieri in tutto il vagone. fortunatamente scendiamo all'ultima fermata enon dobbiamo stare all'erta per non perderla. cristina non e;' a suo agio e restiamo seduti, mentre tutto il treno si mette a dormire. poco a poco ci troviamo semisdraiati e scomodissimi, decidiamo di aprire le cuccette, con il risultato che io dormo discretamente ma cristina no.

giovedì 3 novembre 2011

chennai e mamallapuram

chennai è decisamente il posto più brutto che abbia mai visto. i marciapiedi, quando ci sono, sono talmente dissestati da essere impraticabili. quando non lo sono, sono occupati da una fila di bancarelle e negozietti di ogni genere che impediscono il passaggio. ogni spazio libero è pieno di spazzatura. essendo stagione di monsone, il resto è pozzanghera. ma di quelle grosse. ogni tanto le pozzanghere hanno un inconfondibile odore di fogna.
tutto, di conseguenza, accade in strada: la gente ci cammina, moto, risciò, auto e pullman si contendono lo spazioevitando di scontrarsi all'ultimo, mucche e capre rovistano nell'immondizia, i cani dormono, o sono morti. la differenza non è evidente.
la gita a mamallapuram che abbiamo fatto oggi sbrava qiella delle pentole: una serie di soste indesiderate a vedere attrazioni evitabili (il museo etnografico, lo zoo dei coccodrilli), e poco tempo poi per vedere i templi, che erano l'unico motivo del viaggio. dopo ellora i templi mi sembrano un po' delle imitazioni in moniatura, in realtà sono molto belli. allo shore teple di mamallapuram ho sentito una guida dire che prima dello tsunami era completamente ricoperto di stucchi che l'acqua ha lavato via. più distante dalla spoaggia c'è un altro tempio, più piccolo, con alcora gli stucchi, ma a vedere orale condizioni dello shore temple è difficile crederlo.

abbiamo preso due posti sul treno per madurai di domani sera, gli ulrmi due rimasti sono in sleeper class. non abbiamo anxcora capito quanto sia simile a un carro bestiame, ma almeno è un modo per lasciare chennai. magari domani troveremo un'alternativa migliore, ma intanto è meglio che a piedi.
per una volta la guida è stata utile: abbiamo trovato la boglietteria riservata agli stranieri (ingresso severamente vietato agli indiani, una cosa del genere in italia mi manderebbe in bestia). l'impiegato severissimo, ci ha fatto compilare con esattezza il modulo di richiesta - a cosagli serve sapere la nostra età e dove sono stati emessi i passaporti, per due biglietti del treno? - poi una volta finite le formalità è diventato chiacchierone, abbiamo parlato di sonia gandhi, e ci ha chiesto se avevamo degli euro in moneta da mostrargli, perché sua figlia li colleziona. alla fine ci ha dato consigli su come trovare una macchina per tornare in albergo, perché fuori c'era il diluvio universale e un tuc tuc non era praticabile. per strada ne ho vieto parecchi in panne per l'acqua, con il guidatore che li spingeva con l'acqia ai polpacci. 300 rupie spese bene.

mercoledì 2 novembre 2011

ellora-ajanta

il vero marketing multilevel l'hanno inventato gli indiani. arrivati alla stazione dei pullman di aurangabad, dribblati i guidatori di tuc tuc, uno di loro ha capito che eravamo infastiditi e ci ha seguiti con discrezione, aspettando che fossimo più tranquilli. poi si è offerto di portarvi in centro. gi abbiamo chiesto di lasciarci a un ristorante e ci ha azpettati entre cacevamo colazione e usavamo il bagno. poi ha detto che suo fratello aveva una macchina per portarci a ellora, il fratello è arrivato con un autista e per strada abbiamo concordato il viaggio del giorno dopo ad ajanta. al mattino dopo l'autista si è presentato puntualissimo, prima di ajanta si è fermato per una sosta e un suo amico ne ha approfittato psr avganciarci, ha regalato due cristalli a cristina e ci ha a compagnati per un ingresso secondario alle grotte. ci ha consigliato di pagare 200 rupie a un suo amico che avrebbe fatto la guardia alle nostre scarpe mentre visitavamo le grotte. il suo aico però era ocupato e ci ha passati al nipote. se ognuno di loro si tiene la percdntuale dell'amico a cui ci ha presentati, con la nostra visita abbiamo mantenuto almeno sei persone, e il fratello del guidatore di tuc tuc sta al vertice della piramide. non per niente è quello che parla inglese meglio. il ragazzino delle scarpe invece non ci ha guadagnato molto, ma è stato quello con la mancia più alta.

martedì 1 novembre 2011

mumbai-aurangabad

che nottata. la partenza da mumbai è stata allucinante. accanto all'ufficio della reality travel abbiamo l'ufficio della red bus, ne abbiamo approfittato per avere una conferma del punto di partenza del pullman, e il ragazzo che era li ci ha confermato tutro, consigiandoci di muoverci due ore prima col taxi, per evitare rischi. siamo arrivati con un'ora e mezza di anticipo, abbiamo trovato un ristorante di lusso e ordnato poco più di pane e coperto. giusto per sederci e usare il bagno.
nel punto dove ci aveva lasciato il taxi c'erano molti bus in partenza, tra il lussuoso e il fatiscente. nessuno della nostra compagnia. dall'altra parte della piazza c'era il posto indicato sul biglietto, ma né bus né gente in attesa. dieci minuti dopo l'orario di partenza un tassista ci è venuto incontro, si è offerto di telefonare e ha recuperato il numero di cellulare dell'autista, che gli ha detto che era in ritardo e che avrebbe fermato da un'altra parte!! a parte la gentilezza del tassista e di un ragazzo che ci ha accompagnati al posto giusto, se il bus fosse stato puntuale l'avremmo perso!
insomma dopo lo stress e la paura di restare a piedi e unadiscussione con l'autista che non era convinto dei bagagli o dei posti o dei biglietti - non parlare hindi può essere un problema se sul biglietto c'è scritto che si declina ogni responsabilità per la maleducazione degli autisti - alla fine siamo saliti.
la cuccetta era tutto sommato comoda, anche se pensata per l'altezza media degli indiani. ragionevolmente sporca, ma niente di insopportabile se dormi vestito e hai il tuo cuscino gonfiabile da viaggio. il problema sono stati il traffico, le buche, le soste (a motore spento quindi sonza aria condizionata), o bambini piangenti. in pratica io ho dormito, cristina no. ad aurangabad siamo dovuti scendere di corsa, resistere all'assalto dei tassisti di motorisciò, ancora con i cuscini gonfi in mano, con cristina senza lenti a contatto. solo ora mi rendo conto della follia di farle attraversare la strada senza lenti. qui non esistono regole. le macchine ti fanno passare solo se ti ci butti contro. la tecnica che abbiamo sviluppato è di rimanere attaccati a un indiano: quando lui va noi andiamo, quando si ferma noi ci fermiamo.

lunedì 31 ottobre 2011

dharavi

a proposito di dignita', la lezione di dignita' e' daravi. persone che non hanno nulla, che vivono ammassate - la piu' alta concentrazioneumana di tutta l'india - e che ti guardano pasasre, che si lasciano guardare, tu ricco turista occidentale curioso di disperazione, e sostengono il tuo sguardo con orgoglio, senza mostrare fastidio.
daravi e' lo stomaco di mumbai. tutto digerisce, tutto trasforma e restituisce, convertendo spazzatura in materia prima, e ne nutre i suoi abitanti. nata su una discarica abusiva, abitata da chi in quella discarica cercava sostentamento, e' diventata un enorme centro di riciclaggio. plastica, metallo, stracci, cuoio. qui tutto rinasce. anche le macchine necessarie per il lavoro nascono qui, da metalli riciclati, costruite da operai strettamente privi di specializzazione. non esiste sicurezza del lavoro, esiste solo lavoro, dodici ore al giorno per centoventi rupie. un euro e ottanta.
jee rash, la nostra guida, e' uno di qui. nato in un altro slum, si paga il college facendo la guida. lavora per la reality tours, una ong che investe l'80% del costo della visita in scuole per i ragazzi del ghetto. insegnano informatica e inglese. l'inglese e' necessario per andare al college. l'informatica per lavorare nei call center: i call center inglesi sono tutti qui, ormai.
i corsi costano 500 rupie, che vengono restituiti alla fine del corso, con il diploma. li aiutano a cercare lavoro, gli insegnano a sostenere un colloquio. raddoppiamo la mancia consigliata, siamo felici di aver partecipato in qualche modo, anche solo con la nostra curiosita'.
curiosita' ricambiata, anche qui. donne e bambini (gli uomini sono in centro a fare i tassisti, venditori ambulanti e poliziotti) scrutano ********  divertiti, in una piazza una signora ci ferma, vuole sapere perche'. le spiego con parole mie, e' soddisfatta a sentire che non e' rasata per moda, ma per un suo motivo, personale e intimo. ci sembra di aver ricambiato in qualche modo, la loro attenzione per una volta e' pari alla nostra. siamo uguali, per un momento.

domenica 30 ottobre 2011

mumbai

che noia cinque ore si scalo a heathrow. abbiamo girato tutti i risoranti, fatto merenda al giapponese, vagato tra pret a manger (ho scoperto con disappunto che e' di mcdonalds), sbavato per i bagels, scrutato starbucks, per poi morire di birra e patatine in un simil pub aeroportuale.
il bello di ordinare i pasti speciali per i voli (kosher io, vegano ********) e' che ti servono per primo sotto gli sguardi invidiosi dei vicini. il brutto e' che poi devi aspettare lo sparecchiamento generale prima di addormentarti, cullato dai sobbalzi dell'aereo e nell'ottundimento della birra di rito.
quando mi sono svegliato eravamo sul deserto tra iran e pakistan, dove alessandro passo' tornando dall'india (la sua unica sconfitta) con il suo esercito, perdendone meta' per le fatiche e la scarsita' di acqua.
a mumbai fa caldo ed e' molto umido, ma si sopporta bene. il ragazzo vicino a noi sull'aereo diceva che e' la stagione migliore per visitare l'india, perche' e' fresco. ci sono trentadue gradi.
l'impatto con l'india non e' drammatico come tutti mi avevano detto; forse essere reparato al peggio aiuta. e' come la medina vecchia di marrakech, ma infinitamente piu' grande e affollato. la gente e' tantissima, lo spazio vitale e' minimo, sia per le persone sia per le auto. non deve farti paura avere qualcno che ti cammina accnto toccandoti spalla a spalla. quando ******** rimane indietro di trenta centimetri, c'e' subito un indiano che si infila nel mezzo. la stessa tecnica dei taxi, appena c'e' un metro lo occupano strombazzando.
tutti vendono di tutto, a chiunque. chi ha solo una bilancia si fa pagare per far pesare i passanti. chi ha una stuoia fa pagare le persone che ci si vogliono sdraiare sopra. chi non ha niente ti prende i bagagli e te li carica nel taxi, e ti chiede la mancia. chi ha una caramella alla menta te la mette in mano e ti chiede la mancia. la mia impressione e' che non conti tanto il valore del servizio o del bene, quanto il fatto che chi lo vende, con quei soldi ci deve vivere. cosi' l'unita' di misura per queste cose sono 100 rupie, circa un euro e mezzo.
l'altra impressione e' che la gente paghi un po' di piu' per cio' di cui non ha strettamente bisogno. dev'essere un modo per far girare i soldi. come se ognuno si facesse carico di qualcun altro, attraverso la parvenza di un lavoro per salvaguardare la propria e altrui dignita'.
forse anche io potrei far pagare la gente per guardare ********: sembra la principale attrazione di mumbai, oggi. donne e intere famiglie si dan di gomito per voltarsi a guardarla. per un po' sorridiamo di rimando, poi li ignoriamo, ma non ci siamo ancora abituati. sara' un mese lungo.