lunedì 18 agosto 2014

via da las vegas

ora, questo è il mio posto e posso permettermi di scriverci quello che mi va, però mi limito e lo dico una volta sola: io a las vegas non ci volevo andare.

solo che las vegas è in mezzo al deserto, e a me i deserti piacciono. mi piace riposare gli occhi su panorami lontani, mi piace l'aria limpida e trasparente, il caldo secco che ti asciuga senza farti sudare. mi piace la solitudine di incontrare una sola macchina ogni ora. mi piace vedere la vegetazione che cambia lentamente, joshua, yucca, cactus, sterpaglie, nulla, dune nulla sterpaglie cactus yucca joshua. mi piacciono anche le centrali solari. mi piace il canyon della hoover dam, e i suoi cessi art decò con l'omino vestito di verde che lucida indefesso la scritta BATHROOMS da ottant'anni. mi piace anche il bordo bianco del lago che indica quanto è sceso il livello, e ditemi che non c'è riscaldamento globale.
mi piace l'auto che mastica lentamente la strada.

poi nel mezzo c'è las vegas. se volete sapere qualcosa su las vegas comprate una guida.

poi al ritorno altro deserto, basi militari, il ristorante anni '50 di peggy sue, l'antipatia dei benzinai, i treni merci infiniti.

domenica 17 agosto 2014

la città degli angeli

so che non dovrei, ma provo lo stesso a raccontare gli ultimi giorni di viaggio, anche se a un mese di distanza. non sono gli ultimi, lo so. ma ormai sono tornato, los angeles appartiene a un mese fa, il viaggio è finito, e comunque ne era finito un pezzo. un volo dura poco, ma la luce fredda degli aeroporti, le procedure e la noia dell'attesa hanno quell'effetto, producono una cesura spazio-temporale, allontanano due città più di quanto le unisca il volo stesso.

intervallo

dall'alto los angeles è impressionante. larga e piatta, un'enorme scacchiera di inutili caselline popolata di milioni di pedine, che se non fosse delimitata da montagne e mare sembrerebbe infinita. solo poche torri svettano indicando dove si producono i soldi, il resto dall'aereo sembra solo una grande povertà polverosa. dal basso questa sensazione si perde, ci si muove in autostrada e sembra davvero la lombardia, solo che al posto di risaie e campi di mais ci sono capannoni e capannoni.

dal getty center si gode di un'ottima vista, il panorama sarebbe bellissimo se davanti ci fosse qualunque altro posto. forse il senso di un panorama è l'ampiezza della veduta, non quello che ci si trova davanti. quello che manca, al getty, è un panorama al contrario, un posto da cui non si veda los angeles, ma soltanto l'enorme massa bianca insieme morbida e rigorosa del museo.

a santa monica è sempre domenica. c'è il sole, i ristoranti sono pieni e la gente va a spasso in maglietta e pantaloncini, o guida auto decappottabili, e non capisci se stanno cercando parcheggio o solo di mettersi in mostra. i tassametri prendono la carta di credito. i camerieri sono stati in italia o vorrebbero tanto andarci. con un po' di mancia ti dicono quello che vorresti sentire, anche che sanno suonare il mandolino.

chissà dov'è il drugo.

venerdì 15 agosto 2014

Portland (souvenir)

portland sembra molto bella. sembra, perché non ne abbiamo visto molto. Francesca abita fuori città in un posto ameno che si chiama happy valley, ma che non ha nessun collegamento pubblico con il centro, per cui abbiamo girato solo un po' il centro approfittando del passaggio di una sua amica. a pranzo ci hanno portati in un ristorante italiano (!) che se la gioca con un ristorante Italiani in Italia. personale italianovero, e pure simpatici. il cameriere che ci ha serviti, Andrea, suina in una band e verrà a Milano in ottobre, gli ho consigliato di contattare il bellezza, sono curioso du sentirli. bel pomeriggi siamo andati in giro liberi. l'impressione è di una cittadina rilassata, piena di giovani e di homeless, di birrerie e gente che suona per strada. davanti al museo c'è un pianoforte rosa, con sopra scritto play me, I know you'd like to. una ragazza suonava da sola, cantando a occhi chiusi.
per l'aperitivo sul fiume ci hanno raggiunti due amiche di Francesca, l'argomento di discussione è sempre il burningman. chi lo conosce lo teme, ci sono molti preconcetti, oppure lo ama perché ci è stato.
la sera siamo stati a casa di kathy, che ha la madre bolognese e il marito costruttore. una casa da sogno, con un giardino a gradoni con tanto di gazebo in legno con un braciere in granito al centro. peccato solo che tutti i barbecue e i caminetti qui siano a gas. ok, è più sicuro e più comodo, ma vuoi mettere?
anni fa avevano una exchange student italiana,
che è stata coinvolta in una sparatoria in centro mentre usciva da una discoteca e si è presa sette proiettili, due sue amiche sono morte.
portland è bellissima e dà l'idea di essere molto civile e con una bella vita notturna. ma è sempre America. mi chiedo da quante armi siamo circondati, mentre passeggiamo...

Vancouver 3

la giornata comincia presto perché l'aria condizionata ha ucciso Claudio, ha una brutta tosse e jonathan ci accompagna in farmacia. qui non si può fare nulla senza macchina, le zone commerciali e residenziali sono separate, non esiste il negozio sotto casa. nella farmacia ci sono meno di venti gradi, giusto per far ammalare la gente e procurarsi i clienti.
poi torniamo in centro, dove passeggiamo intorno a downtown, che sulla cartina sembra un quartiere minuscolo, ma è grande come tutta la cerchia dei bastioni, se non di più.
ci troviamo alla mostra con Rey, c'è Coupland in persona che fotografa chiunque voglia farsi fotografare, le foto serviranno per i suoi quadri. mentre siamo in coda lui si volta, ci vede e ci chiede conferma che ci facciamo fotografare, evidentemente ha sentito che non siamo del posto, o forse gli piacciono i ricci di Claudio o la mia barba. in effetti la barba qui non va di moda, l'abbiamo solo Coupland e io.
per cena andiamo tutti insieme al ristorante, ci raggiungono Rosa, Lina e Marcello, e anche Rey cena con noi. la cameriera (qui sono tutte delle gnocche da paura) ci spiega che un piatto arriverà dopo 20 minuti, per cui non c'è lo farà pagare. in Italia sarebbe impensabile...

Vancouver 2

jonathan ci accompagna in centro e abbiamo la giornata libera. andiamo a zonzo e downtown è molto bello, zone vecchie (vecchie... nel 1880 qui non c'era nulla) e zone di grattacieli di cristallo sono attaccate, c'è una bella zona dell'Expo sulla baia, ce ne ricorderemo tra un anno.
a pranzo ci diamo appuntamento con Rey davanti alla galleria d'arte, e ho un momento di esaltazione: c'è una mostra di douglas coupland! ci diamo appuntamento per il giorno dopo, c'è l'apertura serale con ingresso a offerta libera.
dopopranzo camminiamo fino a granville island, isoletta che anticamente diceva essere du magazzini, mercati e pescatori. è l'equivalente dei docks di New York, passeggiamo nei mercati e ci riposiamo con una birra, poi rientriamo il battello.
troviamo anche un negozio di chitarre che per Claudio è il paese dei balocchi, cinque piani di strumenti di cui uno di sole chitarre.
per cena andiamo a casa di Marcello e Lina, con grigliata rituale on the deck, poi spunta una chitarra e Claudio è bravissimo a seguire le basi che Marcello mette su a raffica, e a sorridere. suonano anche Toto Cutugno. si esaltano. credo che a loro servano questi collegamenti con l'Italia, per sentire ancora un'identità. qui nessuno è di qui, qualunque famiglia è
immigrata, nessuno ha bisnonni nati qui, e forse nemmeno nonni. la città è fatta da comunità più o meno integrate, e chi è qui da più tempo si lamenta di quelli arrivati dopo. gli unici veri locali sono gli indians, o native americans, o aborigenals, cercando di essere sempre più politically correct per non dover ammettere di aver fottuto quelli che erano qui da migliaia di anni, e che oggi sono homeless e vivono principalmente di elemosina.

Vancouver

Viaggio tranquillo, cambio a Londra senza nemmeno il tempo di guardarsi intorno (poco male, conosco già a memoria il terminal 5, peccato solo per il sushi), volo per Vancouver eterno. un momento di eccitazione generale quando le nuvole sotto di noi si sono aperte per lasciar vedere gli infiniti ghiacciai della Groenlandia. fa effetto vedere una terra così lontana e desolata, senza un minimo di punti di riferimento a farne capire le dimensioni. quel crepaccio là sotto potrebbe essere largo un metro o un chilometro, il ghiacciaio potrebbe essere grande come un'autostrada o come tutta la Lombardia...
a Vancouver ci vengono a prendere Marcello e Lina, e comincia l'esperienza della vita con la famiglia italo-canadese. sono affettuosi, divertenti, Marcello parla continuamente e ci indica tutto quello che incrociamo, strade palazzi ponti montagne. di fronte alla città c'è whistler mountain, dove si sono tenuti i giochi invernali nel (metti qui una data a caso). davanti c'è l'Oceano, guai a chiamarlo mare.
domenica pranzo di famiglia al completo, per passare tutto il pomeriggio insieme ci si ritrova alle due, ci si siede a tavola alle tre e ci si alza alle otto. pranzo e cena insieme.
dopocena è troppo tardi per raggiungere Rey alla festa alla spiaggia, Marcello ci porta in macchina a fare il giro di Stanley Park, fermandosi nei punti più belli to take a picture. poi we go on. parlano proprio accussì, mezzo inglese half italian, anzi dialetto napoletano. ci abituiamo al gramelot ed è divertente e utile, nessuno si perde un colpo della conversazione. 

rosa è affascinante, gentile e divertente. vive con jonathan in una villetta a mezz'ora da downtown (it's a shame we don't have an autostrada), ristrutturata da poco e con gusto. ci fa vedere le foto dei lavori, ha fatto quasi tutto lui. sotto l'apparenza minimale e tecnologica, è tutto legno.

il principale argomento di discussione è il mercato immobiliare e quanti milioni costano le case e i maledetti cinesi che arrivano con le valigie piene di soldi e nessuno è più in grado di comprare una casa. 

giovedì 3 luglio 2014

le 5 terre sono 5

lo ammetto, da Bonassola a Levanto approfitto della galleria. è poco eroico, ma almeno ci si scalda per due chilometri prima di iniziare le salite. e che salite... dai frati iniziano tre chilometri al 16 per cento in pieno sole, poi per fortuna spiana un po', poi sopra la galleria inizia la parte più dura e più bella. tutta in mezzo al bosco, strada stretta che se passa una macchina non ci si passa, ma tanto non passa mai nessuno. il primo pezzo è talmente ripido che la ruota posteriore slitta abbondantemente. per fortuna è fresco, perché è massacrante già all'ombra.
poi c'è quel punto magico, in cui la strada passa in una sella, a sinistra la val di vara, a destra la valle di Levanto. poi saliscendi, e una breve picchiata fino a Soviore. da li la vista è mozzafiato (no, il fiato è già corto per la fatica): si vedono distintamente le Alpi, Genova, il promo torio di Portofino, il Mesco e le 5 terre. dopo il pignone inizia la panoramica delle 5 terre. non l'avevo lai fatta, e ni viene da fermarmi ad ogni curva, per fare foto. chiacchiero con dei turisti olandesi, sulla bellezza di questi posti. loro che hanno solo piattume, sono stupefatti.
non avevo mai visto coniglia e manarola dall'alto, dietro discese di terrazze a vigna. felice, scendo fino a Spezia, la città più brutta d'Italia. no, forse se la gioca con Taranto (non offendetevi, è così).
il ritorno non è all'altezza: l'alluvione del 2011 ha reso la bassa val di Vara ancora più triste e desolata di prima. paesini fantasma, fusioni e cave. ma come prima uscita mi è piaciuta molto, sono andato bene. le gambe vanno. il fiato è meno peggio di quel che pensavo. tutto sommato posso ancora pedalare, dai.

http://www.strava.com/activities/159913960

lunedì 28 aprile 2014

milano-reggio nell'emilia

non facevo cosi tanta strada dall'ultimo viaggio, nei balcani quattro anni fa. soprattutto non ci avevo mai provato senza allenamento. questa è la mia quarta uscita dell'anno, una sequenza cinquanta settanta centotrenta centottanta. mi ripeto che al limite c'è sempre il treno, e parto.
cartolina n.1, la circumnavigazione di linate. c'è una ciclabile che gira proprio intorno alla staccionata, non passano macchine, decolla solo un aereo, un md-80 che sembra turco, una delusione per i pochi appassionati con teleobiettivo, pronti a immortalare chissà quale meraviglia tecnologica. guardano la pista desolata, e si perdono i fagiani che razzolano indisturbati tra le frasche alle loro spalle.
cartolina n.2, lodi è bella, chi l'avrebbe mai detto. almeno, è bella la piazza centrale, grande e signorile, con i caffè e le bici spinte a mano. è sabato, e i negozi son già tutti uno struscio di microgonne, leggins e jeans attillati sovrastati da scollature e pizzi provinciali. zona di vacche, mi dico. prelevo, non trovo nemmeno un panificio per lo spuntino di metà mattina, e proseguo.
cartolina n.3, dopo lodi c'è un canale, o un fiume, o entrambi. la statale che lo costeggia è quasi deserta e pedalo bene, ma a lato vedo di meglio, una ciclabile perfetta e ombreggiata. i cartelli indicano esattamente castelnuovo, dove voglio passare il po. metto via il cervello e pedalo attraverso i paesini.
cartolina n.4, appena dopo il po, il paese di san nazzaro è quattro case, una chiesa e un bar trattoria con insegne cavalleresche medievali. il tizio è gentile, a un ciclista non si nega il pranzo e la scelta è tra tortelli di zucca, e pisarei e fagioli. poi la strada lascia le statali e le provinciali, diventa stradine di campo, lemilia delle biciclette non ha più una ciclabile giusta per me.
cartolina n.5, verso polesine parmense mi supera un trattore, o un mietitrebbia, o un coso enorme che va un po' più veloce di me, taglia laria come una locomotiva e non rallenta mai. mi ci metto dietro a mezzo metro, praticamente smetto di pedalare. mi porta quasi fino a zibello, non è tanta strada ma è un bell'aiuto.
cartolina n.6, il ponte sul taro è chiuso. il brutto dell'Emilia è che c'è quasi solo la via emilia. tolta quella, le strade sono solo ragnatele che portano alle città messe in fila. impossibile andare paralleli alla via emilia. la deviazione mi pbbliga a piegare verso parma. passo attraverso l'arrivo di una gara ciclistica, mi sento uscito dal passato con le gambe pelose, la bici d'acciaio e i fil de föra, come diceva la signora Marnati. sui colli si preparano i temporali del pomeriggio, e mandano giù un forte vento, ovviamente contro. il vento porta una tormenta di batuffoli di pioppo, attacco a starnutire e il rinculo degli dtarnuti mi rallenta ancora di più, come se non bastasse il vento.
cartolina n.7, parma è una piovra che non lascia scampo. finché riesco sto tra la statale, l'alta velocità e l'autostrada, tra i campi resistenti al progresso tecnologico, destinati a scomparire uccisi da fiere e capannoni. cerco disperatamente di restare fedele aklintenzione di evitare la via emilia, ma diventa impossibile. parma mi fagocita, tento di ribellarmi ma è inutile, posso solo abbassare la testa e correre attraverso il nulla. a parma non c'è niente, non c'è tangenziale né circonvallazione, non c'è il gelataio naturale, non ci sono scrofe ne via emilia, non ce più prosciutto, né fatica né sofferenza. veloce come mi ha succchiato, mi respinge come una fionda proprio sulla via emilia, a levante, ormai ridotta a una piccola statale senza quasi traffico, gli ultimi venti chilometri di apnea insensata.

milano-reggio su strava




mercoledì 16 aprile 2014

un Po oltre

non sono più abituato a pedalare in compagnia. lo facevo nei primi viaggi, con v., viaggi che ora mi sembrano incredibilmente brevi: trecento chilometri in una settimana, fatti piano, con la giusta calma e lasciando tempo alla vacanza. come dovrebbe essere.
comunque.
a pedalare in compagnia cambia tutto. non ci sono solo i miei pensieri, ma anche le parole degli altri. non solo la mia fatica, ma anche quella di chi mi accompagna. compagni da aspettare o da inseguire, a seconda dei casi. pedalare con f. mi fa sentire un po' maestro, e la cosa lusinga il mio ego. ma tornerò a pedalare da solo, lasciando la compagnia a occasioni sporadiche. da solo "c'è solo la linea per terra", non ci sono pensieri. solo le sensazioni del corpo e della mente.
e poi, in tre bisogna anche rispettare i piani, mica si può cambiare percorso così, una volta concordato. per cui se uno decide che il percorso prevede cinque chilometri di superstrada vietata alle bici, bisogna farseli. e io spingo forte per farli finire prima, per non metterci una vita a passare lo svincolo.
per fortuna il resto è niente male. la zona di belgioioso non l'avevo mai vista, lungo il basso olona la strada è punteggiata di paeselli e castelli e glicini e villette, e curve, e boschi. è piacevole. anche l'argine basso del po, con la strada che sale e scende e attraversa paesini annoiati, che lasciano sprazzi di ricordi di una ricchezza passata, ora rimasta solo nei cornicioni sbrecciati e in qualche portico, è gradevole. forse perché è aprile, chissà se a giugno, con la canicola estiva, mi sembreranno ancora così ameni.
comunque pedalare in compagnia ha anche un altro vantaggio: se gli altri sono meno allenati o meno abituati, si va più piano. e allora ci si trova a fare centotrenta chilometri senza nemmeno stancarsi. forse è il caso di rallentare, e godersi il viaggio.

http://www.strava.com/activities/129427867/overview

sabato 5 aprile 2014

la delega ciclistica

ok, alba è morto.
cerco di non pensarci intanto che metto da parte i soldi, e il coraggio di andare dal marnati a dirglielo.
nel frattempo ho un collega che ha deciso di fare Milano-Roma. non è mai andato in bici, ne ha comprata una apposta, e mi ha chiesto consigli. abita sulla Martesana, far allenare lui è l'unica scusa che mi è rimasta per prendere il bicio e uscire. per fortuna l'ho restaurato... se fossi shintoista crederei che alba si è suicidato per gelosia, non sopportando l'orgoglio del vecchio bicio tornato a splendere.
intanto vediamo se domani riesco a fargli fare sessabta chikometri. al collega. non ha mai fatto sport, è sovrappeso, bisogna andare per gradi. quando arriverà a roma ci sarà un po' di merito anche mio. si ha da accontentarsi, di questi tempi.

venerdì 22 novembre 2013

udaipur 2 (mai dire india)

dopo una notte passata con la testa nel cesso, e un giorno passato a riprendermi e ad aspettare l'appetito, sono andato a vedere udaipur.
mi sono promesso di dire solo cose belle per non sembrare sempre brontolone.
dalla terrazza dell'albergo la vista è splendida. il lago pichola (prende il nome da un paesino finito sott'acqua quando il maharaja, secoli fa, decise di costruire la diga per farsi il lago) disegna montagne e isole, ponti e palazzi perfetti per albe e tramonti. il palazzo reale visto dal lato opposto è maestoso, e l'illuminazione di notte lo riempie di fascino, sembra dorato. le cime dei monti, intorno, sono punteggiate di templi bianchi.
ho passato un'ora nel negozio di un tabacchino, a parlare con suo figlio che coltiva le piante aromatiche, e ne ricava le essenze per fare olii e bastoncini di incenso. sono ottimi, secondo me alcuni anche meglio di quelli di mysore. ci ho speso un capitale, ma credo che li valessero.
il tè al limone e zenzero con il miele è molto buono.
domani si parte. tra voli e attese saranno venticinque ore di viaggio. ci si vede a casa.

mercoledì 20 novembre 2013

udaipur 1 (erase and rewind)

un attacco di vomito da intossicazione a tre giorni dalla fine del mio ritorno solitario in india, con tanto di inside man in televisione, quadra alla perfezione il cerchio, non ti pare?
chaiyya chaiyya, chalo chalo.

lunedì 18 novembre 2013

jaisalmer 2 (alí babà e la serendipità)

stanotte viaggio in treno. sono riuscito ad avere una cuccetta in sleeper class, la stessa in cui avevo viaggiato due anni fa. ci sono esperienze che, fatte una seconda volta, sono molto meno traumatiche della prima. quasi rassicuranti. il bus e il treno in India sono tra queste.
ho il treno alle undici e mezzo di notte, quindi avevo tutta la giornata da passare in giro. troppo. ho un vantaggio rispetto a tutti i giovani viaggiatori che sto incontrando: ho uno stipendio. così mi sono concesso il lusso di tenere la stanza per un giorno in più, per non essere costretto ad alzarmi presto, a vagabondare tutto il giorno, a non avere un bagno mio in caso di bisogno.
così stamattina con calma ho deciso di fare un salto in stazione, per capire se il mio seater era diventato uno sleeper. convinto di poterci arrivare a piedi seguendo il GPS, ho ovviamente sbagliato strada, finendo dal lato opposto della ferrovia, dove la ghiaia viene caricata sui carri merci. praticamente uno scalo farini, infinitamente più grande e assolato. circondato da sterpaglie, con il solo rumore delle benne che scaricavanp ghiaia in una luce surreale.
quando ho deciso che non era il caso di insistere, dal nulla è spuntato un indiano con una bottiglia d'acqua, e parlando in indiano mi ha indicato un sentiero, l'ho seguito attraverso un guado, poi mi ha salutato e si è andato a nascondere nelle frasche. la bottiglia d'acqua era il suo bidet. in India non usano carta igienica.
uscendo dallo scalo mi son trovato tra cataste di pietra, massi enormi o lastre o schegge o semplici pietre. poi son comparse le gru, le seghe circolari, le seghe a nastro. i rumori, le persone. mi salutavano, stupiti della mia presenza. di sicuro ero il primo turista che sbucava dai cespugli nella zona dei tagliatori di pietra.
ho scoperto perché jaisalmer, la città d'oro, è così raffinatamente cesellata. alcuni palazzi sembrano ricoperti di merletto. da qui viene estratta un'arenaria color ocra, di grana finissima, facile da lavorare. gli scalpellini mi hanno chiamato, hanno voluto che li fotografassi, mi hanno mostrato i loro lavori più belli, mi han fatto vedere come riportano i disegni sulla pietra prima di scolpirla con martello e scalpello. mi hanno fatto vedere le pietre finite, in attesa di essere spedite a udaipur, e qualcuna addirittura in Italia.
sono andato in stazione in taxi, ed era perfettamente inutile andarci. ma se non l'avessi fatto non avrei scoperto qualcosa che non è su nessuna guida turistica.

nel pomeriggio sono andato da alí babà. è uno dei tanti negozianti del centro, vende i soliti vestiti colorati da hippie. mi ha fermato l'altro giorno, come tutti mi chiedeva di dov'ero, ma quando ha sentito Milano è scattato con una foga insolita, mi è corso dietro sventolando un biglietto da visita. dice di avere una fidanzata a Milano, lavora in una radio famosa. abbiamo chiacchierato, non ha cercato di vendermi niente, mi ha offerto un chai e mi ha raccontato della sua fidanzata italiana. così oggi son tornato, dovendo comprare delle cose è meglio da uno simpatico che da uno qualunque.
l'anno scorso gli è stato negato il visto per l'Italia, ci riproverà l'anno prossimo. ci siamo scambiati i numeri, ha voluto che scrivessi alla sua amica dal suo telefono, si è fatto una foto con il mio e l'abbiamo pubblicata su instagram. alla fine mi ha chiesto se potevo portare una cosa alla sua amica, voleva mandarle un regalo. mi si è acceso un campanello d'allarme ma ho lasciato fare, convinto che mi avrebbe dato una pashmina o altro di simile. invece mi ha lasciato solo in negozio ed è andato dal gioielliere a prendere due paia di orecchini d'argento. mi ha fatto tenerezza. chissà che storia hanno, ora son curioso di conoscere lei.

jaisalmer 1 (la fortezza bastiani)

jaisalmer è uno dei motivi per cui ho deciso di tornare in india, ed è il motivo per cui sono venuto in rajasthan. quando ho visto un'immagine del forte ho voluto sapere dov'era, e vederlo di persona. e il forte è davvero impressionante. non per le dimensioni, o per la ricchezza. perché è bello. è molto più piccolo di quello di jodhpur, e più antico. fu costruito novecento anni fa per presidiare la rotta carovaniera verso la persia e l'occidente, ed è da sempre l'ultimo avamposto verso il deserto del thar. questo ne fa un posto pieno di fascino. in più, il forte è tutt'ora abitato da tremila persone.
jaisalmer si è arricchita con i dazi sulle merci, e dopo la chiusura della frontiera con il pakistan, vive di turismo e della base militare. India e pakistan sono formalmente in guerra ed entrambe hanno l'atomica. solo che l'india è considerata uno stato affidabile perché ha promesso di usarla solo contro il pakistan, mentre il pakistan è considerato uno stato canaglia perché ha promesso di usarla solo contro l'india. fatto sta che in città ci sono molti militari (per niente sgarruppati, almeno all'aspetto: hanno divise e mezzi nuovi di pacca), e all'orizzonte si vedono centinaia di pale eoliche che danno corrente alla base e alla linea di confine, completamente recintata e illuminata. qui non scherzano.
sarà perché arrivavo dalla fiera di pushkar, o perché sono arrivato alle sette del mattino, ma jaisalmer mi ha dato subito l'impressione di una città tranquilla. è difficile c'è qualcuno dia noia chiedendo o offrendo, la gente chiacchiera volentieri e mi dispiace essere diventato un po' sospettoso dopo l'assillo di pushkar. solo sulla collina di fronte, dove sono andato per vedere il forte al tramonto, sono stato assalito da venditori: ma è normale, il colle è nella zona più povera della città, e un assembramento così fitto di turisti è un'occasione per fare affari (e anche qualche furto, ci hanno provato ma mi è andata bene)
il forte è splendido. conservato benissimo, ha ancora l'aria di fortezza antica, e i vicoli strettissimi all'interno formano un dedalo colorato di stoffe, in cui perdersi tra templi minuscoli e maestose haveli. bisogna solo fare attenzione a fermarsi per guardare in alto gli splendidi palazzi istoriati, e a guardare dove si mettono i piedi quando si cammina.
sotto il forte c'è il laghetto, che in teoria sarebbe sacro, e infatti è circondato da templi, ma la gente ci va in barca e dà da mangiare ad enormi pesci gatto. però è un posto rilassante e di una bellezza straordinaria. con due francesi ci siamo avventurati fino al tempio sulla penisola di fronte all'ingresso, dove stavano preparando i lumini per la cerimonia della sera.
continuo a chiedermi quale sia l'india vera, se quella chiassosa dei bazar, quella dignitosa della povertà o quella meditativa dei templi. sono così in contrasto tra loro che è difficile accettare che sia tutte e tre, e che tutte abbiano bisogno delle altre due per esistere.

sabato 16 novembre 2013

pushkar 3 (il tappeto volante)

i momenti più belli di pushkar sono l'alba e il tramonto. dell'alba non so niente perché non l'ho mai vista, i tramonti li ho visti tutti. al tramonto ci sono ancora fedeli che fanno il bagno, già altri accendono lumini galleggianti, un tizio suona i tamburi, dagli altoparlanti escono i mantra a tutto volume, i turisti si raccolgono ai ghat a vedere il sole che scivola al di là delle dune, a violentare altre notti come diceva de André, e i suoi riflessi sull'acqua e sul celeste dei templi. i baba si raccolgono in gruppi, negli angoli meno trafficati delle piazze, e si preparano a dormire. è un momento di pace. perfino le mucche si siedono e ruminano sulla giornata trascorsa, mentre le scimmie ripuliscono gli ultimi avanzi di cibo. stranamente, sempre alla stessa ora, un gruppo di oche attraversa il lago e va ad appostarsi vicino al ponte.
la fiera sembra non esistere, da qui. il trambusto, le urla, la polvere non arrivano al lago. restano là gli ammestratori di scimmie, i cammelli imbizzarriti, i maestosi cavalli albini. anche il venditore che mi ha venduto due coperte per il viaggio, è là che si frega le mani per l'affare, non ho praticamente trattato, gli ho solo fatto aggiungere una coperta al prezzo di partenza di una sola. ha vinto lui stavolta. un ragazzo che cercava di vendermi braccialetti intarsiati mi ha detto che quest'anno la fiera va male, lui è venuto apposta da Delhi e ha finito i soldi, domani torna a casa in anticipo sulla chiusura della fiera. c'è poca gente, pochi turisti, e ormai la fiera è diventata un baraccone, non è più il ritrovo e il mercato dei cammellieri come una volta.
anche i lottatori sono rimasti là, rotolati nella rena. anche i giocatori di palla prigioniera e i venditori di zucchero filato rosa e i nitriti nervosi dei cavalli neri con una stella bianca sulla fronte. qui al lago sacro c'è solo la quiete e i pink floyd.
per me è stato l'ultimo momento di calma in attesa di prendere il bus. all'appuntamento dell'agenzia ci sono altri turisti e questo mi conforta, sia per la compagnia sia perchè vuol dire che il bus c'è davvero, non si sa mai. ci sono un inglese, un'americana, una coreana, un'israeliana e due tedeschi, ma nessuno racconta barzellette. solo elenchi di posti già visitati o da visitare. l'inglese è in giro per il mondo da agosto, gli altri sono tutti studenti. per fortuna in inglese non esiste il lei.
l'autobus è il solito semi-sleeper, con una doppia fila di poltrone reclinabili, e due ordini di cuccette singole da un lato, e doppie dall'altro. nella cuccetta ci sto a malapena, è più corta di me e larga come le mie spalle o poco più. chiacchiero un po' ma crolliamo tutti presto, star su è troppo scomodo e il bus oscilla e fa venire nausea, meglio sdraiarsi.
salendo avevo chiesto quante fermate avremmo fatto, mi hanno fatto segno quattro con la mano. evidentemente intendevano quaranta. a ogni sosta le urla dei carovanieri, scortesi come sempre, dei passeggeri in salita e in discesa. il clacson del bus, che l'autista usa copiosamente, è un campionario di suonerie da cellulare amplificato, e a lui piace molto sentirle tutte ogni volta che ne ha l'occasione.
a una sosta più lunga e rumorosa delle altre apro il vetro fumé della cuccetta e guardo in corridoio, è tutto cosparso di fagotti. uno si muove, sono persone che dormono. gli indiani sono incredibili, a forza di Shanti si adattano a qualunque cosa. qualcuno dorme seduto per terra con una coperta sulla testa, perché non ha spazio per sdraiarsi. metto via il mio senso di colpa, chiudo e mi riaddormento sentendomi improvvisamente comodo.
insomma, dormo a tratte di mezz'ora, un'ora al massimo. ogni tanto controllo sul GPS dove siamo, giusto per la curiosità.
arriviamo puntuali a jaisalmer. alla fermata che poi è un benzinaio c'è un'auto dell'albergo ad aspettare me e un'altra ragazza, ci sembra un lusso dopo tutto quel trambusto.
sono le sette del mattino, e mi hanno già dato una stanza. ora si dorme.

mercoledì 13 novembre 2013

pushkar 2 (alla fiera dell'est)

ok ok la smetto di lamentarmi dei turisti, tanto ormai s'è capito. che poi passo per il solito brontolone asociale. però... no ok ho detto basta.
allora vado alla ricerca di segnali di India vera. torno ai ghat, allo stesso di ieri perché è facilmente raggiungibile senza attraversare un tempio, perché è all'ombra, e perché è di fronte a quelli dove c'è la folla che fa il bagno rituale. anche qui c'è qualcuno che si bagna, ma pochi. le donne son buffe: fanno il bagno vestite, poi escono e si spogliano senza problemi per cambiarsi. lo fanno in gruppo e cantando, e formano dei gruppi di rossi, gialli, arancioni e viola, sembrano fiori. dove si bagnano le donne ci sono poliziotti che controllano che nessuno faccia foto. il poliziotti in India non girano armati. ho visto armi solo in mano all'esercito, e solo poche volte nonostante qui abbiano molta paura di attentati. il poliziotti invece hanno il bastoni, o di bambù o di plastica trasparente con un rinforzo in cima. sono lunghi un metro, e non fanno meno paura di un mitra.
ah e poi hanno il fischietto. gli piace molto.
sono tornato dal mio pasticcere indo-tedesco-vegano, che mi ha accolto gioviale e mi ha fatto assaggiare un cinnamon roll, buoniasimo. ho incontrato il tizio che ieri mi ha fatto la benedizione ma poi voleva solo euro, non gli andavano bene le rupie. mi ha guardato malissimo e mi ha detto in italiano "mi capisci?" evidentemente no.
dopo pranzo (di cui non posso dire nulla per la promessa del primo paragrafo), schivando un gruppo di travestiti in saree che cantavano e ballavano e si facevano scacciare dai commercianti a suon di rupie, sono andato finalmente alla camel fair.
è l'evento dell'anno. l'autista di ieri diceva che la polizia sequestra le macchine perché non ne ha abbastanza per la fiera, per questo aveva allungato il giro passando il stradine minuscole di ajmer: al suo boss hanno già sequestrato due delle sue cinque macchine, e perderne un'altra proprio quando c'è lavoro sarebbe un disastro. la gran folla che c'è di solito aumenta per la fiera, ed è l'unico posto dove il turisti si diluiscono fino a diventare quasi invisibili.
uomini con enormi turbanti colorati, donne con sari dai bordi d'oro e monili in oro dal naso alle orecchie, cavalli arabi scattanti, cammelli enormi. sembra un vero caravanserraglio, dà l'impressione di essere rimasto identico dai tempi della via della seta. ci sono il venditori di forconi, il battitori del ferro, il giostrai, il venditori di finimenti per cammelli e per cavalli, rigorosamente separati, le venditrici di canna da zucchero. allo stadio (c'è uno stadio enorme, saranno due campi da calcio) ci sono i cammelli su cui passeggiare, e in un angolo si tiene una partita di uno sport di cui non so il nome. sembra una specie di palla prigioniera, ma senza palla. viene preso molto sul serio dal pubblico fremente, dagli arbitri impettiti e dai giocatori con le divise nuove per l'occasione, si vede dai segni della stiratura. mi fermo a guardare abbastanza a lungo per capire le regole del gioco (se vi annoiano potete distrarvi leggendo qui: http://gossip.excite.it/michela-rocco-di-torrepadula-smaschera-lex-marito-enrico-mentana-a-venezia-con-unaltra-io-a-casa-a-lavare-i-piatti-N144361.html) : il campo è diviso in due parti, in cui stanno le due squadre. a turno, un giocatore di una squadra entra nel campo avversario e cerca di toccare un giocatore e di tornare nella propria metà senza essere bloccato. se ci riesce, il giocatore avversario che è stato toccato esce dal gioco, se non ci riesce e viene bloccato, esce lui. quando tutti il giocatori di una squadra sono fuori, succede qualcosa (tipo fanno un punto) e si ricomincia daccapo. il gioco finisce quando mi stufo e me ne vado.
dietro le bancarelle, che sono simili alle rende berbere, c'è un'enorme distesa piena di cammelli. pare che le vere contrattazioni per la compracendita di cammelli ci siano già state,ma assisto a un paio di trattative per i cavalli, e sono ancora con i due contraenti, due testimoni, e un braccio sulla spalla dell'altro a sussurrarsi il prezzi. chissà se si danno anche la stretta di mano con lo sputo, come una volta da noi per le vacche.
la fiera è inebriante, originale, autentica, colorata, chiassosa.  mi diverte. domani ci tornerò, ho già visto quel che c'è da vedere, ma ho visto sul programma che c'è la gara a chi arrotola più in fretta il turbante. non me la voglio perdere.

martedì 12 novembre 2013

pushkar 1 (baba, occhiali da sole e canne)

l'albergo mi ha prenotato il pullman per ajmer, la città più vicina a pushkar, tappa obbligata per arrivarci. costa solo 200 rupie, e un po' mi insospettisce perché  è un viaggio di cinque ore, saremo in India ma due euro e quaranta mi sembrano poco. la partenza è alle sette e per sicurezza alle sei e un quarto sono già sul tuc-tuc che mi porta alla fermata. in realtà è l'ufficetto dell'agenzia dei pullman, e ha le luci accese, mi conforta. forse sarà più facile della partenza da mumbai due anni fa. dopo di me arrivano altre persone, una famiglia (qui quando sono in tanti sono una famiglia) con un bambino piccolo. è buio, la città è stranamente silenziosa. ogni tanto passa un pullman e scarica qualcuno che si unisce al gruppo. cerco di chiacchierare con il padre del bambino, che avrà venticinque anni, ma parla solo gujarati, mi chiede se parlo hindi ma tanto non lo parla nemmeno lui. mi chiede dove vado, mi mostra sulla mappa del telefono dove vanno loro. sembra tutto rallentato. accanto a noi, per terra, c'è un fagotto con dentro qualcuno che dorme. improvvisamente tutto si anima: arriva il capo dell'agenzia, sorge il sole, la famiglia viene caricata a forza su un tuc-tuc di quelli a sei posti, compare del chai, una cagna cerca da mangiare. poi più niente. il tempo rallenta ancora. tengo d'occhio il responsabile, che ora son diventati tre, perché le sette son passate e il pullman non si vede. improvvisamente si rianomano, mi urlano ticket! ticket!, si avvicina un pullman, e senza nemmeno farlo fermare del tutto mi caricano di peso.
il pullman è mezzo sleeper e mezzo seated. significa che da un lato ci sono il letti, e dall'altro il sedili. sopra il sedili, altri letti. vedendomi indeciso (dovrei avere il posto n. 11 ma non vedo numeri) mi indicano i sedili e mi sistemo a caso. sono spaziosi, davanti al mio sedile c'è posto per lo zaino e per le mie gambe. fa freddo, metto il maglione, dormo.
il viaggio è infinito, ci sono un sacco di fermate e continuamente salgono e scendono persone. inutile dire c'è sono l'unico non indiano, ma nessuno ci fa caso. solo un ragazzo si siede vicino a me e fa le solite domande, teniamo d'occhio insieme il GPS.
lo tengo acceso perché le fermate vengono annunciate con urla incomprensibili, e capisco che dovrò scendere di corsa, meglio tenermi pronto.
a una fermata più lunga sale un tizio con un vassoio di ferro e sopra delle cose fritte. le riconosco, ci sono i peperoni piccanti farciti di garam masala, buonissimi ma troppo piccanti, e le polpette di ceci farcite, prendo una di quelle. è calda e buona, per colazione ci voleva.
vicino ad ajmer tengo acceso il GPS, chiedo ai quattro che stanno in cabina (il guidatore qui è separato dai passeggeri) se la fermata ad ajmer è in centro, loro non capiscono e mi rispondono di sì. ovviamente mi lasciano fuori città, in mezzo al niente dove vengo preso d'assalto dai tuc-tuc.
non gli voglio dare la soddisfazione di rapirmi fino a pushkar, e contratto un prezzo folle (250 rupie, tre euro) per portarmi alla stazione, dove spero di trovare il pullman per pushkar. trovo di meglio: una coppia di turisti sui settanta nel momento in cui trovano l'autista mandato dal loro albergo. mi faccio avanti al volo, saluto mi presento e scrocco un passaggio. scrocco per modo di dire, perché di sicuro mi farà pagare. ma almeno faccio due chiacchiere, sono australiani, e viaggio comodo su un SUV sette posti.
pushkar è l'estremo dell'India turistica. vive intorno a un lago sacro circondato da cinquantadue ghat, le discese verso l'acqua, e un'infinità di templi, alcuni minuscoli. le vie intorno sono un enorme bazar per turisti. tutti gli indiani presenti sono commercianti.
poi ci sono i baba, i santoni. girano per la città a gruppetti, con solo un bastone, un telo, un turbante e una coperta. non hanno l'aria mistica, ma vengono salutati con rispetto dagli indiani e osservati con curiosità dai turisti. sembrano non accorgersi di quello che gli accade intorno.
come sempre, passeggio a vuoto per orientarmi. passo il ponte,  scalzo come vuole la regola, e mi sentp chiamare. c'è un gruppetto di baba, seduti per terra davanti a un ghat, mi invitano a sedermi con loro. gli appassionati di terzani mi invidieranno, penso mentre mi siedo. mi salutano, mi stringono la mano, mi chiedono da dove vengo (sonia gandhi, sì), mi chiedono se ho sigarette, uno prende il miei occhiali da sole, li indossa, tutti applaudono, lui dice che è un regalo per il baba. sorrido, yes, per fortuna valgono poco, ne comprerò altri.
poi trovano la sigaretta, gli serviva per la canna. riempiono un cilum piccolino, ma dal profumo è bello potente. temo che si offendano, invece il mio rifiuto non gli interessa. dicono va bene, fai bene perché sei italiano, ma noi siamo baba e fumiamo ganja. fanno due tiri a testa al massimo, a giudicare dall'occhio immediatamente acquoso, quella roba dev'essere davvero forte.
quando smettono di parlare inglese li saluto, mi ridanno gli occhiali (io non ho bisogno, il miei occhi guardano il sole, dice) e continuo il giro.
tra due templi, in un vicolo deserto, vedo un banchetto di dolci. senza nemmeno notare l'insegna, noto un rotolo che sembra putizza. possibile? chiedo, il tipo dice che è tutto vegano, senza latte né uiva né  burro. verifico che non ci siano noci, e assaggio. meraviglia. buonissimo. non è putizza. ma l'impasto è simile e il ripieno anche, con in più un vago sapore di cocco. chiacchiero con il tizio, alzo gli occhi e vedo: german bakery since 1986.
il ristoranti sono italiani, tedeschi, israeliani. qualcuno fa anche cibo indiano, quasi tutti fanno la pizza.
benvenuto in India, quella vera.

domenica 10 novembre 2013

jodhpur 2

dicono che sia la città blu, delle pietre e dell'argento. ieri avevo visto solo sterco di vacca e paccottiglia. oggi ho dedicato la giornata alla visita del forte, e mi son ricreduto. il concierge (parla perfettamente inglese francese tedesco, è rasato a zero e ha l'orecchino, quindi merita il titolo) era molto stupito che oggi volessi vedere solo il forte. qui sono abituati a gente che arriva, vede il forte, dorme e riparte. io che mi fermo tre notti sono uno strano.

continuando il discorso di ieri sui turisti, c'è solo una categoria peggiore dei turisti occidentali: il turisti indiani. si muovono a mandrie, composte o da una singola famiglia (di almeno 10 persone) o di interi villaggi, e in tal caso si identificano facilmente perché hanno tutti lo stesso cappellino, come un bambini delle elementari in gita.
in ogni caso, occupano completamente lo spazio. vedere in una stanza di museo con loro è impossibile. stai guardando un dipinto, e loro sgomitano per starti davanti, ti spingono indietro fisicamente! aspetti il tuo turno per affacciarti alla soglia della sala del trono, e loro non se ne vanno più. stai per scattare una foto, e ti si mettono davanti. non uno, eh tutti!
leggi un pannello esplicativo sui diversi tipi di sciabole, e loro si mettono a darsi le sciabolate davanti a te... e la parte più molesta è quando il capogruppo decide che è il momento di andarsene, e non si limita a urlare chalo! chalo!, ma cava di tasca il fischietto e fischia un rigore! un fischietto! in un museo! transumano nella stanza successiva dopo aver avuto il tempo di fotografare tutto, e di vedere niente. cerco di approfittare dei pochi secondi di pace prima dell'arrivo della prossima comitiva.

il palazzo del maharaja è notevole, enorme e intarsiato come una torta di panna. pavimenti di marmo bianco e muri lucidati a pietra, baldacchini e portantine in argento e oro, cuscini e specchi ovunque. il palazzo è in ottimo stato, e una parte è abitata dai discendenti dell'ultimo maharaja, che ancora oggi mantiene il discendenti di un uomo fatto murare vivo nelle fondamenta per buon auspicio, nel 1400. affacciandomi ai bastioni penso che allora anche la vista della città dev'essere identica a com'era nei secoli scorsi, tranne (forse) i clacson dei tuc-tuc e le poche antenne satellitari.
vista dall'alto jodhpur è davvero blu. sembra quasi bella dall'alto. forse è questo il senso dei moderni grattacieli di mumbai: stare lontani dalla povertà che c'è sotto, per sentirsi ricchi e pensare che la città sia più bella della realtà.

sabato 9 novembre 2013

jodhpur 1 (il principio di Heisenberg)

atterriamo a jodhpur dopo un'ora passata a girare in tondo, come se i piloti si fossero persi l'aeroporto. che poi non è altro che una zona recintata all'interno di una base militare, per cui siamo scrsi dall'aereo circondati da soldati con mitra spianato. sorridevano, ma faceva comunque impressione.
jodhpur è piccola, ma contiene lo stesso casino di Chennai, che così compresso diventa frenetico. tutti suonano il clacson a tutti, i venditori del mercato urlano, i clienti urlano, i cani abbaiano, i bambini piangono, solo le mucche, imperturbabili, stanno ferme in mezzo alla strada e ci pensano su.
la novità, per me, sono i turisti. a mumbai era facile evitarli, bastava uscire da colaba, e c'era una città si tredici milioni di persone ad attendermi. qui ci sono i gruppi dei tour organizzati, riconoscibili perché sembrano in pullman anche quando sono a piedi: in fila per quattro e con la guida davanti. quando si fermano si mettono a testuggine romana, e si difendono con le macchine fotografiche dall'assalto dei venditori.
mi allontano dal centro per non confondermi con loro, cammino fino ai giardini, un posto di pace dove il ragazzi giocano a cricket (con molta meno convinzione che a mumbai) e gli anziani a carte, e rientro facendo la via degli artigiani. un lustrascarpe mi chiede se mi sono perso. una mucca attraversa la strada lentamente, come pensandoci su.
tornando verso l'albergo vengo circondato da bambini che vogliono essere fotografati, e avvicinandomi al centro ecco che ritrovo il venditori di souvenir e di paccottiglia. è questo che fa si che io non voglia essere confuso con i gruppi organizzati, la considerazione che questo centro bellissimo, con il mercato antico e vivo, ogni volta che lo si osserva da turisti se ne fa morire un pezzo, ci sarà una bancarella che invece che vendere frutta o pentole come ha fatto per generazioni, venderà bracciali made in china, o braghe per ragazzine occidentali che pensano di vestirsi come in India (ma nessuno si veste così qui).
torno in albergo, a cenare sotto la vista impressionante del forte,  lasciando le mucche a pensarci su. 

mumbai 6bis (il cricket, il sesso e tutto quanto)

visto che devo aspettare il volo, cerco di ricordare cosa avevo scritto ieri sera. detesto riscrivere, anche perché questo blog è sì un modo per aggiornare lammamma e gli amici, ma soprattutto un modo mio per ticordare di più dei viaggi. quindi una volta scritto libero la memoria, se poi perdo Il post sono cazzi.
comunque ho dovuto cambiare albergo perché quello dei giorni scorsi non aveva più posto, e ne ho trovato uno vicino all'aeroporto. visto che sono quasi due ore di taxi, meglio farsele la sera con calma che la mattina con l'ansia, mi sono detto.
calma un corno: il tassista l'ho scelto perché è il primo che ho trovato, e anche perché era un anziano musulmano con la faccia simpatica e gli occhi vispi dietro gli occhialetti (i musulmani hanno una guida meno aggressiva degli indù se non siete di fretta preferiteli). traffico micidiale come sempre, ovviamente non conosceva la strada ma l'ho fatto arrivare in zona, mentre per sicurezza controllavo dove eravamo sul GPS. il tassista è sceso quattro volte a chiedeee indicazioni con il mio taccuino in mano, e ogni volta tornava ridendo. alla fine siamo arrivati a destinazione (di fronte a McDonald's, dopo tal edificio, dietro tal ristorante era l'indirizzo esatto). una topaia buona solo perché è vicina all'aeroporto. il tassista era simpatico e si è sbattuto, così gli ho dato una mancia che era la metà del prezzo della corsa. ah, a proposito: guidava come un pazzo.

del cricket volevo dire che l'altro giorno, mentre ero all'oval maidan a guardare venti partite, si è seduto accanto a me un ragazzo e abbiamo chiacchierato un po'. mi ha fatto le solite domande, fino al perché non sono sposato, e se ho mai "rejoiced" del sesso fuori dal matrimonio. l'ho scandalizzato (sì mamma) e quando mi ha chiesto quante volte e gli ho risposto chiedendogli se voleva sapere quante volte o con quante donne, perché le volte non ero in grado di contarle (sì, mamma) ha quasi avuto un infarto. lui si è appena diplomato al college, e l'anno prossimo si sposerà, e ovviamente è vergine. però si rifarà,perche è musulmano e qui in India potrà avere fino a quattro mogli.
mi ha dato una lezione di vita su perché è giusto c'è un uomo abbia più mogli (un uomo ha bisogno di essere soddisfatto) e perché le donne non devono avere più mariti (come si fa a sapere qual è il padre dei figli, poi?), e soprattutto mi ha esortato calorosamente a prendermi cura di mia sorella appena rientro, perché questa situazione è insostenibile! non è possibile che non abbia un marito! devo assolutamente fare qualcosa e riportarla sulla retta via per il bene della famiglia e per salvare il mio onore!
per fortuna in tutto questo è arrivato il suo amico, c'è lo prendeva in giro ad ogni frase.
mi sono divertito un sacco. mamma e sorella, quando torno facciamo i conti!