lunedì 7 giugno 2010

osijek-novi sad

mica capito perché i serbi devono usare il cirillico, che li si capisce così bene senza. ma andiamo con ordine. finalmente riesco a fare una colazione decente, anzi una english breakfast proprio, con uovo pancetta salsiccette (le adoro) caffé succo di frutta pane di un sacco di tipi diversi formaggio prosciutto salame. bis di succo di frutta. è il vantaggio di stare nella pensione della dependance di un hotel a 4 stelle.
parto abbastanza presto, ma fa già caldo. 30 gradi già alle nove del mattino, e niente vento. il ciclista è una bestia strana, riesce a lamentarsi di tutto: se fa freddo perché fa freddo, se fa caldo perché fa caldo, se piove perché si bagna e se non piove perché suda. se ci son le salite perché si fa fatica, e se c'è pianura perché è monotono, e quindi faticoso. i primi quaranta chilometri sono così: una strada tirata con il righello in mezzo alla pianura più piana del mondo. vado in trance al terzo chilometro, mi sveglio a vukovar. non so a quanti dice qualcosa, ma a me il nome risveglia ricordi di telegiornali che elencavano numeri di morti come numeri al lotto. 78 giorni di assedio hanno lasciato il segno, eccome. già prima di entrare in città vedo palazzi bombardati. quello che fa impressione di un palazzo bombardato è che non è un cumulo di macerie, è un palazzo reso grigio dall'abbandono, e bucato come un gruviera. magari la struttura portante regge, ma un angolo sembra mangiato via da un'enorme bocca dentata. mancano dei pezzi qua e là, grandi pezzi circolari asportati come con precisione. intorno, palazzi abitati con ancora i segni delle schegge delle granate. per terra, un buco rattoppato, con intorno una raggiera di bucherelli. mortaio, forse. in centro, palazzi di cristallo accanto a palazzi (che in passato devono anche essere stati belli) bombardati e abbandonati. nella piazza centrale un monumento con fiori freschi, mi avvicino a vedere e mi sorprendo a vedere che è un busto di tudjman, che altrove è considerato un criminale di guerra quasi al pari di milosevic. all'uscita della città, quello che sembra un enorme monumento all'assedio: la gigantesca colonna del serbatoio dell'acqua, altissima e imponente, crivellata di colpi che la passano da parte a parte. si vede l'interno della cisterna, le quinte della colonna che la sostengono sono smangiate da un enorme mostro, sembra impossibile che stia ancora in piedi. mi viene in mente che è perfettamente logico: se devi assediare una città la prima cosa che fai è toglierle l'acqua. se c'è un serbatoio, lo bombardi. mi trattengo dal fotografarla, per pudore.
dopo vukovar trovo un altro cicloviaggiatore, il primo di questo viaggio. ci fermiamo a fare due chiacchiere in mezzo al nulla, è un giapponese che è partito da vienna e va a belgrado. è abbigliato in modo eccentrico, con gli occhiali da sole indossati al contrario, e le lenti da vista sollevate che a quel punto gli stanno sotto gli occhi. mi dà un suo biglietto da visita, gli scrivo la mia mail. è diretto a ilok, mancano pochi chilometri. sembra stupito quando gli dico che stasera sarò a novi sad. chissà se lo sentirò mai più.
al confine serbo mi accoglie una bellissima poliziotta tutta sorriso e marzialità, bocca perfetta, buongiorno, benvenuto, timbro, grazie, arrivederci.
decido di passare a sud del danubio, dalla cartina sembra un lungofiume. invece è una specie di altipiano, ogni tanto scendo in picchiata per superare un fiumiciattolo e poi riarrampicarmi dall'altra parte. discese e salite diligentemente segnalate, tutte all'8%. le maledico. con questo caldo arrivo a novi sad sfinito.
per fortuna so che passerò la serata e i prossimi giorni tra amici, appena li vedo passa tutto, li abbraccio anche se mi sento sudato e sporco, mi accolgono con una pizza e una doccia. non mi sono mai sentito meglio.

osijek-novi sad
126,31 km
5h 51'
21 km/h medi
660 m dislivello
141 bpm medi

domenica 6 giugno 2010

virovitica-osijek

credo di non aver mai pedalato una tappa più piatta di questa. la salita più lunga e più alta è stata un ponte sopra la ferrovia. sono partito con l'altimetro a 110, all'arrivo segna 113. probabilmente è un po' calata la pressione...
parto più tardi del previsto perché voglio fare colazione. ieri sera avevo visto un caffé con una sembianza di un banco pasticceria, e mi lascio ingannare. chiedo le palacinke, ma non le fanno (anche se ce n'è una incartapecorita in esposizione da campionario). prendo un tiramisù, ma ne lascio metà perché il mascarpone sa di ricotta, e temo per il mio intestino. non ho ancora capito come si fa, da queste parti, a ordinare un caffé nero. non un espresso, un caffé americano come lo fanno in tutto il mondo, nero. senza latte. dico kava ne mljeko, e mi portano un caffé macchiato caldo. a zagabria l'avevo rimandato indietro, stamattina non ne ho voglia e lo bevo, anche perché è sinceramente buono.
dopo solo sette chilometri (per fortuna, l'aria era ancora fresca), eccola: la prima foratura del viaggio. torno indietro di duecento metri per sfruttare una comodissima pensilina dell'autobus con panchetta e ombra, e smonto. trovo il buco, non trovo la causa. la lezione imparata oggi è che è meglio tenere la confezione di fazzoletti detergenti in una delle tasche esterne delle borse, altrimenti dopo aver riparato la foratura bisogna ravanare con le mani luride in mezzo ai vestiti lavati la sera prima, e non è bello.
il vento mi è contrario per tutta la tappa. quando non è contrario, è assente. in ogni caso non mi ha aiutato per un metro.

essendo domenica, non faccio affidamento sui ristoranti: c'è un lidl aperto a virovitica, e decido di comprare abbastanza da mangiare per pranzo, merenda e cena. fa caldo, molto caldo. faccio fuori le due borracce, la bottiglietta di succo di mela comprata al lidl, una coca cola e un enorme gelato trovato per strada, a donji miholiac, buonissimo. da queste parti noto come siano tutti molto più gentili che non dalle parti di zagabria: la gente mi saluta per strada (probabilmente parleranno di me per settimane, solo per avermi visto passare), gli automobilisti non mi fanno il pelo, nei negozi apprezzano i miei sforzi di parlare croato (da, ne, dobrdàn, hvala, dovidjenja) e mi vengono incontro a gesti, o in inglesco.
ho deciso di cambiare percorso, per passare vicino alla drava. speravo di vederla, invece si indovina appena, strano come i grandi fiumi abbiano un loro odore. intuisco che quella fila di alberi che mi scorre sulla sinistra è l'ungheria. passo per valpovo, sembra insignificante come tutti i paesini della zona, invece ha un bel castello al centro, maltenuto ma interessante: circondato da un fossato, poi da mura, e le mura sono state usate come fondamente per un castello e per una chiesa. l'insieme ha un qualcosa di grottesco e affascinante. davanti alla parte castel-simile c'è un giardino, tutto sommato decente a parte le zanzare. fa caldo, molto caldo. buona parte dell'acqua se ne va versata sul coppino o sui guanti, ho scoperto che è un ottimo modo per rinfrescarsi sprecandone pochissima: tenere bagnati i guantini con qualche goccia d'acqua. fa talmente caldo che quando arrivo mi accorgo che il formaggio rimasto dal pranzo si è letteralmente fuso...
ieri sera in televisione davano profumo: pessimo film tratto da un pessimo libro. l'odore del giorno è quello delle carogne dei gatti incontrati per strada.

virovitica-osijek
124,58 km
5h 44'
21,67 km/h medi
223 m dislivello
140 bpm medi (il caldo e il vento contro...)

sabato 5 giugno 2010

zagabria-virovitica

voglio vivere così, col sole in fronte
finalmente il sole! ormai non ci speravo quasi più.
parto presto senza aver deciso con certezza la destinazione: vorrei arrivare a virovitica, ma non escludo di fermarmi a djurdjevac se il tempo, le gambe, il vento, le salite, la fame, gli alberghi, la voglia.
rientrando in ostello dalla colazione incontro il coreano conosciuto ieri sera che esce per andare al colloquio di lavoro per cui è venuto a zagabria. non sono riuscito a decifrare che tipo di colloquio sia, ma è nervosissimo. ieri sera ha passato un'ora a rifarsi il trucco, si è spalmato la faccia di una farmacia di è rimasto a letto con una specie di maschera di bellezza. questa mattina si è svegliato alle cinque e mezza per uscire alle otto, perché doveva ripetere l'operazione. quando il bagno era occupato (da me) si è seduto per terra in corridoio, circondato da un sacco di bottigliette, e davanti a uno specchio si spalmava con cura la faccia. quando l'ho incontrato vestito e tirato a lucido si è premurato di chiederrmi come stava. ovviamente gli ho detto che era una meraviglia, anche se era ridicolo e aveva una macchia sul risvolto della giacca nera (solo un coreano o un inglese possono andare a un colloquio di lavoro in camicia bianca e completo nero). ci teneva molto a farmi sapere che la cravatta che indossava era italiana. mi sono astenuto dal dirgli che la cravatta è stata inventata in croazia.
a proposito degli incontri nell'ostello di zagabria, sulle tre ragazzine inglesi (che poi si è scoperto essere canadesi, di quebec city) non dico niente, per solleticare le fantasie di chi legge.
l'uscita da zagabria è brutta come l'entrata, con in più una strada asfaltata male, anzi in lastroni di cemento, odiosi, con giunture ogni sei metri (mi metto a contare i giri di pedale e a calcolare lo sviluppo del rapporto, per saperlo). per qualche chilometro mi salvo pedalando su qualcosa tra una corsia di emergenza e un canale di scolo, che è sempre in cemento ma ha il vantaggio di essere più regolare, e di tenermi più lontano dai camion. la sofferenza dura una ventina di chilometri, fino a dugo selo. poi magicamente tutto migliora: asfalto liscio, strada larga e pochissimo traffico. purtroppo ho un debole ma costante vento contro, che mi affatica molto più di quello che avevo messo in conto.
a bjelovar trovo i primi segni della guerra: un sito bombardato fuori città, le cui rovine, insieme con i moncherini carbonizzati degli alberi che gli stavano intorno, sono state convertite in monumento. il cartello recita "spomen produčje barutana, bjelovar 1991". devo cercare il significato.
le alte vette che temevo, tra bjelovar e djurdjevac, altro non sono che morbidi colli coltivati a grano e granturco. prima di affrontarli cerco un ristorante, ma ne trovo uno solo, dove stanno facendo le prove dell'orchestrina per una cena di cerimonia, ma mi dicono che non possono farmi nemmeno un panino perché non hanno la corrente, e non possono affettare il prosciutto. sorrido come se non pensassi male di loro, e proseguo.
entro in un bar. in slovenia e in croazia, i bar servono caffé e birra. qualche volta cocktail. ma chiedetegli un toast, una brioche, un panino o delle patatine fritte, e vi guardano stupiti con l'aria di chi pensa che solo un idiota potrebbe chiedere un panino in un bar. proseguo ancora.
decido che se non trovo da mangiare, mi fermo a djurdjevac. giusto poco prima del paese, vedo un ristorante. ci provo, senza troppa convinzione, e invece nonostante sia deserto è aperto! ordino uno shnijtzel, se non altro perché è l'unica cosa di cui conosco il significato (regola che di solito non seguo, ordino le cose perché mi piace il nome, tanto mangio tutto) e mi arriva un involtino di carne di vitello e maiale, letteralmente annegata in una salsa di funghi. buono e pesante, esattamente quello che mi ci vuole. rinfrancato, decido di proseguire anche perché ormai sono nella valle della drava, il vento dovrebbe essere alle spalle e invece cessa del tutto, meglio che niente.
virovitica (pron. virovitiza) è il nulla con un nome da città. entrando vedo una scritta sobe, che vuol dire camere. tre stelle. mi avvicino, sembra l'ingresso di un garage, chiuso e con un forte odore di urina, e un cartello con un numero da chiamare. cerco altro, ma non trovo niente. non ho voglia di tornare indietro di 15 km fino all'hotel **** mozart. chiamo. dico l'unica parola che so: sobe. in due minuti arriva un tipo che mi apre, non parla altro che croato ma posso volere solo una stanza. sembra pulito e ordinato, la stanza è minuscola ma va benone. per 200 kn (24 euro) è un lusso. pago, c'è anche la colazione self service con il nescafé per domattina. il tizio mi fa i complimenti per come parlo croato. basta poco per essere di buonumore.

zagabria-virovitica
148,22 km
6h 49'
21,70 kmh medi
600 m dislivello
142 bpm medi

venerdì 4 giugno 2010

novo mesto-zagabria



non siamo mica fatti di zucchero
com'è che dicevo? il brutto della pioggia è che piove. cielo basso, scuro, pioggia fin dalla partenza e per più di metà tappa. all'inizio è un saliscendi che sarebbe anche paicevole se fosse asciutto. poi assolutamente piatta, sono nella valle della sava, che si butterà nella drava che si butterà nel danubio. in pratica a parte qualche collina domani, le salite son finite fino a belgrado.
passo una salita in mezzo al bosco, qui ci sono boschi bellissimi. gli animali sentono passare le macchine sulla strada e se ne tengono lontane, ma quando passa una bicicletta non si spaventano, e restano vicino al ciglio della strada fino all'ultimo momento. dopo il capriolo dell'altro giorno, oggi vedo da vicino un falco, o un'aquila, non so non me ne intendo. fattosta che questa meraviglia decide di non aver voglia di alzarsi sopra gli alberi, e che è più comodo volare lungo la strada che attraverso il bosco, fa almeno duecento metri volando davanti a me, a pochi metri dall'asfalto. ha un'apertura alare enorme, occupa quasi interamente una corsia. in fondo alla discesa mi fermo a coprirmi, non mi interessa bagnarmi ma ho paura del freddo. ormai sono preparatissimo per il saliscendi con la pioggia: mantellina senza maniche chiusa in discesa e aperta in salita, per non inzupparmi di sudore in salita e non congelare in discesa.
dopo il confine il contrasto tra croazia e slovenia è lampante: la strada è vecchia e malandata, piena di buche e di rattoppi che non fanno altro che peggiorare la situazione. gli automobilisti croati, che in slovenia erano correttissimi, cominciano a fare a gara a chi mi passa più vicino. vincono quelli con i suv, ovviamente. dopotutto non posso lamentarmi troppo, è esattamente quello a cui sono abituato in italia (ed è il motivo per cui non faccio viaggi in italia).
zagabria non è brutta come mi hanno detto né come lascia pensare la guida: il centro è splendido, vivace e caratteristico, con vecchie viuzze pedonali che salgono verso le colline. il resto... beh basta non andarci.

novo mesto-zagabria
86,96 km
4h 51'
19,62 km/h medi
381 m dislivello
130 bpm medi

giovedì 3 giugno 2010

lubiana-novo mesto

o il battesimo dello sterrato
tappa splendida. parto sotto la minaccia della pioggia, le previsioni danno temporali. il bello dei temporali, rispetto alla pioggia, è che sono piccoli e si muovono velocemente, per cui può sembrarti di giocarci a rimpiattino per mezza giornata, e non sai se ne uscirai zuppo o perfettamente asciutto. in ogni caso mi preparo al diluvio. l'importante è partire con l'asciutto: salire in sella già bagnati è molto più spiacevole che non bagnarsi mentre ci si è già scaldati pedalando.
l'uscita da lubiana è facilitata da una ciclabile che è poco più di una riga tirata sul marciapiedi, ma almeno c'è (cosa che in italia è raro poter dire).
dopo pochi chilometri lascio la statale e mi avventuro in una stradina secondaria, per fortuna qui le strade sono tutte segnalate molto bene, e non corro il rischio di avere dubbi sul percorso. la strada sale come da programma, ma d'un tratto, la sorpresa: terra battuta. non male, come sterrato, liscio liscio e leggermente in salita, ma sempre sterrato è. sono molto contento di aver cambiato le gomme, con quelle lisce da corsa sarei dovuto tornare indietro. invece vado avanti per sette chilometri nel bosco fitto, non passa una macchina, piove e lo sterrato è bagnato, ma son tranquillo. c'è profumo di funghi, sopra gli alberi sono faggi e larici, sotto ci sono lamponi e felci. scollino a 490 metri, e la discesa non è bella come la salita: la strada è più ripida e piena di buche e di rocce affioranti. per fortuna non prendo troppa velocità e mi concentro sull'evitare le pietre più grandi, il ghiaino smosso e le buche, soprattutto quelle piene d'acqua: non si può sapere quanto sono profonde, e dentro potrebbe esserci nascosto il mostro mangiagomme, che non lascia scampo.
arrivo all'asfalto giusto in tempo per prendermi una bella lavata, mi riparo sotto la tettoia di un contadino, il cui cane mi abbaia due volte poi si acquieta.
la scelta del percorso è azzeccata: da lì in poi è tutta discesa lungo il fiume krka, fino a novo mesto. a zuzemberk mi fermo a vedere il castello, sono fortunato: una comitiva di austriaci sta uscendo, e il guardiano mi dà due minuti prima di chiudere, è simpatico e facciamo due chiacchiere. ogni volta che sentono che sono italiano, la risposta è sempre la stessa: ah, italijani, milenovecientoquaranta e tre, komunisti, fascisti, bum! bum! sì, è vero. c'è stato l'otto settembre, qualche anno fa. magari poi sono successe anche altre cose, eh. ma vabbé.
novo mesto è una delusione: cittadina fondata dal nulla da un imperatore austroungarico che doveva lasciare un segno per non essere dimenticato, ha provato a dare il suo nome alla città, ma è sempre rimasta la città nuova, novo mesto. è in una posizione splendida, al centro di una profonda ansa del fiume, come lubiana. ma non è lubiana. è anonima e triste.

lubiana-novo mesto

76,91 km
3h 49'
20,10 km/h medi
484m dislivello
141 bpm medi

martedì 1 giugno 2010

postumia-lubiana

decido che la tappa è abbastanza breve e abbastanza in discesa per prendermela comoda, e vado a vedere le grotte. dopotutto non ha senso fermarsi in un posto dove non c'è altro, e non vedere l'unica cosa che c'è da vedere. effettivamente sono impressionanti, ma rese ridicole dal trenino e dal cemento sparso su boschi di stalagmiti per farci passeggiare i turisti. farli alitare in un ambiente altrimenti asettico. fargli inquinare con il grasso delle loro mani concrezioni calcaree vecchie di centinaia di milioni di anni. masta sfiorarle con un dito per far tornare indietro di anni la storia, cinquanta ogni millimetro, dice la guida.
guardo il proteo, animaletto assurdo la cui storia mi ricorda quella del chirocefalo: cieco, con un paio di polmoni fossili e delle buffe branchie esterne, con il corpo da serpente, la coda da pesce e le zampette da lucertola, rosa pallido come un uomo. mangia una volta ogni cinque anni, poveretto. e quell'unica volta mangia vermi.
la strada fino a logatec è ancora saliscendi, col vento contro, a fare a rimpiattino con le doline. ma l'aria fresca e il profumo di resina e lampone dei boschi di abeti la rendono piacevole. poi finalmente una discesa. lunga, larga, liscia, una picchiata a sessanta all'ora fregandomene dei pochi camion, perché c'è spazio per tutti.
poi a vrhnika (bel nome, eh) succede l'incredibile. sto pedalando sulla ciclabile accanto alla statale, a poche decine di metri c'è l'autostrada, in mezzo capannoni industriale da sobborgo. insomma, situazione da arrivo imminente della capitale, quando un capriolo si imbizzarrisce e mi taglia la strada! tanto vicino che freno per non andargli addosso, scivola tra un salto e l'altro sulle unghie, balza in mezzo alla strada e si infila nel giardino di una villetta, sull'altro lato della statale. mi fermo, guardo una signora ferma in macchina, anche lei ha inchiodato. ci sorridiamo, e si riparte. tutto troppo veloce anche per pensare, ma era grosso, visto saltare così, e bellissimo.
lubiana è molto bella, il centro accarezza un'ansa del fiume, sotto lo sguardo del castello. palazzi bianchi e rosa ben tenuti, centinaia di bar aperti, gente tranquilla. domani sto fermo un giro, non per riposarmi ma perché se non mi fermo nei posti che mi piacciono, quando lo faccio?

postumia-lubiana
55,70 km
2h 31'
22,12 km/h medi
329 m dislivello
139 bpm medi

lunedì 31 maggio 2010

duino-postumia

e il temporale mi prende al mattino, dopo aver fatto disastri tutta la notte, al mattino mi lascia una pausa giusta giusta per fare colazione, e poi riprende duro. preparo tutto come se non piovesse, per essere pronto, poi mi sdraio a leggere e ad aspettare. parto un'ora e mezza più tardi di quel che speravo. niente di male, se arrivo in tempo per vedere le grotte.
passo uan frontiera ormai dimenticata, la zona franca è ormai terra di nessuno: trenta metri di buche tra gli asfalti precisissimi di italia e slovenia. il paesaggio mantiene le promesse del carso: arbusti, bianche pietre calcaree. doline. le doline sono belle, ma in bici sono un'illusione di discesa con un tradimento di salita. il temporale se ne va portato via dalla bora, e anche in discesa devo tenere il 42, altrimenti mi fermo. mi accorgo subito che le gambe non ci sono, ma me l'aspettavo e mi arrangio. penso a quando, cent'anni fa, mia nonna era una bambina da queste parti. è nata e cresciuta in questo paesaggio. piccole valli verdissime, quella che ora è ricchezza, la immagino un tempo come dignitosa povertà. mi chiedo come fosse, in questa zona di confine, l'interregno del regime di tito. finalmente, dopo aver scalato seicentocinquanta metri per salirne duecento, scendo nella valle del vipacco. sembra immensa, verde e tagliata a u come le valli moreniche, chiusa a nord da un'enorme scarpata bianca di calcio. un cartellone elettronico avvisa: attenzione, vento 58 km/h. mi volto a destra, e vedo lassù il passo. ovviamente il vento arriva da lì. altrettanto ovviamente, se invece dovessi scendere, il vento arriverebbe da là.
cerco un posto per mangiare prima della salita, e capisco come funziona: tre bistecche, un monte di patatine, una spettacolare salsa di peperone, nonsocosaltro e paprika, insalata coca e acqua a dieci euro. mi sa che non dimagrirò pedalando, questa volta.
la salita è zen come dev'essere. metto il cervello nei pedali e per un'ora lo lascio lì. sette chilometri all'otto per cento con il vento contro, un'ora di salita. il cuore è fisso a 165. in cima, proprio quando spiana, il vento mi investe come un muro, gli ultimi cento metri sono i più faticosi.
poi, tutto un dolce saliscendi fino a postumia, finalmente incontro qualche sparuto ciclista.
arrivo all'ostello troppo tardi, ormai le grotte sono chiuse. dopocena mi farò due conti, magari provo a passarci domattina presto, a postumia non c'è assolutamente nient'altro da vedere.

trieste-postumia
69,77 km
4h 28"
15,59 km/h medi
1142 m dislivello
152 bpm medi

domenica 30 maggio 2010

milano-trieste

che poi non è esattamente trieste ma è duino. l'unico posto dove tutte le vie hanno un unico nome, e si chiamano con il nome del paese. vai in via duino, all'angolo con via duino. giri a destra, entri in via duino, e quando arrivi in fondo, prendi per via duino. questa è una cosa che non capirò facilmente. per fortuna mi oriento bene nei ricordi vicini e lontani, e trovo via e casa a colpo d'occhio.
ma andiamo con ordine: mi sveglio all'alba, come all'alba di ogni partenza, e non so cosa mi prende di voler controllare la pressione delle gomme. sarà che sono nuove, sarà che è la prima volta che monto delle gomme scolpite sulla bici da corsa, fattostà che le tasto, e con raccapricio mi accorgo che quella anteriore è sgonfia. ma come. montata ieri. pedalata attraverso milano ieri sera. e stamattina è a terra. panico. il tempo c'è, prendo gli attrezzi e smonto. il buco ha intorno un segnaccio strano, sembra proprio una camera d'aria difettosa, la mollo lì e la cambio, con non poca fatica (ci sarà un motivo per cui avrei voluto gli pneumatici con il cerchietto flessibile anziché rigido).
arrivo in stazione con anticipo, mi tolgo anche la soddisfazione di fare il tunnel di porta nuova, anche se è vietato alle bici. è una questione di principio: non puoi costruire una nuova strada nel centro di milano, non farci la pista diclabile, e vietarla alle bici. alla stazione arrivo in testa al treno, dove c'è lo spazio per le biciclette, e il capotreno mi manda indietro: le bici in coda, dice. solo che in coda lo spazio è quello che è, ma mi adatto. prima di brescia passano dei poliziotti: saliranno i tifosi in trasferta, li devono mettere proprio lì e fermarsi è pericoloso. un motivo in più per odiare il calcio, mi dico. a brescia scendo e facendomi strada tra gli hooligans (tranquillissimi ed educati, a colpo d'occhio) arranco fino alla testa del treno, che ovviamente a quel punto è affollatissimo. due ragazzi in ciclogita mi chiedono in prestito la pompetta. dopo verona il treno finalmente si svuota, a padova scendono anche gli hooligans. resta, nel tramezzo insieme a me, una famiglia - lui giovane, lei anziana e straniera, due bimbi bilingue - lui chiacchiera un po' sulla bici, poi nota il libro: non mi basterebbero tre anni per leggere un libro così. io guardo il libro, lo so che ho esagerato, ma faccio lo splendido: spero di non finirlo in meno di tre settimane, altrimenti non saprei cosa leggere alla fine del viaggio. si avvicina un signore un po' tocco, di quelli che parlano da soli ma poi vogliono un commento: lei cosa ne pensa dell'italia? di questa povera italia? io te lo direi volentieri, cosa penso di questa povera italia. ma non credo che capiresti, e soprattutto non credo che riuscirei a farti stare zitto, quindi evado la domanda con un commento da enrico bertolino in ascensore. quando scende, a padova, il tipo di prima indica il libro e mi dice: pensa a me, quando sarai all'ultima pagina.
arrivo a casa e citofono alla vicina per prendere le chiavi. io li adoro, i triestini, franchi e diretti come nessuno. la gentilezza è di rigore ma la falistà è bandita. mi dice - mi comunica - di aver fatto il letto. io lo sapevo, ma per cortesia e farle capire che ha fatto più di quanto mi aspettavo, le dico ma non doveva. ecco. lei si offende. mi prende in parola. non avrebbe dovuto, ha fatto male. capisco al volo dall'espressione e torno indietro, la ringrazio e bon. si rasserena. fossero tutti come i triestini, il mondo sarebbe migliore.
trieste è bella e elegante e tranquilla come me l'aspetto. i triestini e i pochi turisti passeggiano fino in testa al molo. ragazzini seduti con le gambe penzoloni sull'acqua che amoreggiano. ricchi che sfoggiano vetture sportive improbabili. caffé pieni e vie vuote. ceno in un ristorantino con sottotitolo "la storia del pesce povero", mantiene la promessa, il comandante è simpatico, gli faccio i complimenti, sinceri, per il miglior fritto misto che abbia mai assaggiato. torno in stazione in tempo per saltare sul treno, se l'avessi perso avrei dovuto aspettare due ore o pedalare, e il temporale in arrivo mi avrebbe preso in pieno.

domenica 23 maggio 2010

prepartenza

non sono mai partito meno preparato di questa volta. ormai l'intervento di ottobre non è più una scusa, l'inverno passato senza poter fare sforzi e senza allenarmi non conta più nulla. la pioggia incessante di aprile e maggio non sarà un'attenuante alle prime salite. che poi saranno alla prima tappa, che poi sarebbe la prima metà di quella che avrebbe dovuto essere la prima tappa...
oggi almeno mi sono dedicato alla manutenzione del bicio: l'ho lavato tutto, sgrassato e pulito anche in punti dove non avevo mai guardato, lubrificato a dovere. ho deciso di cambiare anche il nastro del manubrio, per fargli piacere ma anche per stare più comodo. non ho ancora trovato delle gomme per il viaggio come dico io, male che vada le cambio e le rimetto uguali a quelle che ha ora, l'anno scorso si sono comportate egregiamente sul pavé del gottardo.
per l'allenamento, non ho alternative: mi allenerò in viaggio.

mercoledì 30 dicembre 2009

merzouga-dadés

facciamo colazione con tre italiani di udine, roma e torino. hanno un mese di tempo e se la prendono comoda col viaggio. oltre a farsi parecchie canne... venire via da merzouga andando verso nord comincia già a sapere di ritorno, ma non ci facciamo caso, il viaggio è ancora lungo. chiediamo a omar di accompagnarci in un villaggio appena oltre merzouga, dove è nata la musica gnawa. ci fermiamo a vedere e ascoltare lo spettacolino di rito a beneficio dei turisti, compriamo due cd e ripartiamo. la mancia a omar è molto più che meritata.
prendiamo la scorciatoia che taglia er-rachidia, la strada è solitaria e il paesaggio ancora desertico. passiamo una zona costellata di pozzi che sembrano dei piccoli vulcani con sopra un piccolo argano. sono centinaia, in pieno deserto fanno effetto. accando ci sono delle tende berbere e bancarelle. l'effetto è un po' di autogrill del deserto.
passiamo dalle gole del todhra attraversando un'oasi a fondovalle, e arrivando a una stretta gola dove però passa anche la strada. con i pullman di turisti toglie molta della poesia del luogo, che altrimenti sarebbe affascinante. fa impressione tornare in zone così frequentate da turisti, dopo i silenzie gli spazi del deserto. camminiamo un paio d'ore sulla strada nella valle, incontriamo di nuovo i ragazzi di roma conosciuti a merzouga e anche i nuovi vicini di casa di greta. il marocco è grande, ma il mondo è piccolo.
la salita nella valle del dadés è surreale, la strada è tutta curve e al buio totale non abbiamo idea di che razza di posti stiamo passando, potrebbe essere una vallata ampissima come delle gole strettissime. finalmente troviamo l'albergo consigliato dal proprietario di quello di merzouga, molto accogliente ma freddissimo. il riscaldamento in camera è fatto con una bombola di gas con sopra un bruciatore, non ci fidiamo a lasciarlo acceso di notte, e lo mettiamo, spento, sul balkcone.
ceniamo davanti al caminetto con due ragazzi spagnoli e una improbabile coppia, lui austriaco e lei portoghese, sedicenti viaggiatori a tempo pieno. di nuovo parliamo un misto di francese inglese e spagnolo, ne esce un'altra serata piacevole con anche i due proprietari dell'albergo.

lunedì 28 dicembre 2009

merzouga

quattrocento foto in un giorno vuol dire che si son viste delle cose belle. partenza alle dieci col cammello, con piccola emozione: il mio cammello non ha voglia e lo fa capire alzandosi mentre ci sto salendo, disarcionandomi. rapido scambio di cammelli e cammelliere, e si riparte. scopriremo più tardi che ogni cammello ha il suo cammelliere preferito, e le coppie di cammelli non si cambiano perché gli animali hanno molte simpatie e antipatie tra loro.
la prima tappa è per il pranzo, in tenda, dopo due ore di camminata sulla sabbia, dall'altra parte dell'erg. ci fermiamo in un villaggio abbandonato. conosciamo due ragazzi di torino, giovani e simpatici che però commettono un errore: ci chiedono quanto abbiamo pagato la gita, e loro l'hanno pagata più del doppio di quanto abbiamo pagato noi. al momento ci rimangono male, ma si rifaranno al ritorno.
dopo il pranzo, il té, una sigaretta e due passi tra le rovine del paesello, riprendiamo il cammino su una distesa di sassi neri e lucidi, fino a tornare alla sabbia fino alla base della grande duna, dove c'è l'accampamento. arriviamo in tempo per scalare faticosamente la duna per vedere il tramonto da lassù. lo spettacolo è unico, da un lato si vde merzouga, il lago e le montagne dell'antiatlante con il sole che vi tramonta dietro, dall'altra parte, oltre le dune, il deserto contornato dai monti che segnano il confine con l'algeria.
ogni tenda ha un tappeto e un tavolino davanti, come una piccola veranda. omar il cammelliere ci serve lì la cena, il solito tajine di pollo la cui bontà è una certezza anche nel deserto. poi omar accende il fuoco in una buca, con la legna che aveva raccolto intorno al villaggio a pranzo. mi chiama, ci sediamo a parlare e pian piano arrivano gli altri cammellieri e gli altri turisti. ci sono tedeschi, americani, indiani e spagnoli. qui si parla un gramelot divertente ed efficace, si iniziano le frasi in francese e si finiscono in spagnolo, con parole italiane e inglesi nel mezzo, per conlcudere con l'immancabile insciallah. i cammellieri parlano quasi ogni lingua, in preferenza francese e spagnolo. la serata scorre tranquilla raccontandoci barzellette e ascoltando i racconti dei cammellieri berberi. sono tutti giovanissimi, sembrano contenti del loro lavoro.
andiamo a dormire presto perhcé domattina ci dovremo alzare presto, la luna è quasi piena e nasconde le stelle, i sacchi a pelo sono anche troppo caldi manel complesso si sta davvero bene.
omar ci sveglia alle cinque, giusto il tempo di raccogliere i sacchi a pelo e lavarci i denti, e si riparte. facciamo tappa dopo un'oretta su una duna a vedere l'alba, mentre il resto dell'accampamento si sta svegliando. noi siamo partiti per primi, intorno a noi non c'è nessuno, omar è stato perfetto anche a farci partire così presto, e si siede accanto a noi a veder sorgere il sole, sembra quasi di cogliere un momento di malinconia anche nei suoi occhi che vedono queste albe ogni settimana. il silenzio è rotto solo dal frullo dei passeri che si godono l'ultimo fresco prima che si faccia giorno pieno.
quando arriviamo all'albergo e scendiamo dal cammello per la colazione, ho la sensazione che il mio culo non sia stato mai così felice.

domenica 27 dicembre 2009

zagora-merzouga

la giornata inizia con un altro piccolo contrattempo: in tutto l'albergo manca l'acqua, e aspettiamo a letto che arrivi. inutilmente, perché arriverà solo dopo che avremo rinunciato a lavarci per non partire troppo tardi: la tappa di oggi è lunga.
in compenso a colazione conosciamo una coppia belga, che viaggia in bicicletta. nonostante l'apparenza un po' sprovveduta, sono tosti: hanno fatto quattro mesi e mezzo in giro per mautirania, algeria, marocco. organizzano viaggi e stanno girando per organizzare un giro con un gruppo per l'anno prossimo. chissà che non mi venga in mente di contattarli... mi lasciano il loro sito: www.rouletabosse.be. oltre che interessante l'incontro è utile: ci hanno consigliato una kasbah dove andare a dormire quando ripasseremo da ait benhaddou, dove non ci siamo fermati perché diluviava. a loro dire è molto bello, e anche a giudicare dalle foto che ci hanno mostrato.
tappa lunga ma di grande soffisfazione, con maesaggio via via più desertico e panorami sempre più ampi. incrociamo i primi chammelli che ci attraversano la strada davanti. vicino a rissani guadiamo un ouad in piena, pranziamo su una terrazza ad alnif con ottimi spiedini di carne e tajine di verdure e zafferano. il menù è più o meno sempre fisso: spiedini e tajine. tutte queste verdure stufate cominciano ad avere un blando effetto lassativo... ma niente maledizione di montezuma, per adesso.
a erfoud veniamo convinti a entrare in un negozio di una famiglia mista berbera-tuareg, partono con la solita ostra di tappeti ma ci salviamo mostrando competenza in gioielli tuareg. l'anello di g. risvuote molta ammirazione e rispetto, e prendiamo due monili in acacia e lapislazzulo e argento, sembrano davvero belli. poi nell'immancabile trattativa (iniziata a 1100 e finita a 600) entrano due turbanti tuareg, e piccolo corso su come indossarli. è stato un incontro piacevole, con più chiacchiere che commercio, spiegazioni della cultura e racconti da entrambe le parti. ci rimettiamo in macchina per merzouga in tempo per vedere un bellissimo tramonto davanti alle dune.
l'albergo è proprio davanti alle dune, con intonaco in fang e pagliaanche se la struttura è recente. noi e un altro gruppetto di tre italiani siamo gli unicic lienti, tra crisi e nevicate (aeroporti chiusi) la stagione gli sta andando male. l'albergatore è grafevole, chiacchierone e un po' invasivo, ma con la penuria di clienti c'è da capirlo. abbiamo fissato con lui per la gita in cammello di domani sulle dune. i cammelli sono parcheggiati dietro l'albergo, praticamente è come se fossimo sulle piste.

sabato 26 dicembre 2009

ouarzazate-zagora

emozione mattutina, greta ha lasciato il borsello con documenti e carte di credito al ristorante, per fortuna alle 930 è già aperto e il borsello è lì appeso alla sedia che ci aspetta.
visita guidata alla kasbah di taourirt, con un anziano signore che ci fa da guida improvvisata. è molto simpatico, sarà una falsa guida ma senza di lui la kasbah ci sarebbe sembrata solo una serie di stanze senza senso. ovviamente poi ci ha trascinati nel negozio di tappeti, ma abbiamo fatto capire con decisione e (spero) gentilezza che non avremmo comprato e ci hanno lasciati liberi. altre montagne fino ad agdz, con rocce stratificate di tutti i colori e forme, passi e sallite e tornanti e camion, e viste mozzafiato: non riusciamo a non fermarci a fotografare il panorama ogni volta che ci si apre davanti una nuova vallata.
dopo agdz cambia tutto: la valle è lussureggiante di palme, palmeti e palmizi. orti e ksour e kasbah come se fosse un'unica enorme città fino a zagora.
purtroppo non abbiamo il coraggio di addentrarci nelle kasbah senza guida, ma non abbiamo spiccioli per pagarne una. regaliamo mezza bottiglia di coca a un gruppo di bambine che escono da un vicolo.
zagora sembra più ricca di quanto la sua posizione sembri giustificare, ma non offre nulla. torniamo a dormire al bivio della strada gialla per rissani. domani ci aspetta il lungo tappone desertico.

venerdì 25 dicembre 2009

marrakech-ouarzazate

ripassare dal mercato di bab doukkala senza pioggia è doveroso, la strada riacquista l'aria di mercato vero, frequentato solo dai marocchini, dei loro polli e carretti ad asino. l'asino è l'apecar marocchino.
al noleggio tutto ok, fatichiamo un po a trovarlo, ma sono gentili, chiamano per noi la guardia del tizi 'n'tichka per verificare che la strada sia aperta. ci danno una 206. purtroppo l'accendisigari non funziona e il gps muore dopo cinquanta chilometri, comunque sufficienti per guidarci fuori città e sulla giusta via.
l'atlante è spettacolare anche con la pioggia, soprattutto il versante nord. valli tortuose con rocce di tutti i colori, e orti e casette accanto al fiume. tornanti in mezzo a rocce delolate e scosese fino al passo, a 2200 m. ci fermiamo a pranzo in un posto a caso, dove mangiamo ottimi spiedini di agnello e patate fritte tagliate a mano, verdure e cipolle allo zafferano e arancia e banane alla cannella.
questo posto andrebbe nominato sulla lonely...
fino a ouarzazte è un'ampia vallata che ricorda la valle della morte; con gli ouad che allagano la strada ad ogni curva.
ad ouarzazate l'albergo è un po' fuori città ma molto bello, le stanze sono chiuse da chiavistelli e lucchetti. ceniamo in un ristorante francese, caro per gli standard marocchini, ma veramente ottimo e soprattutto dotato di qualche bottiglia di vino. ho assaggiato il cammello, buono anche se un po' fibroso, e un cosciotto di agnello glassato con grasso d'anatra, fenomenale.
il piccolo mercato di ouarzazate fa molto contrasto con quello di marrakech. non esiste il turismo, nessuno ti attira vociando alla sua bancarella, finalmente ci rilassiamo girando per le bancarelle.

giovedì 24 dicembre 2009

marrakech

autobus dall'aeroporto al centro, l'autista gentilissimo si inventa una fermata a bab doukkala per il nostro albergo. seguiamo indicazioni da un baracchino, poi da un bar, poi da una tintoria e ci infiliamo in una viuzza di negozi di polli e di spezie, intasata di carretti trainati da asini, con i negozianti che cercano di spazzare l'acqua che allaga la via. sono completamente impreparati alla pioggia. pochi tombini, e le strade non hanno pendenza. le pollerie vendono polli vivi, morti, spennati, a pezzi o uova, a scelta. le gabbie dietro il bancone sembrano un braccio della morte, ma non fa impressione. molto più naturale che non gli allevamenti in batteria con macelleria meccanizzata. il motto del giorno è non guardare i polli.
ci arrendiamo, un ragazzino ci guida fino all'albergo e non se ne va per meno di tre euro, con due faceva la faccia offesa.
albergo splendido, una piccola corte quadrata con sei stanze che ci si affacciano. dormiamo per riprenderci dalla notte insonne intanto che smette di piovere.
quando usciamo è asciutto, passiamo l'intera giornata a vagare per djemaa-el-fna tra incantatori di serpenti, venditori d'acqua, donne berbere che ci fanno i tatuaggi con l'henné, e un pranzo anonimo in una via lì vicino perché il mercato non è ancora aperto, credo per via della pioggia. i carretti arrivano alla spicciolata, e nel pomeriggio tutto si anima, arriva la gente e ci inoltriamo nel souk alla ricerca delle ciabatte. gli scarponcini da trekking son comodi ma ogni tanto ci vuole un po' di sollievo. la strategia che si rivela vincente è andare nella bottega dell'unico che non ci richiama con insistenza. lì si può parlare tranquillamente, l'acquisto diventa dialogo.
prendiamo il té su una terrazza, poi ceniamo ai banchetti: grigliata mista e fritto di pesce. la giornata finisce in relax, con té alla menta sui divanetti dell'albergo, con l'ipnotica musica gnawa.

mercoledì 23 dicembre 2009

milano-marrakech

ancora a causa delle nevicate di due giorni fa, i voli sono in ritardo, soprattutto il mio. dovevo partire alle 21, parto alle 24 dopo una serie di delayed senza alcuna spiegazione (né alcuno a cui chiederne). l'idea di andare a fare un paio di ore di sonno prima del volo successivo sfuma immediatamente, poi comincio a temere di perdere il volo da madrid. arrivo alle tre, giusto il tempo di ritirare il bagaglio, uscire dal terminal, rientrare dalle partenze e mettermi in coda per il check-in. arriviamo alle otto a marrakech, sotto il diluvio.

lunedì 14 settembre 2009

su e giù per i colli del mincio

e mincio, che colli! per scaldarsi, la salitella del colle di san martino della battaglia, quello con la torre con la bandierona italiana che si vede dall'autostrada. a seguire la rocca di solferino, che ne vale veramente la pena, con tanto di visita all'ossario e al memoriale della croce rossa. ecco la salita è breve, ma talmente ripida che la croce rossa in cima ci vuole davvero (battutona tristissima). comunque, questo è il posto dove è nata l'idea della croce rossa, in mezzo a quarantamila morti. in un giorno solo, eh. un'enormità.
poi c'è la battaglia di goito, quella del ponte semidistrutto, con una sola spalletta che resta su e che regge l'attacco dei bersaglieri, al loro battesimo del fuoco. peccato che goito sia in pianura, non c'è la collinetta col monumento in cima, e la cosa oggi perde un po' di poesia. in compenso accanto al ponte c'è un antico mulino, dove vale la pena fare due passi.
la macchina del tempo continua fino a curtatone, alle porte di mantova. a mantova è bene arrivare durante il festival della letteratura, possibilmente sapendo che c'è un'amica con cui mangiare un panino, fare due chiacchiere e ridersela anche un po' addosso per la tenuta da ciclista. in effetti solo tra ciclisti non ci si prende in giro per la tenuta da ciclisti. credo che per i carabinieri sia più o meno uguale.
lasciata mantova inizia il bello: si sale fino a roverbella e valeggio sul mincio con l'intenzione di passare da monzambano per finire il giro delle battaglie, peccato che a valeggio le indicazioni le abbiano rubate gli austriaci, e ci si trova persi dalle parti di custoza, che è una zona veramente ma veramente bella. lì c'è anche la storia del tamburino sardo, che potete anche cercarvela da soli tanto è famosa. insomma custoza è piaciuta così tanto che di battaglie di indipendenza ne ha avute addirittura due. lì si conferma la regola che le battaglie importanti si combattono sui colli o sui ponti, e oggi quei colli sono circondati da vigne e sormontati da cipressi, con al centro una torre o un obelisco. ciclisticamente vuol dire salite dure, per fortuna brevissime. valgono la pena, tutte.
insomma da custoza il ciclista ormai smarrito non ha alternative, deve seguire le indicazioni per l'autostrada più vicina, in modo da seguire la statale che le corre a fianco e capire se peschiera è a destra o a sinistra. scoprirà che è a sinistra, avendo sbagliato rotta di una quarantina di chilometri. l'intenzione originale era di fare novanta chilometri, si troverà ad averne fatti centotrenta: il modo migliore per superare i propri limiti è sbagliare strada.

giro delle battaglie del mincio
128,52 km
5h 12m
24,67 kmh
53 kmh max
711m dislivello
158 bpm medi

giovedì 25 giugno 2009

reims-parigi

è andata. ce l'ho fatta. non che abbia lai pensato di non farcela, ma questa volta è una soddisfazione. partire da casa direttamente in bici, arrivare qui con una maglietta con scritto milano-paris 2009. per strada qualcuno se ne accorge e mi guarda. avere una bicicletta a parigi fa pensare di essere di qui. oggi sono andato in giro a caso per tutto il giorno; guardandomi intorno come un bambino, snobbando i percorsi turistici: solo la torre eiffel, perchè volevo fare una foto al bicio che se la merita. si è comportato bene.
la tappa è stata lunga ma dalle previsioni sapevo che avrei avuto il vento a favore; e così è stato dall'inizio alla fine. ho attraversato i colli dallo champagne, la valle della marna. mi sono fermato a aulnay, praticamente all'aeroporto di roissy, per non rischiare di non trovare posto in città. gli ultimi chilometri li ho fatti ieri senza bagagli, arrivando alla villette. sarà che è il primo quartiere di parigi che ho visto, ma me ne sono innamorato.
oggi l'ingresso ufficiale, piccolo trionfo personale. come traguardo ho scelto una lavanderia automatica, ci ho rovesciato dentro tutti i bagagli.

reims-parigi
159,23 km
6h50m
22.5 kmh medi / 59.62 max
1427 m dislivello (alla faccia della pianura francese)
133 bpm medi / 160 max

verdun-reims

anche detta la strada della libertà. è costellata di cimiteri di guerra, della prima guerra mondiale. dopo le ardenne, le argonne e la mosa. milioni di morti, eserciti di morti. sepolti nei posti dove si sono combattute le battaglie, dove sono morti come topi, nelle trincee. cimiteri francesi, inglesi, tedeschi, polacchi, americani e italiani. sono passati quasi cent'anni, ma a vederli ancora fanno impressione. mentre pefalavo cercavo di guardarmi intorno e immaginare quei colli dolci, in quegli anni, attraversati dalle trincee, interrotti dai cavalli di frisia, scossi dai bombardamenti e avvelenati dai gas. chissà quanti sono ancora lì, sotto i campi di grano o di papaveri. ogni tanto nei campi spunta una casamatta, o una porta fortificata. la guerra si è combattuta anche sottoterra.
il vento a favore della prima metà della tappa mi si è messo contro negli ultimi venti chilometri; l'arrivo è stato molto faticoso. reims è la prima vera città dopo basilea, con un bel centro storico pedonale, ok la cattedrale e lo champagne, ma non sono qui per pregare o per ubriacarmi...

verdun-reims (senza h)
123.26 km
5h17m
23.28 kmh medi / 53.32 max
687 m dislivello
131 bpm medi / 155 max

luneville-nancy-verdun

mai, mai, MAI fermarsi due notti in un posto senza prima averlo visto, almeno di sfuggita. se a verdun non ci avessero combattuto la battaglia più lunga e sanguinosa del '900, nessuno ne avrebbe mai sentito parlare. in compenso ci sono un bel po' di centri commerciali finalmente, e ho potuto fare un po' di manutenzione alla bici; la catena cominciava a lamentarsi per le incrostazioni di morchia che doveva portarsi addosso.
ho pêrso un po' di tempo a girare per nancy, ne valeva la pena. non ha molto, ma la piazza centrale è spettacolare. per il resto tappa abbastanza monotona e pesante, con il vento contrario dall'inizio alla fine, la strada che ha giocato a rimpiattino con i nuvoloni, evitando gli scrosci d'acqua che cercavano di acchiapparmi, finchè loro non si sono coalizzati mettendosi davanti, tutti affiancati, e non c'è stato più niente da fare. gli ulti,i 30 km li ho fatti sotto l'acqua, bagnato fino all'osso. i bagagli sono rimasti asciutti però. prima di verdun mi sono fermato nel negozietto di una fattoria che veneva i suoi prodotti, più per stare un po' all'asciutto che per fare acquisti. ho chiacchierato con un ciclista locale, che vigliaccamente aveva telefonato alla moglie per farsi venire a prendere in macchina (e non mi ha nemmeno offerto un passaggio).

luneville-verdun
130 km
6h18m
20.70 kmh medi / 56.23 max
1039 m dislivello
132 bpm medi / 161 max